In principio furono alcuni padri nobili, artisti che già tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli 80 avevano intuito come il linguaggio del pop potesse diventare più raffinato senza perdere immediatezza. Bryan Ferry, anzitutto, con i Roxy Music e poi da solista; Donald Fagen, con la perfezione quasi maniacale degli Steely Dan e del debutto solista “The Nightfly“; Joe Jackson, capace di lasciarsi alle spalle le asperità del post-punk per inseguire jazz, soul e classicismo pop. Da quelle esperienze sarebbe germogliata, soprattutto in Gran Bretagna, una delle tendenze più riconoscibili degli anni 80: il sophisti-pop, il genere al quale dedichiamo la nostra nuova playlist (in fondo all’articolo).
L’etichetta, in realtà, sarebbe arrivata dopo. Nel momento del suo massimo splendore nessuno parlava davvero di “sophisti-pop” come di una scena organizzata o di un genere dotato di un manifesto. Era piuttosto una sensibilità comune, un’idea di eleganza applicata alla canzone pop: arrangiamenti levigati, largo impiego di tastiere e sintetizzatori, fiati suadenti, contaminazioni con jazz, soul, funk e bossa nova, grande attenzione alla produzione e una predilezione per atmosfere romantiche, notturne e spesso malinconiche. Era un fine artigianato che si opponeva alla disumanizzazione della musica, tentando una fusione a freddo tra la grande anima della black music e le esperienze moderne della new wave. Persino l’immagine contribuiva a definire quel mondo: abiti impeccabili, copertine sofisticate, fotografia patinata, un’estetica adulta e cosmopolita che prendeva le distanze tanto dall’aggressività del punk quanto dagli eccessi più vistosi del pop sintetico.
Se si dovesse individuare un punto di origine simbolico, “Avalon” dei Roxy Music (1982) sarebbe probabilmente il candidato più convincente. Nel levigatissimo capolavoro che chiuse la saga della band inglese, Bryan Ferry trasformava definitivamente il rock elegante dei primi lavori in una musica sempre più rarefatta e sensuale, fatta di ritmi morbidi e atmosfere sospese. Il Ferry solista di “Boys And Girls” e “Bête Noire” avrebbe ulteriormente perfezionato quella formula, diventando una sorta di nume tutelare per la generazione successiva.
Ma il sophisti-pop non fu semplicemente musica patinata. Dietro la perfezione dello studio si nascondeva spesso una forte inquietudine. È proprio questa tensione tra forma elegante e sostanza malinconica a rendere ancora oggi riconoscibili molti dei suoi capolavori. Paul Weller ne offrì una delle interpretazioni più originali con gli Style Council. Sciolti i Jam, il Modfather spezzò gli angusti argini del punk per aprirsi a soul, jazz, funk, house e musica latina. Con Mick Talbot costruì un progetto nel quale l’eleganza conviveva con testi politici, critica sociale e un’esplicita avversione per il conservatorismo britannico dell’epoca. “Café Bleu” e “Our Favourite Shop” restano due manifesti di quella stagione, insieme alle apparizioni di Dee C. Lee, futura moglie di Weller, altra voce perfettamente inserita nella nuova estetica soul-pop britannica.
Lo chiamarono “new cool”. E ancora più universale fu la formula di Sade. Con “Diamond Life“, nel 1984, Sade Adu e la sua band trovarono un equilibrio quasi irripetibile fra soul, jazz, pop e suggestioni latine. “Smooth Operator” divenne l’emblema di un’eleganza metropolitana che sembrava provenire da cocktail bar notturni e città illuminate al neon, ma dietro la superficie impeccabile c’erano arrangiamenti sobri e una voce capace di trasmettere distanza, sensualità e vulnerabilità senza mai ricorrere all’enfasi. Sade rappresentò il volto più internazionale del sophisti-pop e dimostrò che quella raffinatezza poteva trasformarsi in un fenomeno planetario.
Ispirata soprattutto da Sade e Style Council, la generazione “new cool” amalgamava con disinvoltura jazz, soul e pop all’interno di irresistibili hit radiofoniche. Gli accattivanti Matt Bianco recuperavano swing, latin jazz e bossa nova; gli struggenti Working Week guardavano apertamente al jazz e al soul; i Blow Monkeys di Dr. Robert combinavano romanticismo, funk e coscienza politica, tra accattivanti melodie pop e ballad struggenti. Swing Out Sister e Basia avrebbero ulteriormente sviluppato quella formula, dimostrando quanto elastici fossero i confini del sophisti-pop.
Su un versante differente si mossero i Prefab Sprout di Paddy McAloon, probabilmente tra gli autori più sofisticati dell’intera generazione. Qui la levigatezza della produzione incontrava una scrittura melodica fuori dal comune, ricca di armonie imprevedibili, testi letterari, ironia e romanticismo. “Steve McQueen“, prodotto da Thomas Dolby, rimane uno dei vertici assoluti del pop britannico del decennio Ottanta: canzoni apparentemente immediate che tuttavia rivelano una costruzione stratificata, ricca di dettagli e deviazioni armoniche. McAloon inseguiva l’idea della pop-song perfetta senza ridurla mai a semplice esercizio di stile.
