DEPECHE MODE - SSSS

2012 (Mute)
vintage-techno
5.5

L’avventura di Vince Clarke nei Depeche Mode durò appena un anno: il tempo di fondare la band e partorire un album, “Speak & Spell”, di gradevole disco-pop, destinato a essere considerato poi, a ragion veduta, una sorta di pesce fuor d’acqua nella loro produzione. Poi Clarke lasciò, il timone se lo prese Martin Gore e il resto è storia. Quella della band, ma anche quella di Yazoo ed Erasure, le due successive creature di Clarke, plasmate assieme rispettivamente ad Alison Moyet e Andy Bell. Due strade, dunque, distanziatesi sempre più l’una dall’altra col trascorrere del tempo, apparentemente inconciliabili.

Un riavvicinamento tra Clarke e la sua ex-band si era già avuto nella recente compilation “Remixes 2: 81-11”, dove questi, assieme fra i tanti (Trentemoller, Röyksopp, UNKLE ed Eric Prydz, tanto per citare i più noti) anche all’altro “ex”, Alan Wilder, si dilettava a rimetter mano, con risultati non particolarmente brillanti, a uno dei brani più lontani dai suoi tipici canoni danzerecci (la pece nera e metallica di “Behind The Wheel”). Ma proprio questo avrebbe dovuto suonare come una sorta di campanello d’allarme: un ritorno di fiamma non era poi così impossibile.

Ed ecco che quindi, quasi per caso e senza nemmeno incontrarsi di persona, i due lati opposti della medaglia depechemodiana reincrociano la loro strada per un progetto, firmato in salsa minimalista con le rispettive iniziali, che pare ambire a uno sviluppo futuro iniziando con lo scrivere e produrre a quattro mani questo lavoro.

Già il background che sta alla base della nascita del progetto la dice lunga sulla particolarità di quest’ultimo: voci vogliono che sia stato Gore a farsi vivo per primo, circa un anno fa, mentre stando ad altre sarebbe invece stato Clarke a proporre l’apertura di una nuova fase della loro carriera, di nuovo assieme dopo ben più di trent’anni. Ciò che ne viene fuori è un disco di pura techno di stampo marcatamente vintage, una colata di synth analogici e lapidarie sezioni ritmiche nel classico 4/4 che azzardano il tentativo di risultare contemporaneamente nostalgici, al passo coi tempi e fuori dagli schemi della scena odierna. Delle tre caratteristiche l’unica pienamente riscontrabile è la prima, mentre se la terza può dirsi in parte riuscita, è la seconda, per ragioni prettamente anacronistiche, a restar fuori dai giochi.

“SSSS” è un album invecchiato prima ancora di nascere, l’album di due musicisti ormai lanciati verso la senilità che vogliono al tempo stesso ripercorrere i loro tempi e adattarli al presente. Ma non per questo lo si può definire un lavoro malriuscito: non lo è di certo nell’incedere vagamente dark dell’iniziale “Lowly”, né nel surrogato di Mouse On Mars e Chemical Brothers di “Zaat”, tantomeno nel melodico minimal tra Orbital e Yello di “Windup Robot” e della conclusiva “Flux”. Episodi dalla cura sonora certosina, in grado di accendere una scintilla in tutti i nostalgici della corrente più “classica” della techno, ma totalmente privi di una qualsivoglia forma di novità. Poi non manca anche qualche scivolone, come il tentativo di genesi ipnotica in minimal-grooving di “Recycle” (Deepchord è lontano anni luce) o gli inutili acidi di “Skip This Track” (da seguire appieno il suggerimento del titolo), dopo aver udito i quali Chris Liberator avrebbe potuto incorrere in infarto immediato.

La techno oggi è altro, sia per gli emergenti che per i nomi storici. È nel minimal sound che da Richie Hawtin ha portato a Hans Bouffmyhre, negli sguardi oltre i canoni di Surgeon, nelle alienazioni apparentemente infinite di Andy Stott, nei reticoli multiformi di Morphosis, ma anche nelle regressive ipnosi di Deepchord e nelle dilatate e notturne estensioni di Sven Schienhammer. I tempi in cui la techno era esclusiva di Detroit sono oggi esauriti, anche se il piacere di sentire ancora in forma nomi come Carl Craig e Juan Atkins è senza dubbio incommensurabile.

Quel che Gore e Clarke si limitano a fare, in questa prima uscita del loro nuovo progetto, è ricalcare quelle sonorità in tutto e per tutto, sfogando la loro vena nostalgica in esercizi di stile che si lasciano ascoltare volentieri, rimembrando i tempi che furono a coloro che vissero l’esperienza dell’ondata technoide. Manca del tutto il tentativo di inserirvi anche solo un briciolo di personalità, qualcosa che non si limiti a una copia-carbone di suoni già sentiti e risentiti, che consenta al prodotto finale la definizione di “album techno di Clarke e Gore”, anziché di semplice “nostalgica uscita qualsiasi”.

Ciò che risulta evidente è che quest’incursione della ritrovata coppia in territori ben lontani da quelli da essi abitualmente battuti suona molto come una svolta temporanea e occasionale, nata dalla voglia, probabilmente, di dilettarsi nel ridar vita a ritmi e atmosfere protagoniste di una delle decadi più importanti per l’elettronica da ballo. Ma il tutto è portato avanti senza il minimo intento che esuli la sfera del divertimento, dell’omaggio a tali sonorità. L’abilità tecnica dei due si riconferma in una prova che alla fine non può certo definirsi brutta, quanto semmai poco utile e scontata, in attesa di un seguito di quel che pare essere un progetto destinato a non morire assieme a questa sua prima genesi. Rimandati a settembre.

22/05/2012

Tracklist

  1. 1. Lowly
  2. 2. Zaat
  3. 3. Spock
  4. 4. Windup Robot
  5. 5. Bendy Bass
  6. 6. Single Blip
  7. 7. Skip This Track
  8. 8. Aftermaths
  9. 9. Recycle
  10. 10. Flux

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