Il cinema è sempre stato presente nella musica di Jonathan Bree, almeno relativamente all’estetica. Gli amanti dei film di genere, infatti, non avranno tardato a identificare nella maschera in spandex con cui l’artista neozelandese si presenta nei live, nelle copertine dei dischi e pure nei videoclip, il mitico protagonista di “Sei donne per l’assassino”, pellicola del 1964 di Mario Bava in cui per la prima volta un killer seriale veniva presentato al pubblico in impermeabile scuro, cappellaccio e guanti in pelle, con tanto di maschera in spandex appunto a celarne il viso. Film fondamentale, perché in qualche modo anticipava il modus operandi del cosiddetto filone giallo all’italiana, che poi sarebbe stato portato in trionfo da Dario Argento nel decennio successivo.
Nel suo nuovo lavoro, Bree non si limita però a saccheggiare l’immagine esteriore del suo cinema preferito, ma ne ricava quasi un concept-album, fin dal titolo altamente evocativo. “Pre-Code Hollywood” si riferisce a quella stagione irripetibile del cinema americano, quattro anni dal 1930 al 1934, periodo in cui i registi si spinsero ad affrontare in modo diretto, quasi brutale, tutta una serie di temi sensibili mai evocati prima sul grande schermo. Sesso, violenza, criminalità, questione razziale, critiche al sistema carcerario ed emancipazione femminile andavano così a intrecciarsi per la prima volta con il glamour e le luci scintillanti del Sunset Boulevard losangelino. E’ la prima epoca d’oro del cinema americano, creatività a mille e dissolutezza, foriera di film che diventeranno pietre miliari (per esempio “Scarface” del 1932, ripreso da De Palma nella sua rilettura con Al Pacino protagonista, negli anni Ottanta).
Bree mostra una sincera riverenza per questo cinema fuori dalle righe, dalla narrazione emotivamente carica di pathos e privata dei canoni classici, che come conseguenza portò alla creazione e all’applicazione rigida del codice Hays, un vademecum di autocensura che stabiliva a priori quello che si poteva mostrare, analizzare e soprattutto raccontare nelle pellicole hollywoodiane.
Il cinema che l’artista vuole omaggiare è dunque quello sfrontato e rivoluzionario del Pre-Code, e queste tracce sono perfette come colonna sonora di un ipotetico film giallo-horror; un suono freddo, a tratti glaciale e a volte barocco, ricco di orchestrazioni su cui si eleva la voce di Bree, spettrale e cantilenante, quasi gotica, con testi che esaltano il lato oscuro del romanticismo e la perdita dell’innocenza giovanile (per esempio in “When We Met”, dove i rimandi al film “Baby Face” sono chiarissimi). Il tutto in un trionfo di estetica post-punk che abbraccia contemporaneamente Bowie, la robotica quasi rallentata dei Kraftwerk e i Tubeway Army di Gary Numan, imprimatur evidentissimi a partire dai clip di accompagnamento dei singoli.
Prendete per esempio il video di “You Are The Man”: musicisti in bretelle e maschere spandex come Bree, figure spettrali che si muovono al rallentatore dietro i synth, un trio d’archi femminile che sfodera parrucche barocche, bambole poggiate sugli strumenti a tasti che fanno tanto “Profondo Rosso“, umani trasformati in perfetti manichini introdotti dal presentatore in una versione fittizia di Top Of The Pops, detta Radio Vision (con tanto di sigla di apertura). È tutto bizzarro, quasi irreale, sembra una rappresentazione in musica del teatro dell’assurdo di Eugene Ionesco, eppure funziona alla grande e si sposa benissimo con le atmosfere dell’album.
Sorpresa tra le sorprese, la presenza in console di Nile Rodgers, che, oltre a produrre, mette al servizio la chitarra in due brani. Ma se “Miss You”, cantata da Bree insieme alla compagna Princess Chelsea, è più un pop spensierato, zuccheroso, che poco c’entra con tutto il resto, la title track è di ben altro livello, con la chitarra dell’ex-Chic impegnata a destreggiarsi tra le atmosfere glaciali dei sintetizzatori e ritmi sincopati e decadenti, mentre la voce grave di Bree avvisa l’ascoltatore: “Lascia che ti mostri che lo sono il tuo mostro, il tuo uomo dai mille volti, il tuo Lon Chaney” (uno degli attori più famosi dei film d’orrore del cinema muto americano di inizio secolo scorso).
Musicalmente, è un continuo districarsi tra episodi classicamente dark–gothic–wave – “You Are The Man” ha una glacialità robotica che ricorda da vicino la produzione Ultravox dell’era Foxx – e altre composizioni che invece si aprono a un pop quasi barocco, dove le linee vocali di Bree assumono tonalità e timbri cari al Sylvian meno scorbutico, per esempio in “We’ll All Be Forgotten”, “Epicurean” e soprattutto “Politics”.
“Pre-Code Hollywood” è un viaggio di quaranta minuti attraverso l’era pionieristica del grande schermo, un omaggio riuscito al cinema del passato che celebra glamour, dramma e disperazione senza vergogna. E’ proiettato nell’oscurità e in qualche modo anticipa le catene e i divieti che da lì a breve avrebbero portato a una censura senza precedenti. Per chi scrive, uno dei dischi dell’anno.
28/07/2023