Popolare è ciò a cui il popolo può accedere in base alla formazione culturale che la predisposizione allo studio dell’individuo, la disponibilità economica, le condizioni sociali permettono. Il grande exploit della vendita dei vinili e l’alta scolarizzazione, a partire dal secondo dopoguerra, hanno di fatto reso tutto potenzialmente popolare, ragione per la quale oggi, dozzine di riviste musicali con cd allegato, in edicola, possono permettere adeguata documentazione in paralleli impossibili, su Luciano Berio e Stefan Prins, come su John Coltrane e Nate Wooley, Jacques Brel e l’ultimo Scott Walker.
La realtà più banale è la pigrizia dell’uomo moderno, forse dovuta alla sovraesposizione di stimoli (su Internet c’è davvero tutto, ma quei file mai desiderati, mai percepiti come oggetto fatto proprio e da scoprire con ripetuti ascolti, dequalificano l’oggetto dematerializzato che non accede alla dimensione di oggetto di culto/venerazione su supporto fisico: il cd, il vinile, l’audiocassetta). Altra realtà è ovviamente la scellerata volontà di preferire il “gusto consolidato” alla conoscenza che ha ridotto l’individuo a un’ignoranza che alloggia per prima nei piani alti della cosiddetta critica musicale. Ecco che dunque, qualora io vi dicessi che il primo disco di Jenny Sorrenti e Tullio Angelini sotto la sigla “Neon Saint Just” è un album popolare, non sbaglierei affatto, tranne nel venire ricoperto di insulti un attimo dopo.
Mi limiterò ad affermare, senza alcuna pretesa di originalità, che la musica strettamente contemporanea non affine ai drones (masse di suono che evocano il ritorno al primordiale basso continuo, in progressiva o statica evoluzione/involuzione di fase elettrica o elettronica) si divide fra cultori del minimalismo che fu ed esuberanti creatori di una musica massimalista, carica di dissonanze, onomatopee al limite della schizofonia. Ambedue le correnti vedono l’esecutore in qualità di performer a cui sono richieste doti di ingegneria del suono, capacità di accordatura e scordatura dello strumento in tempo reale, abilità teatrali non di rado comiche/grottesche. Nel caso di “Néos Saint Just”, si ha a che fare con un disco nobilissimo, a mio modesto avviso, persino tra i più belli del decennio a livello globale, perfettamente collocato nella zona grigia che vede infinitamente semplice e infinitamente complesso (a livello percettivo e ideativo, non esecutivo) sotto lo stesso tetto.
Minimalismo classico sia nell’accezione formale che in quella romantica (Nyman, più che Nuova Consonanza e la tanto celebrata “new classical”, a indicare un gergo benvenuto nella soundtrack music), riduzionismo sonico estremo (Palestine), generano una musica fatta di pochissimo ma con un gusto e una classe eseguibile nei templi di chi sa già, lascerà un segno nella storia, quando esegue un’anteprima a La Fenice.
Meredith Monk, l’ultima Kate Bush, Nico, le deformazioni elettroniche di Julia Holter. Il tutto su una tela eterea ma solidissima, tessuta da un già citato Charlemagne Palestine che fa del suo rituale ipnotico di una-due note in cangiante velocità di esecuzione, intensità e alternanza delle stesse, un vero e proprio rituale d’ipnosi collettiva. Questo è il disco. Nulla è qui generato per impressionare, per stupire, per i più non c’è manco da osare un “bravo”, ma un grazie è dovuto, almeno quello.
È un disco di canzoni? Sì, se si intende il “cantautorato d’avanguardia” con le sue improvvise increspature, fautore di canzoni e quel cantautorato, ormai, esiste dalla seconda metà degli anni 60. Io parlerei di “movimenti”, momenti di un’opera, sorta di Messa contemporanea a elogio della costruzione di cui l’uomo è capace. Movimenti collegati dall’essenza del “Suspiro” (titolo di un album e di un brano del 1976, con alla chitarra blues un incontenibile Pino Daniele in uno stato di grazia inaudito) nella voce della Sorrenti, che si fa sussurro, ad alternare registri da soprano drammatico in gran tessitura. Una voce “viva”, pulsante, evocativa, per la quale l’aggettivo “bello” non è sufficiente. È questa una “voce madre”, che accoglie in laringe e nei risuonatori di testa, ma senza troppi preziosismi ricercati (Jenny non ne ha bisogno), tutti i figli del mondo, con grazia assoluta.
Il primo incontro che ho avuto con la chanteuse italo/gallese è stato a un tributo a Claudio Rocchi tenuto al Teatro Out Off nel 2018, nel quale ero tra gli ospiti: Jenny gli dedicò un’irripetibile versione di “La tua prima Luna”, con al pianoforte Luca Olivieri. Una presenza catalizzante, dai gesti misuratissimi, che in un soffio, sbalordì tutti. C’è tanta aria nel canto soffiato di Jenny, come, per parallelo, in quello di Kate Bush, autrice che si sarebbe affacciata alle scene musicali ben dopo l’esordio di Saint Just, band di folk progressivo si disse, in realtà una comune di musicisti, sperimentatrice dell’incanto sonico tra l’ultra-antico e il moderno. Un connubio che Jenny azzardò ancora di più da solista in album magnifici come “Medieval Zone” (2001); “Com’è grande Enfermidade” (2006); “Burattina” (2009). Non solo, ciò che continua a stupire, è la gestione delle metriche dei brani, per nulla regolari, a metà strada tra canto, recitarcantando e spoken word, apparentemente sgarbate perché pensate in inglese.
