A tre anni da "Illusion", Stefano Rampoldi, meglio conosciuto come Edda, torna a farsi sentire con "Messe sporche". Abbiamo contattato via email l’ex-voce dei Ritmo Tribale per farci raccontare qualcosa in più su questa sua ultima opera e come sempre ci ha risposto con quella sincerità disarmante e quell’ironia tagliente che lo rendono unico.
Buongiorno Stefano, grazie per l’intervista. L’ultima volta che ti ho visto dal vivo a Milano, all’Arci Bellezza, hai concluso il concerto in mutande. È stata un’immagine potente, come se volessi mostrarti nudo non solo nel corpo, ma anche nell’anima. Ti chiedo: ogni tuo disco è un modo per denudarti davanti a chi ti ascolta, svelando sogni e fragilità sempre più intime? Oppure quel tuo modo di scrivere, spesso criptico e aperto all’interpretazione, è una forma di maschera dietro cui scegli di proteggerti?”
Beh, intanto mi scuso con te e con tutti quelli che mi hanno visto in mutande per lo spettacolo immondo al quale avete dovuto assistere: son cose raccapriccianti, lo ammetto, che non si dovrebbero fare e che comunque non si spiegano, a meno che uno non si appelli all'infermità mentale. Io poi scrivo canzoni e più che nascondermi, in realtà mi mostro, anche se più passa il tempo e più mi sento inadeguato, ma tant'è che un qualche contributo devo cercare di darlo anch'io per addolcire questa valle di lacrime. Non so però se l'obbiettivo viene raggiunto o se sarebbe meglio fare altro. Per quanto riguarda il mio modo di scrivere criptico, invece, ti direi che più che altro sono svogliato. Per me le parole essenzialmente sono suoni, il significato viene dopo, se viene; quindi, se in quel punto della canzone voglio dire "brizzolino", lo dico anche se magari per gli altri non ha senso.
Dopo l’intima intensità di “Illusion”, il pop obliquo di “Fru Fru” e le suggestioni wave-elettro di “Noio; volevam suonar”, "Messe sporche" appare come un ritorno prepotente al rock più diretto e istintivo. È stata una scelta consapevole, un bisogno di tornare alle origini, o semplicemente la direzione naturale che la tua musica ha preso in questo momento?
Essendo molto scarso, l'unico linguaggio che un po' maneggio è quello che senti nel disco. È una musica basica, abbastanza ignorante, ma se cercassi una via diversa, sarebbe più che altro uno stravolgimento; me la canto e me la suono così.
In “La Diavoletto”, brano d’apertura e momento più rock di “Messe sporche”, sembri raccontare il rapporto di una coppia stanca: da un lato una donna con i piedi per terra, schiacciata dal peso dell’insoddisfazione, e dall’altro un uomo altrettanto inquieto che cerca rifugio nella musica e nella sua chitarra "diavoletto" Gibson, quasi per sfuggire all’amarezza del presente. Ti chiedo: c’è qualcosa di te in questa storia? La musica, per te, è anche un modo per evadere dalla realtà?
"La Diavoletto" non è un testo, è quasi una profezia. Tutti a un certo punto della vita si rendono conto di cosa sono e dove stanno andando, ovvero il più delle volte contro un muro. La musica è qualcosa che ci salva, probabilmente è un link con il sovrannaturale che sentiamo dentro. Teniamocela stretta, questa opportunità, potrebbe salvarci la vita nei momenti difficili e di disperazione.
“Oggi è un giorno di gloria, alza la tua radio. Con la tua faccia da timido forse non ti vendono. Oggi è il giorno di dire no”. In “Giorni di gloria” sembra di sentire un invito alla consapevolezza, quasi un grido di risveglio. Potrebbe essere la colonna sonora di questo nuovo fermento sociale - penso alle manifestazioni pro-Palestina e a un ritorno di coscienza collettiva - oppure il brano nasce da un’urgenza più intima, personale, interiore?
No, io più in là del mio ombelico non so vedere... Gloria è una donna che lavorava all'Ovs e che adesso fa un altro mestiere. Non c'è niente di politico, le mie canzoni sono piccole storie, oppure sono come quelle foto insignificanti che facciamo e che poi quando le riguardiamo ci ricordano qualcosa di noi stessi che magari avevamo dimenticato.
