Oltre trent’anni dopo i Kraftwerk, i Motor – duo composto da Bryan Black e Olly Grasset – tornano sull’annoso tema del rapporto tra l’uomo e la tecnologia. Le insidie, si sa, in questi casi sono dietro l’angolo, ma l’ostacolo è saggiamente aggirato: in fondo, che cosa sarebbero in grado di fare i sequencer da soli senza che una mente umana partorisca idee e li metta in azione, o un vocoder senza che ci sia una voce da manipolare? A vincere è l’uomo, è lui che ha creato la macchina e la “governa”. Almeno, stando a quanto dimostra il duo franco-statunitense, che cerca di fondere in una rilettura originale e aggiornata l’electronic body music tanto cara ai DAF con un pop più canonico, pur a tinte spesso nere e blu elettrico.
I due compiono più di un passo avanti rispetto alla minimal-techno che ha contraddistinto i primi album – apprezzati soprattutto dagli addetti ai lavori – che hanno permesso ai nostri di cooperare con i Throbbing Gristle e di partire persino in tournée, nel 2009, con i Depeche Mode.
Non a caso è proprio mr. Martin Gore di Basildon il partner-in-crime perfetto per la title track, “Man Made Machine”; mentre il compare Dave Gahan presta le proprie doti canore ai Soulsavers, lui torna ad esibire l’anima mai sopita da voyeur electro-glam (la sua voce si adagia sui toni più bassi, con una sensualità pericolosa, sleazy, malata e conturbante, che ricorda tanto “Personal Jesus” quanto Iggy Pop e le recenti collaborazioni dance di Marc Almond) dopo esser tornato a giocare con l’ex-sodale Vince Clarke nel poco convincente “Ssss“.
I Motor hanno deciso di fare le cose in grande: tutto è curato fin nel minimo dettaglio, a partire dall’inusuale confezione con un involucro argentato. Colpiscono la presenza di più richiami alla cultura rock e gli abbellimenti pianistici che si insinuano nel tessuto sonoro dello strumentale “Alumne”. Nel disco saltano fuori due “anime”, andamenti contrapposti che rimarcano il dinamismo del duo: da un lato predomina l’amplesso androide tra uomo e macchina, quasi a suggerire confusione, algida dispersione sensoriale. Dall’altro lato, invece, appare netta la volontà di liberarsi da qualsiasi vincolo temporale, gettando così la corazza in quattro quarti. La sola “In The Dark” mescola pienamente le due cose, adagiandosi su movenze coatte e robuste, ma non per questo meno accattivanti, prima che l’underworldiana “Between The Night” chiuda i battenti evacuando in cassa dritta, roteando su se stessa tra pompature cibernetiche e atterraggi in coda in perfetto stile Daft Punk.
Ma è con la giovanissima vocalist newyorchese Reni Lane che i due strizzano più d’un occhio a certa dancefloor music clamorosamente pulsante, confermando uno stato di forma notevole. “Hello” è un saluto all’aperitivo. Mood elettro-pop vagamente ipnotico e groove sintetico in appoggio. Tutt’altra collocazione merita la pachidermica involuzione timbrica di “Pleasure In Heaven”, che riassesta l’album su territori androidi, con un sempreverde Numan nelle vesti del cyborg di turno. L’analogia con il passato propriamente synth-pop c’è ed è netta, tuttavia è una corrispondenza assolutamente biunivoca capace di rianimare cuori e ormoni pur non disdegnando a una congenita imperturbabilità scenica.
Il nuovo lavoro dei Motor è un patchwork soprendentemente coeso e coerente, in grado stavolta di farli conoscere al grande pubblico senza neppure giustificati complessi d’inferiorità nei confronti dei propri modelli. Con “Man Made Machine” la premiata coppia Black-Grasset è riuscita perfettamente a risistemare ogni singolo cilindro del “motore”, bilanciando aderenza e irrequietezza, potenza e controllo, appannaggio di una vivacità sonora di tutto rispetto.
06/06/2012