Verity Susman (Electrelane) e Matthew Simms (It Hugs Back, Wire) affrontano con stile e arguzia il secondo capitolo della normalizzazione del progetto Memorials, in prima istanza nato come ensemble minimal per colonne sonore a base di deliri psych-rock ed elettronic-lounge (le ardite acrobazie dei tre capitoli di “Music For Films”).
Fallace fu l’impressione di trovarsi a cospetto di una moderna versione dei Broadcast, altrettanto ingannevole l’idea di poter liquidare questo nuovo album come repetita iuvant del precedente “Memorial Waterslide”.
Kraut-rock, elettronica, pop, post-rock, avant-noise, shoegaze, weird folk e jazz restano gli elementi base della musica del duo, rinvigoriti da una robusta vena psichedelica a tratti destabilizzante e da un’overdose di suoni e alterazioni strumentali che più che ai Neu! a volte rimandano agli United States Of America.
Una più definita struttura armonica caratterizza “All Clouds Bring Not Rain”; nello stesso tempo Matthew Simms e Verity Susman inglobano nell’architettura neo-kosmische ardenti sonorità rock’n’roll-psychedelic a base di organo, tamburelli e riff indemoniati (“Dropped Down The Wall”), ma anche grezzi ibridi tra funky e synth-pop (“In The Weeds”).
Scomparsi i raccordi strumentali del precedente album, i Memorials padroneggiano la forma canzone con un’articolata struttura sonora, dove fanno bella mostra di sé intriganti dettagli timbrici, dal suono del vibrafono ai riverberi del clavicembalo, mentre oblique strategie ritmiche frammentano il pur solido muro sonoro del duo, lasciando che le voci prendano spesso il sopravvento con inattesi slanci emotivi.
Il primo biglietto da visita dell’album è la magica liturgia folk-psych di “Life Could Be A Cloud”, carezzevole ballata a tempo di valzer, che il duo trasforma in uno spiritual-boogie dai contorni elettro-lounge; con “Cut Glass Hammer” le inflessioni Stereolab–Broadcast sono abilmente rimarcate, ma il suono è caldo e avvolgente a dispetto del prevalente tessuto elettronico.
Un più netto segnale di digressione è offerto dal madrigale folk con voce, drum machine, riverberi chitarristici e omnichord dell’onirica “I Can’t See A Rainbow”; di eguale, sobria bellezza, “Reimagined River” offre un delicato intreccio tra le voci dei due musicisti e un pianoforte che sembra lentamente sprofondare negli abissi: una fragilità emotiva che il minimalismo folk-pop di “Lemon Trees” e la ninna nanna di “Wildly Remote” avvolgono in un caloroso abbraccio a fil di voce.
In questa alternanza tra momenti di rarefazione sonora e grintose e audaci tracce dove entra in gioco un’attitudine free-jazz (“Holy Invisible”), i Memorials fanno a pugni con giocose melodie beat (“Watching The Moon”) e ritmiche post-punk (“Bell Miner”). L’essenza di “All Clouds Bring Not Rain” non è facile da racchiudere in poche parole, ma per fortuna la musica dei Memorials offre una sintesi decisamente convincente nella lunga disordinata mistura di progressive, elettronica, folk e free-jazz di “Mediocre Demon”, costruita su un improbabile tempo di bossa nova che diventa, insieme alle voci, l’unico elemento di coerenza armonica.
Con il nuovo album, il duo inglese non solo conferma le ottime impressioni offerte con il trittico di colonne sonore e con “Memorial Waterslide”, ma alza ulteriormente l’asticella, conciliando una sagace scrittura con una struttura sonora curata nei minimi particolari, un’opera musicalmente profonda e convincente.
15/04/2026