Una ricerca analoga, ma immersa in un’atmosfera molto più rarefatta, caratterizzò i Blue Nile. La band scozzese trasformò il sophisti-pop in musica notturna e quasi metafisica. “A Walk Across The Rooftops” e soprattutto “Hats” ridussero gli elementi della canzone a pochi elementi essenziali: sintetizzatori, drum machine, piano, silenzi, la voce dolente di Paul Buchanan. Il risultato era un paesaggio urbano fatto di pioggia, strade deserte, amori perduti e luci lontane. Se una parte del sophisti-pop cercava la perfezione radiofonica, i Blue Nile ne esploravano invece il lato più intimo e crepuscolare.
Anche i China Crisis occuparono una posizione peculiare in quel panorama. Provenienti dal retroterra post-punk e new wave di Liverpool, Gary Daly ed Eddie Lundon svilupparono progressivamente una scrittura sempre più raffinata, nella quale elettronica, melodie oblique e suggestioni jazz-pop trovavano un equilibrio originale. Fondamentale fu l’incontro con Walter Becker degli Steely Dan, produttore del memorabile “Flaunt The Imperfection“: quasi un passaggio di testimone fra il pop americano più sofisticato degli anni 70 e quello britannico del decennio successivo.
Gli Everything But The Girl di Tracey Thorn e Ben Watt partirono invece da un pop intimista dalle sfumature jazz e bossa nova; gli Aztec Camera di Roddy Frame unirono brillantezza chitarristica e sensibilità soul; l’accigliato Lloyd Cole insieme ai suoi The Commotions portò nel formato pop dell’epoca un gusto letterario e decadente; i Deacon Blue privilegiarono invece una scrittura più corale e immediata. Orange Juice e Scritti Politti rappresentarono due fondamentali punti di collegamento con il post-punk: i primi contribuirono alla nascita dell’indie-pop britannico, mentre Green Gartside trasformò gli Scritti Politti da formazione post-punk radicale in una macchina pop sofisticatissima, soprattutto con “Songs To Remember“, capolavoro di un pop artigianale ed elegante.
Poi c’erano artisti capaci di trasformare la stessa ricerca di eleganza in giganteschi successi commerciali. Gli Abc di “The Lexicon Of Love” rivestirono il pop di arrangiamenti sontuosi e romanticismo cinematografico; gli Spandau Ballet passarono dalle origini new romantic al soul levigato di “True”; gli Wham! di George Michael portarono una versione solare e irresistibile di quella sensibilità ai vertici delle classifiche mondiali. I Simply Red di Mick Hucknall costruirono invece la propria fortuna su una rilettura britannica del soul, mentre i Level 42 misero al centro un funk virtuosistico dominato dal basso inconfondibile di Mark King.
Non mancarono episodi più eccentrici o fugaci. I Double consegnarono alla storia “The Captain Of Her Heart”, ballata sospesa e notturna diventata quasi un paradigma del genere; i Lotus Eaters trovarono con “The First Picture Of You” una sintesi perfetta di malinconia e luminosità; Johnny Hates Jazz conquistarono le classifiche con una produzione cristallina e melodie impeccabili. E un caso di culto come quello dell’affascinante top model Rosie Vela prestata al pop mostrò quanto potesse essere sottile il confine con il mondo degli Steely Dan: il suo magnifico “Zazu“, con Walter Becker e Donald Fagen in cabina di regia, sembra quasi chiudere idealmente il cerchio di un’epoca intera.
Alla fine degli anni 80 quella stagione cominciò però a esaurirsi. L’arrivo dell’alternative rock, del grunge, della cultura rave e di nuove forme di elettronica rese improvvisamente meno centrale quel modello di perfezione adulta e metropolitana. Negli anni 90 il sophisti-pop smise sostanzialmente di esistere come fenomeno riconoscibile, mentre molti dei suoi protagonisti proseguirono lungo traiettorie autonome.
La sua eredità, tuttavia, è rimasta sorprendentemente resistente. Perché più che un genere rigidamente definito, il sophisti-pop fu un’idea di pop: la convinzione che una canzone potesse essere accessibile senza essere banale, elegante senza diventare fredda, complessa senza smarrire la via melodica.
Fu forse questo il vero segreto di quella stagione: cercare la pop-song perfetta utilizzando tutto ciò che il pop, fino ad allora, aveva appreso dal soul, dal jazz, dal funk, dalla new wave e dalla canzone d’autore. Una musica dalla confezione impeccabile, ma quasi sempre attraversata da una sottile malinconia. Dietro le superfici lucide, le tastiere digitali e gli studi di registrazione all’avanguardia, il sophisti-pop raccontava soprattutto fragilità sentimentali, solitudini urbane e desideri irrisolti. Ed è probabilmente per questo che il suo fascino ha resistito molto più a lungo rispetto al variegato universo delle tendenze fugaci degli anni 80 da cui sembrava essere scaturito.