In “Messe sporche” non mancano immagini e versi che colpiscono con forza - "La tua bocca sa di cazzo, adesivo come il sole scioglie il ghiaccio”, oppure “Prostituzione obbligatoria, religione senza storia, foto obbligatoria degli organi genitali”. Anche la copertina, con quella mano che si avvicina a un paio di mutandine rétro, sembra voler provocare e scuotere. È solo una mia impressione o, in questo disco, ti sei sentito ancora più libero, quasi esentato dal politicamente corretto?
Ieri, dopo un brainstorming durato mesi, ho capito che "Messe sporche" si riferisce alle mutande. Invece la frase a cui ti riferisci è una mia legittima curiosità sul Calippo tour. La copertina è un richiamo a quelle che faceva Fausto Papetti e che tanto mi colpivano ogni volta che le trovavo sugli scaffali dei dischi. Per quanto riguarda la prostituzione obbligatoria, credo che avrebbe potuto essere un valido sostituto del servizio civile. Purtroppo, sta idea mi è venuta solo ora che la leva militare non c'è più, peccato perché avrebbe avuto successo. Un'esperienza formativa del degrado.
Nel disco precedente, con Gianni Maroccolo in cabina di regia, ti erano state affidate alcune parti di chitarra. In “Messe sporche”, con gli arrangiamenti e la direzione artistica di Luca Bossi, invece, la chitarra l’hai usata solo come strumento di scrittura o anche durante la registrazione? Mi sembra che in questo lavoro ci sia un approccio diverso: hai suonato tu stesso alcune delle parti di chitarra?
Non ho suonato una nota, ha suonato tutto Luca. Due canzoni le ho scritte con lui, e per il resto gli ho fatto sentire dei pietosi provini chitarra e voce. Il risultato finale è tutto Made in Bossi: un uomo, una certezza.
Ho letto da qualche parte che Edda vive a Milano, ma lavora in smart working su un altro pianeta. Milano ricorre spesso nella tua musica: penso alla Milano del tuo esordio da solista, ma anche a "Messe sporche", dove canti “sei Milano più pulita del peccato”. E in più, nella tua discografia, ogni tanto affiorano parole e sfumature del dialetto milanese. Che tipo di legame hai oggi con questa città? È ancora una presenza viva nella tua ispirazione o qualcosa con cui ti confronti in modo più distaccato?
Milano è per i giovani e per i ricchi, io non sono nessuna delle sue cose, però vi ho vissuto 40 anni e mi piaceva. Adesso la guardo da lontano, con terrore reverenziale.
Che impressione ti ha fatto "Milano sogna", il vodcast dedicato ai Jungle Sound, dove il tuo ex-compagno nei Ritmo Tribale, Fabrizio Rioda, incontra le band e gli artisti che hanno attraversato gli storici studi di via Pestalozzi? Ti piace questo effetto nostalgia che celebra quegli anni, tutti sospesi tra sogni e amplificatori? Ti piacerebbe essere ospite di una puntata a raccontare anche la tua parte di quella storia?
Io più guardo Fabri e più mi sembra Henry Rollins. Per me lui è un totem e ho scoperto con piacere che sa anche parlare. Ho guardato le puntate: è bravo. No, non ci andrei perché il passato mi imbarazza e il futuro mi preoccupa. Vivo il mio presente orrorifico, ma di più non posso. Però sono contento di vedere lui e tanti altri amici su YouTube.
Hai scelto di pubblicare solo due singoli sulle piattaforme di streaming, lasciando fuori il resto dell’album. È una decisione che suona come una presa di posizione, quasi un gesto di resistenza verso il modo in cui oggi si consuma la musica. È così? Vuoi lanciare un messaggio contro la logica dello streaming, o c’è anche un altro significato dietro questa scelta?
In realtà, è una decisione che ho preso senza capire quello che stavo facendo, poi quando me l'hanno spiegato ho detto: ah?! Alla fine, però, sono contento di averlo fatto, anche se non so il perché. È l’istinto.
Nella cartella stampa racconti che inizialmente non volevi realizzare un album intero, ma poi Luca Bossi ti ha convinto. Ora che il disco è pronto a uscire, sei soddisfatto del risultato? Ti senti felice di averlo fatto?
Sì. Una parola molto semplice ma piena di significato.
Grazie Stefano ti ringrazio per lo spazio che ci hai dedicato e ti porto i saluti di tutta la redazione di Onda Rock.
