Biosphere

06-07-2025

Rimescolando ambient house e minimal techno secondo visioni d’artica glacialità, il norvegese Geir Jenssen, Classe 1962, è divenuto, dagli albori dei Nineties a oggi, figura pionieristica nel sovraffollato panorama dell’elettronica mondiale. Un peso massimo che rifugge il mainstream ma che pure ha dimostrato enormi qualità nel design d’un pop d’alta classe, cofondatore nel 1985 di quei Bel Canto che furono tra i gioielli più preziosi del genere dream-pop. Indossato il moniker Biosphere, già nell’esordio “Microgravity” del ’91, egli licenzia una prima pietra miliare, prova ardua da superare, cui seguiranno invece ulteriori motivi di entusiasmo, dalle campiture astratte di “Substrata” (’97) ai virtuosi sampler dal mondo della musica classica del semisconosciuto “L’incoronazione di Poppea” (2012).
Le parche presenze della voce umana - opportunamente campionata - posseggono una qualità cinematografica che nulla aggiunge all’esposizione del proprio monolite strumentale, una colonna d’acqua ghiacciata sulla quale s’attorcigliano ramificazioni ritmiche più vicine al battito cardiaco che a quello della dancehall. Negli ultimi anni, dopo una serie di album prescindibili, l’artista norvegese è tornato alla piena ispirazione degli esordi, archiviando l’interesse per i ritmi costanti e abbandonandosi a un ambient d’avanguardia, dove l’orecchio allenato coglierà perfino scampoli melodici di neoclassicismo.

Geir, cos’era la tua vita ai tempi dell’esordio nel mondo della musica col moniker E-Man?
Dal 1981 all''85 ho studiato archeologia, e ho fatto il servizio civile per il dipartimento archeologico del museo di Tromsø. Poi ho cominciato a lavorare part time nel laboratorio archeologico dell’Università e ho preso parte a diversi scavi archeologici nel nord della Norvegia, un mestiere ben retribuito, che mi ha permesso di acquistare la prima strumentazione. In quel periodo, infatti, avevo cominciato a sperimentare con il synth di un mio amico.

Con cosa iniziasti?
Principalmente roba della Roland, comprata nel negozio di musica locale: TR-808, TR-606, TB-303, MC-202, SH-101, un sintetizzatore Korg Poly 61 e un registratore a cassette a quattro tracce Teac 144. Strumenti che oggi valgono una fortuna. Spesso restavo sveglio la notte per lavorare alla mia musica, e il mattino seguente toccava andare a lezione; era una lotta costante tra questi due interessi: archeologia e musica. Non mi interessava fare della seconda il mio lavoro ma, certo, ero fermamente determinato a spingermi in una determinata direzione stilistica attraverso di essa.

Dall’album a nome Bleep “The North Pole By Submarine” al successivo “Microgravity” come Biosphere c’è un evidente salto di qualità.
Non ci vedo un salto eclatante: entrambi i lavori combinano ritmi elettronici con elementi ambient. Il progetto Bleep era, questo sì, ispirato dalla acid house e dalla techno di Detroit che ho ascoltato molto nel periodo ‘87-‘91.

BiosphereNon ritieni dunque ci sia stato un fatto scatenante nella nascita di “Microgravity”?
Beh, intorno al ’90 ho iniziato a lavorare anche come dj radiofonico nella stazione radio locale, Brygga Radio. Nel mio programma, Bleep Culture, trasmettevo la nuova musica elettronica e leggevo brevi testi riguardanti astronomia e fantascienza. Un po’ alla volta, ho cominciato anche a mixare musica dance e roba ambient tipo “Apollo” di Brian Eno e “Birdy” di Peter Gabriel. Il risultato suonava inedito alle mie orecchie, e questo mi ha dato l'idea per l’esordio di Biosphere. Poiché molta della musica di quel periodo sembrava incapace di reggere il trascorrere del tempo, miravo a creare qualcosa che resistesse al passare delle mode. Pertanto, era importante evitare campionamenti tipo “Can You Feel It?” e scovare elementi che nessuno aveva mai impiegato prima. Comunque, quando ho firmato per la R&S e la Apollo, nel ’92, mi è capitato di incontrare Richard D. James (Aphex Twin) in uno studio a Gent, in Belgio e, in quell’occasione, mi ha confessato che, quando è uscito, “The North Pole By Submarine” era uno dei suoi album preferiti.

