“Daqa’iq Tudaiq” rappresenta la perfetta quadratura del cerchio: l’avventurosa e originale sinergia tra immagini e suoni elaborata da Radwan Ghazi Moumneh, forte di un linguaggio musicale e visivo dall’enorme potere simbiotico, non è mai stata così vivida e toccante. Il nuovo disco di Jerusalem In My Heart nasce da ambizioni e aspirazioni audaci, ovvero reinventare la tradizione attraverso una rilettura orchestral-elettronica di un classico della musica popolare egiziana, “Ya Garat Al Wadi”, strappata alla tradizione e rielaborata a suon di buzuk, riq, derbakeh, qud, qanum, santur, viole, violini e strumenti contemporanei, trasformata infine anche nella sua denominazione in “Wa ta’atalat Loughat Al Kalam”, letteralmente: “Il linguaggio della parola è stato abbattuto”.
Registrati dal vivo a Beirut con l’ausilio di un’orchestra di 15 elementi, e rielaborati con la complicità di Sam Shalabi (Land Of Kush etc.), i quattro movimenti del brano, che occupa l’intera prima facciata del disco, sono ricchi di dettagli strumentali e di raffinatezze timbriche. Passato e presente diventano un unicum temporale, in un crescendo emotivo che strappa il velo della logica occidentale della world music (si ascolti in particolare il terzo e il quarto movimento), per evolversi in una catarsi sonora dove i contrasti diventano il trionfo della bellezza e dell’armonia.
Come tutte le esperienze che coinvolgono più livelli di cognizione, nonché sensitive, “Daqa’iq Tudaiq” non si limita a una semplice contaminazione tra musica etnica e velleità avantgarde: per Radwan Ghazi Moumneh le sontuose creazioni armoniche del passato hanno già al loro interno tutta quella capacità di rinnovarsi e modularsi in moderne forme di trascendenza.
Che l’artista rifugga le lusinghe della mediazione estetica è subito evidente nella manipolazione sonora di “Bein Ithnein”, che introduce la seconda parte dell’album con un ossessivo trip percussivo ed elettronico a metà strada tra Tangerine Dream e Terry Riley.
Sono invece le voci la materia di sintesi sulla quale si sviluppa la spettrale e ascetica “Thahab, Mish Roujou, Thahab”, che a molti potrà ricordare i Coil, mentre il buzuk (strumento preferito del musicista) diventa unico protagonista di “Layali Al-Rast”, piccola oasi di meditazione di un album creativamente frenetico e incalzante.
Ma è solo un attimo di introspezione solitaria prima del brillante affresco di suoni e colori che anima “Kol El’Aalam O’youn”, un brano che proietta la musica dei Jerusalem In My Heart nel futuro, svincolandola del tutto dalla dimensione temporale.
A questo punto resta da verificare con quali affascinanti immagini Charles-André Coderre perfezionerà l’opera più temeraria e completa del musicista libanese, che calcherà le scene italiane in una lunga tournée dal 21 al 30 novembre: un appuntamento da non perdere.
19/10/2018