Il secondo album dei VoidCeremony trova una formazione diversa dall’esordio “Entropic Reflections Continuum: Dimensional Unravel” (2020): guidati dal chitarrista e cantante Garrett Johnson, ci sono ora il chitarrista e seconda voce Phil Tougas (Atramentus, Chthe’ilist, Worm, First Fragment), il bassista Damon Good e il batterista Charlie Koryn. La proposta sonora è sempre un death-metal tecnico e in costante mutazione, ma questa volta più spinto sul versante progressive, con alcuni rimandi alla particolare fusion dei Cynic e un costante alone di orrore cosmico a colorare il tutto.
La densità dell’album è paragonabile a quella sorprendente dell’esordio, così in 37 minuti l’ascoltatore è travolto da un bombardamento incessante di riff, assoli e variazioni che mettono a dura prova l’attenzione. La difficile opera di assimilazione è aiutata dall’incredibile lavoro di produzione e mastering dell’italianissimo Gabriele Gramaglia. Anche questa volta, l’impressione è che una durata maggiore avrebbe reso l’esperienza fin troppo faticosa per le sinapsi, prima che per i timpani.
Basta l’iniziale “Threads Of Unknowing (The Paradigm Of Linearity)” a presentare l’opera, bestiale e labirintica nel suo alternarsi di assalti frontali e complesse esplorazioni melodiche, ritmiche e armoniche. Ritornano anche gli assoli avventurosi di basso (“Abyssic Knowledge Bequeathed”), da affiancare a quelli più canonici ma sicuramente spettacolari di chitarra (“Entropic Reflections Continuum”, a riprendere nel titolo l’album d’esordio).
A stupire chi già li conosce è più la coda di “Writhing In The Facade Of Time”, con sentori dei Tangerine Dream più cosmici, ma non è nulla che altre band del death-metal non abbiano già ampiamente integrato nel loro vocabolario, in primis i Blood Incantation.
Nel contesto di un album che non fa molto per stupire, la lunga “Forlorn Portrait: Ruins Of An Ageless Slumber” potrebbe fare la differenza, ma nei suoi undici minuti fatica a svilupparsi in modo memorabile, così le varie sezioni si susseguono in una narrazione sfilacciata, diluita dai troppi assoli e sostanzialmente deludente (tutt’altra storia rispetto alla vecchia “Empty, Grand Majesty”).
“Threads Of Unknowing” sembra indirizzare i VoidCeremony verso un prog-metal tecnico che ha rinunciato a parte della sua malvagità per allargare la palette anche verso dinamiche meno serrate e più atmosferiche. È mancata, però, la volontà di portare più a fondo quest’esplorazione, che finisce relegata in qualche dettaglio di un secondo album che funziona soprattutto quando replica ciò che funzionava dell’esordio. Non è poco, ma era lecito aspettarsi qualcosa di più.
05/05/2023