La tua musica è interessata a raggiungere lo spirito?
Non mi ritengo una persona spirituale ma, a volte, mi piace pensare che ci siano dei frammenti musicali che fluttuano nell'universo, come neutrini che sfrecciano attraverso la materia. Il mio compito è catturarli e, per far questo, bisogna risiedere nella pace e nella concentrazione. Può essere d'ispirazione, pensarla a questo modo.

Quali band ti hanno spinto a diventare un compositore?
Prevalentemente, il post-punk uscito tra il 1979 e il 1982.

Voglio i nomi.
Alla rinfusa, tra i tanti: Joy Division, New Order, Wire, Dome, Tuxedomoon, Residents, Orchestral Manoeuvres In The Dark, Depeche Mode, Human League, Cabaret Voltaire, Throbbing Gristle, 23 Skidoo, Brian Eno, Japan, Ryūichi Sakamoto.

Prima di questi pezzi da novanta, per cosa sei passato?
Roba miscellanea, dai Pink Floyd ai Supertramp, 10cc, Steve Harley, Kraftwerk, Clash. Tutte cose che non mi stancherò mai di ascoltare.

Quali compositori elettronici sono in grado di gestire un ritmo costante ma anche di commuoverti?
Non so se, oggi come oggi, mi interessano ancora i ritmi costanti, ma alcuni nomi che mi vengono in mente sono, andando con ordine, i primi Kraftwerk, l’Ep d’esordio degli Human League “The Dignity Of Labour” nel 1979 e, per gli anni 90, la roba dei Basic Channel.

Quanto incide la strumentazione sulle tue scelte di compositore?
Ti dico come funziona per me: intanto c’è da dire che lavoro esclusivamente con strumenti elettronici, prevalentemente sintetizzatori e sampler. Di solito inizio da zero con un synth, oppure elaboro un pre-set, se è già in memoria. Il primo passo è il più complesso: trovare un piccolo tema o un suono intorno al quale posso costruire qualcosa. Poi magari impiego un paio di altri strumenti per trovare degli accordi, una linea di basso, un ritmo o la registrazione ambientale più indicata. Le mie composizioni raramente contengono più di 3-4 tracce.

Nel limite, trovi la tua virtù.
La ragione, probabilmente, è che quando ho iniziato a fare musica avevo a disposizione solo un registratore a cassette a 4 tracce. Da allora, mi è rimasta questa attrazione per le limitazioni, anche se poi il computer ti consente di produrre e operare su un numero infinito di tracce.

Quali potrebbero essere gli ingredienti che fanno di “Substrata” uno dei tuoi album più amati?
Potrebbe essere la combinazione di field recording e musica ispirata alla tradizione classica.

La verità: perchè hai smesso di esibirti dal vivo?
A un certo punto, dopo essere stato sulla strada dai primi anni 90, mi sono stancato di viaggiare. Troppi check-in, troppe attese per tutto: per prendere un aereo, per iniziare il soundcheck, per iniziare il concerto. Tutto quello spostarmi, soprattutto, interferiva col lavoro in studio di registrazione. Ora il lunedì posso entrare in studio contento, sapendo che non dovrò recarmi da nessun’altra parte, né adesso né in futuro.

Dopo un periodo discograficamente sfocato, sei tornato nel 2023 con l’ottimo “Inland Delta”. E ora sei tornato con un nuovo lavoro...
Sì, un nuovo album appena uscito per la AD 93, intitolato “The Way Of Time”. Trae libera ispirazione dal romanzo "The Time Of Man" di Elizabeth Madox Roberts, campionando la voce di Joan Lorring dall'adattamento radiofonico del 1951.

Bel CantoLe reali ragioni per il tuo abbandono dei Bel Canto?
C’erano diversi motivi. Anneli (Drecker, ndr) e Nils (Johansen, ndr) volevano vivere a Oslo, mentre io volevo starmene a Tromsø. Avevo anche investito in nuove attrezzature, compreso un campionatore, che mi permetteva di produrre musica da casa, e già allora trovavo fosse più gratificante che andare alle prove con una band. Inoltre, ci siamo evoluti in modi un po' diversi: io ero più interessato a techno, acid house e new beat, mentre loro puntavano a una direzione etnica.

