Sì, lo so, sono stato forse troppo indulgente e persino entusiasta nei confronti di Brian Campeau. Che colpa ne ho se il musicista canadese trasferitosi a Sydney è uno dei più dotati chitarristi folk-rock contemporanei? Come posso, d’altronde, tacerne le pregevoli qualità vocali, e con quale ardire posso negarne l’estrema e vibrante atipicità, spesso frutto di una schizofrenia stilistica e di un’altalenante forma depressiva?
Non posso ritenermi colpevole di alcun misfatto, solo per aver individuato tra le pieghe delle sue composizioni quel lirismo dai profumi autunnali e malinconicamente introverso lasciato in eredità da Nick Drake a una ricca generazione di musicisti, abili purtroppo nel catturarne spesso e volentieri solo l’indolente grazia estetica.
Certamente, in questa mia ostinazione e perseveranza non ho potuto godere del supporto dell’autore, troppo impegnato a depistare l’ascoltatore con una quantità di suggestioni sonore a volte troppo forbite o scherzosamente futili. Del resto, chi può sentirsi non attratto da un musicista che argomenta come Peter Gabriel, canta come Thom Yorke, sbrocca come Syd Barrett, esplode di gioia come Beck, indugia sugli accordi come John Fahey e si sente erede sia dei White Stripes che degli Abba?
Brian Campeau non ha mai negato la sua indole depressa e funambolica, anzi ne ha fatto un manifesto in quella “Reinventing Myself”, proposta in ben due dei tre precedenti album. Questa volta la reinvenzione è emotivamente più forte, essendo “Old Dog, New Tricks” l’album dell’esternazione gioiosa e scherzosa. Le canzoni nascono dal confronto con la banalità e la futilità dei media: un pretesto per una serie di intelligenti provocazioni concettuali che Campeau ha messo in atto, pubblicando alcune foto scattate in momenti d’intenso sconforto emotivo e psicologico, accompagnandole con frasi allegre e spensierate. L’introspezione di “Don’t Overthink It, Overthink, Overthinking” e la malinconia di “Mostly Winter Sometimes Spring” questa volta sono state piegate alla logica di un disco disinvolto e musicalmente colto, che più di ogni altra sua opera riesce a catturare l’atipica genialità del musicista.
Avrei tanto desiderato veder smentite le mie opinioni su Campeau, ma il canadese è diabolico, imprevedibile. La bellezza di queste tredici miniature folk-pop psichedeliche è straniante, mai del tutto piacevole per un ascolto in sottofondo, eppur accattivante e familiare come la miglior pop music. Il primo elemento anomalo di “Old Dog, New Tricks” è la sequenza di riff chitarristici timbricamente affini che si susseguono come un loop ossessivo per la prima sezione dell’album. Tutto ha inizio con “Whatever Happened To Xanadu”, un’esuberante digressione tra progressive e post-rock, farcita di elaborati virtuosismi strumentali e una giusta dose di pathos. L’atmosfera diventa più evanescente in “Losing Friends”, scandita dall’abbaiare di un cane e da un sax che si impossessa del brano per trascinarne la melodia in una dimensione estatica, prima che l’ennesimo riff in stile fingerpicking apra le porte a un indie-folk in salsa Beach Boys (”1983”).
Con lo strumentale “Boy Oh Boy” la curiosa giostra dei riff prosegue con toni più angelici e crepuscolari, prima che il refrain chitarristico non guadagni velocità, sfociando nella vorticosa e travolgente festa di ritmo e armonia di “Next October”. Con l’ingresso di “Two Repeating” la musica cambia direzione, l’atmosfera si fa greve, la chitarra arpeggia e indugia su toni malinconici, mentre la voce scandisce ogni parola come se fosse l’ultima: se fosse mai esistita la possibilità di una jam session tra i Pink Floyd e Nick Drake, senza dubbio non avrebbe potuto suonare meglio.
“Old Dog, New Tricks” è una continua fucina di sorprese, con “Slow Walking” l’elettronica anni 80 s’impossessa delle raffinate armonie del musicista proiettandole in una dimensione quasi fittizia, il fascino è infatti ingannevole, pronto a essere messo in discussione dal minimalismo ossessivo dell’ipnotica cantilena di “How To Behave” e in seguito dai duetti apparentemente amorevoli di “We’re No Fish” e “Land We Found” : lei è Hannah Cameron.
Il nuovo album di Brian Campeau è alla fine uno degli incastri più fantasiosi tra pop e altri mondi: difficile restare insensibili alle oscure digressioni psichedeliche di quella che all’inizio sembra un’innocua canzone folk-pop. “Done It Again”, come “Pie In The Sky”, stravolge i sensi con una cascata di prog e hard-rock che solo per un attimo appare aliena.
Il musicista con “Old Dog, New Tricks” ha lasciato fluire il suo lato più passionale e gioioso ma anche il più beffardo, le tredici tracce sono in continua alternanza tra perfezione estetica e superficialità (“Underwater Swim”). Non poteva essere altrimenti per un musicista la cui formazione tecnica è stata coltivata con studi di chitarra classica e corsi di perfezionamento a base di Guns n’ Roses, e non va dimenticato che Campeau è anche membro di una band bluegrass, i Green Mohair Suits.
“Old Dog New Tricks” è un’altro viaggio del musicista canadese in quel labile confine tra realtà e menzogna, tra gioia e depressione, tra necessario e superfluo.
“Non c’è motivo di essere tristi, siamo venuti per cambiare le nostre menti”
(Brian Campeau, “1983”)
15/11/2018