L’iniziale “Pneumatos”, alterna il minimalismo ultracolto della prima Meredith Monk associando a un loop che sembra quasi citazione del tema di “Video Killed The Radio Stars” alcune sovraincisioni con soli fonemi, a creare un labirinto assai dolce, distante mille miglia dai lavori con ormai abituali loopstation – seppur usate egregiamente da nuove dee come Dalila Kayros, Pat Moonchy, Stefania Pedretti, Lily Refrain, Paola Bianchi, Barbara Ded – laddove sono l’urlo, l’aggressione o il lamento a farsi suono e denuncia. “Solo chi sente il dolore dell’altro, può sentire davvero”, declama Jenny, nell’unico brano in italiano del lotto, intitolato proprio “Sentire davvero”. Ancora “Penumatos” si evolve in un carezzevole tema su arpeggiato minimo di pianoforte, sul quale la voce si eleva a suoni da soprano folk per poi, in un’increspatura in minore, aprire a vocalizzi da mezzo-soprano drammatico, sostenuti diaframmaticamente e aperti in grandissima potenza. L’arpeggio di piano, ripetuto con ossessione, lascia spazio al fiato dell’interprete fatto suono, tale da divenire, infine, rito.
Del valore “umano” di “Sentire davvero”, ho detto. Qui la melodia d’esordio è sincopatica, una sorta di funky su aperture spaziali di synth e sovraincisioni che suonano incantate come inquietamente infantili. Dal maggiore si volge al minore, con un mellotron che lega alla perfezione con la voce della Sorrenti. I fiati di Clive Bell (con lui anche Robin Rimbaud/Scanner & Kenny Wollesen), con poche note, definiscono la drammaticità delle liriche. Clive Bell, si è detto, perché i pochi collaboratori dell’album sono tutti musicisti di assoluta eccezione, già impegnati, tra gli altri, con David Sylvian, Tom Waits, David Toop, Björk, Bill Frisell, John Zorn…
“In The Presence Of The Entity” unisce il suono di un violino (su frequenze gravi, praticamente una viola da gamba) a quello di un harmonium, creando armonizzazioni galliche care a John Cale, contrappuntate da piatti senza alcuna risonanza, al pari di composizioni del Teatro Nō (能). Magnifica.
Ancora un arpeggiato di piano, qui però contrappuntato da un organo hammond e synth, ad aprire la multiforme “The Mirror Inside Me”, dove il canto, oltre a preziosissime metriche, incontra salti d’ottava di grande bellezza. L’incalzare delle percussioni cambia le fasi del ciclo di note del piano, per ritrovare ancora quiete e divenire un esposto sui tasti d’avorio di maggiore afflato romantico. D’un tratto la voce diviene panica a risvegliare certi incanti della primissima Kate Bush. Il tutto evolve in fraseggi di piano tanto cari a Keith Jarrett, pur con qualche abbellimento dal gusto classicista. Un brano che vien voglia di ascoltare ripetutamente, per come appare “naturale” pur nell’esposizione di così tanta materia.
Che i cori polifonici in “Hidden Things” siano ottenuti con voci campionate o con applicazione di elettronica alla voce di Jenny, come per una novella Laurie Anderson, ciò che conta davvero è che donano un carattere speciale a questi 3 minuti, figli di una spiritualità in continuo movimento, appresso a una campana tibetana suonata con assoluta maestria. Sul tutto si innesta un canto bellissimo. Davvero, un capolavoro incantevole, senza tempo alcuno. Nella sezione finale compaiono sirene di ambulanze e un violino pizzicato, a rendere l’incanto, d’improvviso, spasmo di chi persa conoscenza, si vede sospeso tra vita e morte.
Un piccolo disagio mi coglie quando le note di organo si affacciano a introdurre, prima di un intervento di tromba, “Psyché”. Perché? Si tratta di quattro note conseguenti, ascendenti e discendenti, la totale negazione non dico del virtuosismo, ma anche del concetto di arpeggio. Una sorta di ritorno al grado zero della musica, dove l’ipnosi ricercata si sposta su un piano intellettuale per forza di cose, il semplicissimo che diviene significante. Tessiture di piano su intervalli poco abusati, ma soprattutto l’impiego onomatopeico della voce, rendono il tutto orrorifica sommatoria di nenie in una casa di bambole. Fino a quando nella sezione finale, complici ribattuti di quintine con la mano destra al piano elettrico e suoni vocali ora in proiezione di maschera, ora su registro di testa, il brano acquista altra valenza, quasi un incubo a cui segue un risveglio.
Con la conclusiva “Meraviglia” si ritorna, come per il brano d’apertura, alla Meredith Monk di “Songs From The Hill” e dunque a una voce strumento su ritmiche articolate, portatrici di un senso di gioia infantile.
Ciò che sorprende è come ad ogni album, la Sorrenti (sorella di Alan) dia il via a una nuova carriera, pur mantenendo solide radici appresso a una modalità espressiva assai identitaria. E Tullio Angelini? Lui è l’architetto dietro a tutto ciò, è il suono, è il dj, è il produttore, che al Festival All Frontiers (di cui è direttore artistico) ha portato Jenny nei panni di Nico. È quello che Brian Eno ha rappresentato per decine di musicisti e lo è qui al fianco della sua musa elettiva.
“Néos” è disco veramente sfuggente, non catalogabile, bello come invenzione e gradevole all’ascolto. Nessun amante reale della musica, dovrebbe farne a meno e tutti dovrebbero trovare il tempo per regalargli ascolti plurimi, a sostituire l’atroce baccano attorno e addosso. Un capolavoro.
22/08/2025