Debuttaste con un piccolo capolavoro, “White-Out Conditions”: quale ritieni sia stato il tuo merito principale?
Durante degli scavi archeologici nelle isole Lofoten, era il 1984 circa, mi è venuta l'idea di creare un tipo di elettronica che suonasse “artica”. Questa intenzione è alla base del sound di “White-Out Conditions” come anche di “Birds Of Passage”.

Qual era il vostro modus operandi in studio ai tempi del secondo album, “Birds Of Passage”?
Posso dirti questo: ai tempi, qualche giornalista ha scritto che su “Birds Of Passage” si sentono le prime avvisaglie del sound Biosphere; ed è probabilmente vero, perché ho lavorato alla programmazione dell’elettronica dell’album nello stesso periodo in cui buttavo giù schizzi di quello che sarebbe diventato “Microgravity”.

Pete Namlook: un artista semisconosciuto in Italia ma con una discografia densa di collaborazioni importanti. Come la tua. Come vuoi ricordarlo, a 13 anni dalla scomparsa?
Difficile lavorare con lui, perché era impegnatissimo con la sua etichetta, la Fax. Faceva uscire fino a due lavori a settimana, ed era tutto sulle sue spalle. Ti ho recuperato il mio diario al tempo della nostra collaborazione per l’album “The Fires Of Ork” del ’93.

Vai.
Martedì 22 giugno 1993 - Ho trovato una lettera di Pete Namlook nella cassetta della posta! Vorrebbe registrare un cd con me. Divertente. Secondo me, ha pubblicato la migliore musica degli ultimi tempi. Ho avuto con lui una lunga chiacchierata telefonica. Il suo vero nome è Peter Kuhlmann. Non gli è piaciuto che avessi un contratto di pubblicazione con la R&S Records, poiché non voleva interferenze da parte di Renaat (fondatore dell’etichetta, n.d.r.).
Lunedì 28 giugno - Ha chiamato Katrien della R&S. Le ho detto di Namlook. Subito dopo ha chiamato Renaat: “Namlook? No, nemmeno per sogno!”.
Martedì 17 agosto - Mentre stavo preparando i bagagli per Francoforte, Peter ha chiamato per dirmi che lui e Renaat erano giunti a un accordo. Possiamo fare un album insieme e forse licenziarlo su R&S. Buon inizio di giornata. Ho fatto anche un buon viaggio verso Francoforte. Peter mi ha mostrato il suo appartamento/studio e quella che sarà la mia stanza. Cena al ristorante.
Giovedì 19 agosto - Iniziato a lavorare presto. La ragazza di Peter ha letto alcune frasi che abbiamo campionato per il pezzo “Talk To The Stars”. Dopo cena, abbiamo iniziato a lavorare al mio “Energy To Earth”. Ottimo lavoro di Peter con l’EMS Synthi Aks. È stata una grande esperienza guardarlo all’opera. Ma non mi è piaciuto il fatto che dovesse continuamente lasciare lo studio per occuparsi di questioni familiari. Potevo sentire che qualcosa non andava: lui diventava più lunatico e l’atmosfera si faceva poco piacevole.

E qui sono iniziati i problemi, suppongo…
Senti: lunedì 23 agosto - Aspettato tutto il giorno. Prima lui doveva partecipare alla festa di compleanno della figlia, poi aveva del lavoro d'ufficio urgente da recuperare. Me la sono fatta passare copiandomi dei dischi dalla sua collezione, ma alle 19 stavo per esplodere. Quarto giorno senza far nulla. Quasi quasi prendo il treno per il Belgio (ma non ho abbastanza soldi). Finalmente alle 20 iniziamo a comporre sfruttando “l’idea della montagna”: immaginiamo una persona in vetta, persa nella nebbia. Peter ha aggiunto i tipici archi sintetici usati per l’album “Silence” e ha letto qualcosa di Nietzsche, filtrando la voce. Il risultato mi entusiasma, abbiamo chiamato il pezzo “Gebirge”.