(17 ottobre 2025)
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La grande illusione Dopo qualche anno dal precedente contatto tra Ondarock e Stefano Rampoldi in arte Edda, la redazione ha avuto nuovamente il piacere di incrociare l’artista milanese a qualche mese di distanza dall’uscita del suo ultimo lavoro intitolato “Illusion”. Edda si mostra, come al solito, molto disponibile, sincero, divertente e davvero profondo nelle sue riflessioni. Allora, proprio per questo motivo, visto che stiamo anche entrando nel periodo della kermesse, perché non progetti in futuro di partecipare al Festival di Sanremo, ad occupare la quota del cantautorato indipendente, un po' come ha fatto l’amico Giovanni Truppi lo scorso anno? |
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| C'era una volta il Ritmo Tribale di Marco Lo Giudice Dall'altra parte della cornetta c'è una piccola leggenda della musica rock italiana. Erano gli anni 90, sembra un'altra epoca: sono passati ormai ventanni. Chi c'era non può essersi dimenticato dei Ritmo Tribale, e soprattutto della loro voce storica, inimitabile, unica: quella di Stefano "Edda" Rampoldi. A 46 anni, Edda ritorna sulle scene con "Semper Biot", un disco intimo, spaventosamente intenso, nudo - come dice il titolo, che significa "sempre nudo", in meneghino. La prima domanda è banale. Che cosa ha fatto Edda in tutto questo tempo? "Sono stato un po' in giro: in India, in Italia. Ma non ci sono tanti misteri, solo il fatto che sono stato da solo per qualche anno, ho tagliato le comunicazioni con tutto e tutti. Nessuna grande avventura, insomma: ho passato 6 anni a drogarmi, qualche lavoretto qua e là. E ho chiuso totalmente con la musica". L'esperienza con i Ritmo Tribale si chiuse dopo qualche data del tour di "Psycorsonica", ma l'idea di lasciare balenava nella testa di Edda già da un po': "Era una decisione figlia di uno stato di angoscia maturato negli anni... Volevo chiudere, ma c'erano i pezzi del disco già pronti e allora ho deciso che quello fosse l'ultimo anno. Il refrain di "Base Luna" ("ancora un anno", ndr) si riferisce proprio a quel momento". Sei anni di buio. Edda è splendido nel saperne parlare con la leggerezza di chi ha tra le mani soltanto la verità di ciò che è stato: "Ho vissuto in comunità di recupero, ho smesso di bucarmi e ho cominciato a lavorare. Faccio ponteggi, continuo a farli anche in questo momento: è la mia occupazione principale". Poi ritorna la musica, abbandonata per tutti quegli anni. È stato determinante l'incontro con Walter Somà e Andrea Rabuffetti, collaboratori principali anche del disco: "Prima di tutto sono persone, solo in un secondo momento musicisti. In questo periodo della mia vita avevo esclusivamente voglia di relazioni vere, umane. E la musica è tornata come un'esigenza, adesso non mi piace pensarla come un lavoro. Io di lavoro faccio ponteggi: non è il lavoro dei miei sogni, per carità, ma il mio senso ora si trova lì". Frasi semplici, dal significato cristallino, eppure di grande intensità emotiva. Se i testi di Edda sono notoriamente inaccessibili, l'immediatezza di questo scambio di parole è sorprendente: "Qui mi dicono di fare un altro disco... non lo so: mi sembra strano farlo lavorando, capisci? Non mi aspettavo nemmeno questo, di disco! Tutto è nato un paio di anni fa su YouTube, così, senza pretese. Per la pura esigenza di creare. Poi mi hanno in qualche modo convinto, perché se fosse stato per me...". La sincerità che contraddistingue Stefano è consapevolmente al centro anche della sua musica, ed è per questo che non è ancora convinto di registrare altro materiale: "I pezzi ci sarebbero, almeno altri quindici. Ma voglio farlo soltanto quando lo sento giusto. Voglio vedere se sono capace di essere vero anche con un altro lavoro... Con i Ritmo facevo un disco dietro l'altro, creare musica è stato il mio mestiere dai 20 ai 33 anni. Adesso però mi interessa soltanto l'esigenza reale, vera di fare musica. Nient'altro". Discorsi da un altro pianeta. Sembra comunque che alcune idee di produzione siano già in cantiere: nonostante sia personalmente combattuto, Edda non nasconde di avere in mente un album più suonato, di maggiore impatto sonoro: "lo stimolo mi è venuto dall'arrivo di Sebastiano De Gennaro ad accompagnarci dal vivo alla batteria. È giovane e molto preparato... Si è innamorato del disco ed è stato proprio lui a contattarmi e chiedermi un