Cinema, letteratura e musica stanno perdendo sempre più terreno. La crisi delle sale cinematografiche, l’enorme quantità di libri che cercano un pur fugace successo e un’industria discografica che continua a reggersi su ristampe di classici e sugli ultimi vagiti del vinile sono segnali di un inevitabile cambiamento epocale. Cos’è veramente cambiato? Per molti è colpa della qualità dei prodotti, per altri la responsabilità è legata all’evoluzione della tecnologia che permette a tutti di avere sotto mano l’intero scibile musicale, letterario e cinematografico, ma la risposta non è così semplice. Quel che manca, oggi, non è la qualità delle proposte: l’offerta è ampia e differenziata, il punto nevralgico della scena attuale è la flebile consistenza di quel mondo di mezzo, ovvero di quella produzione commerciale che intercettava sia il pubblico che la critica – nell’ambito musicale manca insomma l’alternativa a Prince, a Michael Jackson, ai Queen e ai Radiohead.
Un’altra chiave di lettura è il rapporto tra musica e sessualità. Le orde di ragazzine che inseguivano i Duran Duran non erano poi tanto diverse da quelle che urlavano durante i concerti dei Beatles; nel frattempo, si è esaurita la natura politicamente ribelle che da Dylan al punk ha contrassegnato un’epoca ormai irripetibile, le istanze delle comunità LGBT+ e il passaggio dalla ribellione sociale a quella puramente personale hanno modificato ulteriormente la cultura giovanile.
Senza questa premessa, che ad alcuni potrà sembrare superflua, non è semplice comprendere il successo e il riscontro di artisti come Taylor Swift, Lady Gaga e della cantautrice irlandese CMAT, musicisti con i quali i giovani si identificano.
“Euro-Country” non è un semplice album pop. Non sono le pur piacevoli e mai banali canzoni la vera ragione dell’attenzione mediatica che ha posto il disco di CMAT ai vertici di molte liste di fine anno. La formula è in verità alquanto semplice – una serie di irresistibili refrain pop, sonorità country che vanno tanto di moda sul fronte sia americano che inglese, una voce energica e limpida (un incrocio tra Stevie Nicks e Kate Bush) – quel che fa la differenza è la notevole incisività dei testi, ricchi di riferimenti sociali e politici declamati senza troppi filtri, se non quello di un’intelligente ironia che si sviluppa su più livelli.
Gli argomenti trattati sono molteplici, dal body shaming alle malattie mentali, ma soprattutto la grave crisi del 2008 e il declino economico dell’Irlanda che ha fatto seguito all’adozione dell’Euro (da qui il titolo “Euro-Country”).
Al netto di alcune tracce carine ma trascurabili (“Iceberg”, “Ready”) e di alcune incursioni interessanti ma non proprio notevoli in ambiti musicali come il soul (“Running/Planning”), l’album offre qualche canzone pregevole: il celtic-soul di “When A Good Man Cries” e la genuina poetica di “Lord Let That Tesla Crash”, un singolo efficace e brillante (“Take A Sexy Picture Of Me”), ma anche un’inattesa virata verso un ricercato minimalismo pop (“The Jamie Oliver Patrol Station”, “Janis Joplining”) e un divertente country danzereccio (“Tree Six Foive”) che delineano un confine tra CMAT e gran parte del pop contemporaneo.
Senza dubbio “Euro-Country” è uno dei pochi dischi pop trasversali che risponde ai criteri sopracitati di opere mainstream di richiamo e qualità. Che poi al netto della qualità puramente musicale CMAT superi di poco la sufficienza non è importante: l’album dell’artista irlandese funziona su più livelli d’ascolto e di questi tempi è quasi un miracolo.
23/12/2025