Un’altra tua collaborazione interessante è con Bobby Bird, ovvero Higher Intelligence Agency.
Lo conobbi nel ’94, quando suonai nel suo leggendario club Oscillate, a Birmingham. Quando l’ente norvegese Rikskonsertene mi chiese se desideravo realizzare un’opera presso la stazione della funivia superiore sopra Tromsø insieme a un artista straniero, invitai Bobby. Lavorammo sodo nel mio piccolo studio per una settimana, ideando brani da campionamenti di suoni della funivia, brani che poi eseguimmo dal vivo proprio in quell’insolita location. Oggi sono molto soddisfatto del risultato, che intitolammo “Polar Sequences”.

Vi fu una seconda registrazione in coppia…
Un paio d’anni più tardi, infatti, fu lui a invitarmi a Birmingham per un progetto simile al precedente: campionammo suoni della città e ci esibimmo in un imponente edificio cilindrico chiamato Rotunda. Il risultato uscì su cd nel 2000 come “Birmingham Frequencies”.

Cosa pretendi, oggi, dalla tua musica?
La questione dipende da dove vorrò andare a parare, con la mia musica. Ho pubblicato molti lavori, in oltre 40 anni di attività, e ogni volta ho cercato di cambiare un po' direzione. E questo può portare molto spesso a mesi di sperimentazione in cui non so esattamente in che paesaggio sonoro sono finito. Ma, succede ogni volta, a un certo punto compare un’idea che so di poter seguire ciecamente. Per capire se ho imboccato la giusta direzione, basta riascoltare ripetutamente quello che ho per le mani e, se non mi stanca, vuol dire che ci siamo; a quel punto, basta preservare l’essenza, senza divagare al di fuori dall’intuizione originaria.

Come ti godi la vita, quando non stai componendo?
Sono papà di due bambini, di 9 e 5 anni, e questo naturalmente occupa una fetta considerevole del mio tempo libero. Altrimenti, nella mia vita ci sono molte sciate, la corsa e il ciclismo. Una volta facevo anche arrampicata, ma ho smesso una decina d’anni fa, dopo essere stato salvato su un picco mediante elisoccorso.

I nomi imprescindibili per comprendere la rivoluzione elettronica nei Nineties?
Facciamo così, ti riporterò gli album che, nei primi anni 90, quando ho cominciato il progetto Biosphere, mi hanno più impressionato, anche se si tratta di titoli magari non arcinoti o normalmente non ritenuti indispensabili.

Non chiedo di meglio.
Alla rinfusa: “International Smoke Signal” di No Smoke; “Frequencies” degli LFO; “The Future Is Ours” dei Musto & Bones; “Intro CrackDown” di Psyche (Carl Craig) contenuta nella compilation di autori vari “Relics”; il 12’’ “First Power/Synth-It” dei Revelation; l’Ep “A Decongestant For The Mind”  dei Subliminal Aurra; il 12’’ “Plasma Energy” di Brutal Bill: il 12’’ “Mundo Muzique” di Andromeda; l’album “Orange” di Atom Heart; “Bcd” dei Basic Channel”; il terzo 12’’ di Code 6 con il pezzo “Third Aura”; l’album “Jus' Unique” degli Unique 3; il 12’’ “Method In The Bass” di Rebel Alliance; il 12’’ “Paradise” degli Atlantis; l’album “Silence” di Pete Namlook con Dr. Atmo.

Il campionamento di suoni naturali è parte irrinunciabile della tua biomusica?
Secondo Wikipedia, si definisce “biomusica” un genere sperimentale caratterizzato in buona parte da  suoni eseguiti da non-umani. In questo senso, sì, ho fatto uso di suoni presi dalla natura per “Substrata” e ho campionato versi animali in un campo in Tibet per “Cho Oyu 8201m-Field Recordings From Tibet”, album uscito col mio vero nome. Ho riscontrato, però, che il numero di suoni veramente interessanti che puoi trovare in natura è piuttosto limitato, specialmente qui al Nord. Da noi dominano le voci del vento e dell’acqua. E mi sa che sono passati anni dall’ultima volta che ho usato dei microfoni ambientali. Ti dirò di più: ultimamente ho avuto l'impressione che le field recording siano diventate una forma d'arte molto pretenziosa. È in realtà molto più facile limitarsi a fare delle registrazioni sonore piuttosto che, ad esempio, scattare buone fotografie.