incontro. Io non potevo che essere onorato". Con il risultato che ora il liveset è più arrangiato rispetto al disco, caratterizzato invece dalla produzione minimale del tecnico delle Officine Meccaniche Taketo Gohara: "Beh, un po' il disco suona così perché non c'erano musicisti. Ma l'idea di farlo scarno è partita da me. Sebbene io non avessi idea di come spiegarlo, Taketo è stato bravo a capire ugualmente le mie intenzioni e tutto è venuto come volevo". Ne risulta un disco che non si può definire di facile e immediata ricezione. Edda, in proposito, dà alcune interessanti indicazioni per l'ascolto: "Certamente non può essere un disco che fa da sfondo a qualcos'altro. Va ascoltato ad alto volume per poterlo davvero apprezzare. E comunque non è così difficile come dicono, a me sembrano sempre i soliti quattro accordi!". La conversazione si sposta sugli aspetti più personali di Edda, messi in luce con trasparenza dalle liriche del disco. Molte canzoni contengono riferimenti religiosi agli Hare Krishna ("Scamarcio", "Snigdelina", "Yogini", "Organza"), e viene da chiedersi quanto sia importante questo aspetto per Stefano, oggi: "In realtà ho conosciuto gli Hare Krishna a vent'anni, e non ho mai smesso di seguirli. In qualche modo loro sono quelli che mi hanno convinto di più, anche se non fino in fondo, altrimenti non sarei qui e sarei uno di loro. Mi piace quell'Abc che ho imparato e che sono riuscito ad assorbire in questi anni (ancora oggi, da allora, sono vegetariano): mi hanno dato le risposte più convincenti alle infinite domande che avevo dentro di me. Anche perché, veramente, l'unica cosa che so di Dio è che non ci ho ancora capito niente". In molte altre interviste in seguito al suo ritorno sulle scene, è stata messa in luce la contraddizione di seguire gli insegnamenti di Krishna e di drogarsi allo stesso tempo. "E che cosa posso rispondere? Le contraddizioni sono umane, sono io. Non posso farci molto. In tutti questi anni quello che ho imparato da loro sono gli unici fondamenti della mia vita: l'unica certezza che non cambierei con niente è quella di non mangiare gli animali". L'unica certezza. Perché il resto sembra una complicazione dietro l'altra: "Ogni giorno che passa è sempre più complesso, le verità sono sempre più labili. Credi che a un certo momento si matura, si sa cosa si vuole, e invece è proprio il contrario: altro che bianco o nero, qui sono tutte zone d'ombra che aumentano sempre di più". Chiudiamo con la domanda fatidica. Pesante come un macigno: e se potessi tornare indietro? In "Organza" questo desiderio è quasi urlato. Edda risponde, come in tutta la chiacchierata, con semplicità: "Cambierei molte cose... Per prima cosa non perderei tutto quel tempo a suonare! Per carità, l'esperienza con i Ritmo Tribale è stata bellissima, importante. E molte cose di quegli anni le ho potute capire solo ora. Non è stato tempo buttato via, ma se potessi davvero cambiare qualcosa del passato, posso dirti che me ne sarei andato via, non sarei rimasto in Italia. In realtà già all'epoca me ne andai per un periodo, prima di lasciare i Ritmo. A 23 anni scappai in Inghilterra con gli Hare Krishna. Mollai il gruppo e tutto il resto. Poi i ragazzi mi hanno mandato su una musicassetta con dei pezzi registrati... E sono tornato da loro. Perché la musica era tutta la mia testa, in quel momento, e lo è stata da quando avevo 15 anni: non esisteva altro. Adesso dico: forse avrei dovuto emigrare sul serio". Le ultime battute vorrebbero essere dedicate ai suoi ascolti di quest'ultimo periodo, ma Edda confessa di avere poco tempo per ascoltare musica. Si è innamorato de "I segreti del corallo" di Moltheni, regalatogli recentemente, tanto da riproporne dal vivo una personale versione di "Suprema" (completano la scaletta, oltre ai pezzi di "Semper Biot", una cover soffertissima di "Stai fermo lì" di Giusy Ferreri e qualche immancabile successo dei Ritmo Tribale). Con la sua musica, e ora anche con queste parole, Edda si conferma artista sincero, che fa della verità di sé uno stile di vita, nel bene e nel male. E di persone così la musica italiana ne ha davvero un gran bisogno. Tanto che viene da aggiungersi a chi, quando è ricomparso - una chitarra e la sua voce, dal nulla, dopo 13 anni di vuoto, su un canale di YouTube che allora sembrava non voler dire niente, "eddaponteggi" - commentò nostalgico: "Adesso che sei tornato, non scappare di nuovo". |