Vivi ancora a Tromsø?
Tromsø è stata distrutta dal turismo. Se guardi i social, avrai l’impressione che qui si possano ammirare tutto il tempo aurore boreali e il sole a mezzanotte. La realtà è che il clima è estremamente instabile, con pioggia e neve continue, a causa dei cambiamenti climatici. Sono finiti perfino i lunghi periodi di freddo. Eppure i turisti non temono nulla, e il risultato è che stiamo avendo gli stessi problemi di città come Barcellona. E “grazie” ad AirBnB stanno aumentando i prezzi degli affitti, sicché le persone del luogo finiscono per spostarsi fuori città. Si è creato inoltre un effetto domino per cui è difficile reperire personale per l'asilo, insegnanti, infermieri ecc. E l'inquinamento acustico prodotto dall'aeroporto peggiora di giorno in giorno. Per mia fortuna, posseggo un rifugio dove ritirarmi, nei fine settimana.

In cosa ti senti profondamente norvegese?
Non mi sento granché norvegese. Devi sapere che esiste una grande differenza tra il Nord e il Sud, un po' come tra Scozia e Inghilterra. La Norvegia settentrionale è stata colonizzata dalla Danimarca-Norvegia qualche centinaio di anni fa e, di mio, sento maggiore affinità con la popolazione del Nord, che include la cultura norrena ma anche quella sami. Siamo un po' diversi dai norvegesi del Sud, forse più simili a un popolo subartico, di quelli abituati al cattivo tempo e a una natura desolata.

Questa, inaspettatamente, è di Warhol: “Penso che non danneggiare il proprio territorio sia una delle più alte forme d’arte immaginabili”.
Qui in Norvegia stiamo distruggendo la natura su larga scala, specialmente grazie a questi inutili parchi eolici che "devono" essere costruiti per fornire energia a basso costo ai data center di Google e TikTok. Per non parlare delle fabbriche di batterie completamente senza speranza, aziende che vanno in bancarotta prima ancora di aver realizzato una singola batteria perché, comunque, non sono in grado di competere con quelle provenienti dalla Cina. A ben guardare, noi avremo energia a sufficienza attraverso l’energia idrica ma, siccome siamo stati collegati al sistema elettrico europeo, adesso viene fuori che non abbiamo abbastanza elettricità. È il classico “effetto farfalla”, che risale all’incidente nucleare di Fukushima del 2011.

Che c’entra Fukushima?
Il disastro di Fukushima ha persuaso la Merkel a chiudere tutte le centrali nucleari in Germania e a investire invece nell'energia solare ed eolica. L’affare non ha funzionato e attualmente mi risulta che stanno bruciando carbone più di prima! Inoltre, importano gas ed energia idroelettrica dalla Norvegia e questo ha alzato enormemente il costo dell’elettricità nel Sud del Paese. Noi del Nord l’abbiamo scampata perché c'è una mancanza di cavi di trasmissione tra le due parti della Norvegia. Ma ora il governo, dopo la pressione delle lobby implicate nella transizione ecologica, vuole elettrificare una grande fabbrica di gas nel Nord del paese. Ciò richiederà quasi tutta la nostra energia idroelettrica e saremo perciò costretti a costruire migliaia di turbine eoliche, mentre i prezzi dell'elettricità schizzeranno alle stelle. A beneficiarne sono le realtà produttive della green energy, che spesso sono di proprietà di fondi pensione tedeschi. Ma presto la Norvegia del Nord insorgerà contro queste strategie.

Qual è l’aspetto più straordinario dell’essere un artista?
Sono l’unico padrone della mia giornata lavorativa. Posso fare praticamente quello che voglio. E non devo partecipare a riunioni! Posso decidere se lavorare in studio o andare a farmi una corsa. Mi ritengo estremamente fortunato a essere riuscito a guadagnarmi da vivere attraverso la musica.

(6 luglio 2025) 

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