Giorgio Canali

Giorgio Canali - Poesia e martello

Dopo l'esperienza con i Cccp/Csi, l'artista romagnolo è diventato un cantautore rock atipico, diviso tra rabbia e poesia, tra commento della società e introspezione personale. Insieme ai Rossofuoco ha sviluppato una carriera solista segnata da album "a tema" e cambi di registro

di Antonio Silvestri

E chissà quando guarirà questo cuore anoressico
Condannato per l'eternità a girare in tondo
E in tondo e in tondo e in tondo
Che risposte ci suggerirà questo vento dislessico
Che porta con sé solo nuvole, nuvole, nuvole
Senza Messico
Il fatto che Giorgio Canali sia nato a Predappio, comune romagnolo famoso per aver dato i natali a Benito Mussolini, è un elemento anagrafico sorprendentemente in linea con l’aspra ironia e il feroce antifascismo che caratterizzano questo chitarrista, cantautore, produttore e ingegnere del suono. Figura centrale per la scena rock italiana tra anni Ottanta e Novanta, nelle vesti di tecnico e poi di musicista, ha trovato solo con la carriera solista, iniziata nel 1998, un mezzo efficace per esprimere la sua visione del mondo e della musica, mischiando autoironia e rabbia, politico e poetico, rumoroso e melodico, bestemmia e risata.
Inizialmente influenzato da un lungo periodo vissuto in Francia, il suo racconto prima da solista e poi con i Rossofuoco si è stabilizzato sull’italiano e sempre più si è concentrato sul messaggio, anche sociale e politico, sacrificando un po’ l’aspetto più introspettivo e riflessivo, comunque presente anche nelle pubblicazioni più recenti. Non ultimo, Giorgio Canali dal vivo persegue uno stakanovismo da rock indipendente, collezionando in un quarto di secolo innumerevoli concerti dai volumi generosissimi, dove intensità e sudore riconducono a un modo d’intendere il rapporto con il palco e con il pubblico che negli anni Venti è ormai una rarità: guardarsi negli occhi, condividere le emozioni, sentire pulsare forte il sangue nelle vene.

Apparentemente ostile ma sostanzialmente disponibile anche per interviste e chiacchierate a bordo palco, Giorgio Canali probabilmente odierà cordialmente che per lui si scriva questo approfondimento monografico tuttavia dovuto: una retrospettiva su un veterano che si autodefinisce “vecchio di merda” e che non si è mai allineato ai trend; indipendente e contrario, con in tasca un “fatevi fottere” per il mondo intero.

Dagli inizi punk alla Francia: 1958-1997

canalicorpo1Nato nel 1958 e attivo già nei Settanta all’interno della scena punk locale con i Potemkin, s’interessa negli Ottanta anche all’elettronica e ai campionatori Midi, suonando con Roberto Zoli e come Politrio. Sono esperienze che lo conducono a lavorare nella seconda metà degli Ottanta come tecnico del suono per una delle più importanti band rock italiane di tutti i tempi, i Litfiba; conosce così Gianni Maroccolo, con il quale collaborerà a lungo. Insieme, Maroccolo e Canali, produrranno musica di Beau Geste, Timoria e Cccp, gruppo nel quale confluiscono anche come musicisti in occasione dell’album conclusivo “Epica Etica Etnica Pathos” (1990).
A questo punto la sua vita si sdoppia: da una parte ci sono le esperienze con i Csi come chitarrista, che prosegue fino alla conclusione del progetto, dall’altra l’attività in Francia con i Noir Désir, come tecnico del suono. Riscopre il suono crudo del rock chitarristico e inizia a scrivere un album d’esordio solista, mentre lavora anche come produttore e ingegnere del suono per altri artisti.

Fatevi fottere: da "Che fine ha fatto Lazlotòz" a "Rojo"

Per il primo album solista, Giorgio Canali sceglie un titolo eccentrico e sardonico, Che fine ha fatto Lazlotòz (1998), facendo riferimento all’operaio ungherese naturalizzato australiano László Tóth, che prese a martellate la “Pietà” di Michelangelo urlando (in italiano) “Cristo è risorto! Io sono il Cristo!”. All’album, metà in francese e metà in italiano, partecipa un gruppo nutrito di amici musicisti, tra cui Cristiano Godano (dei Marlene Kuntz), Umberto Palazzo (Massimo Volume), Gianni Maroccolo (Litfiba, Cccp, Csi ecc.), Marco Parente e gli amici Noir Desir. Il gruppo stabile si definirà poi Rossofuoco ed è formato, inizialmente, da Claude Saut (basso), Marco Greco (chitarre) e Luca Martelli (batteria; impegnato a volte con Litfiba e Piero Pelù).
Album dall’ossatura rock, spigoloso e amaro, è formato da una dozzina di canzoni che solo quando si dilatano lasciano trasparire una poetica dolente e pessimista. Emergendo da una nuvola di distorsioni, “Nanana nanana” mette al centro la voce rabbiosa e tormentata di Canali, nel primo di tanti crescendo della sua carriera: il formato ideale per far salire i giri, fino all’esplosione ad alto volume finale. La tensione che attanaglia “Coule la vie”, che sarà riproposta in modo più violento sul terzo album Tutti contro tutti in italiano, come “Alè alè”, è un altro elemento che tornerà assai spesso nel suo canzoniere, così come un’idea di ballata torbida e pessimista che trova in “Au Bout” e “Nessun presente” un prototipo:
E quando si predicava nessun futuro nessun futuro
ti ho visto incrociare le dita dietro la schiena
E il risultato è qua davanti ai tuoi occhi meravigliati,
spalancati su questo presente inesistente
Su questo modello è da ricordare anche “Nuvole & Blériot”, un Neil Young altezza “Zuma”, un racconto del pioniere dell’aviazione Louis Blériot che diventa un messaggio di libertà e sogno ma anche di disperazione (“E queste strade che mi attraversano il cuore/ come Norbert Dentressangle/ con più rumore/ attraversa il continente”).
Il genere del catastrofico in musica, altra sua specialità, è introdotto da “100.000”, uno dei brani più compiuti di questo esordio, anche grazie all’ispirazione del testo spiazzante e immaginifico:
E udiamo il sinistro fragore
di 100.000 canzoni d'amore
muovere inesorabili
come carri armati
su di noi
I miasmi di sax di Akosh Szelevenyi su “Va tutto bene” accompagnano un delirio allucinato e depressivo tra sussurri post-rock e fiammate di rock ad alto numero di ottani, con la batteria che picchia forte e le chitarre che annegano nelle distorsioni.
Non ho più vuoti di memoria
da quando non ho più ricordi
Non ho più tempo di pensare
da quando penso di essere morto
Più che il noise-rock arrembante “Lazlotòz”, dissacrante ritratto divino, merita citazione il brano più politicizzato, “1.2.3.1000 Vietnam”, che guarda al passato, dal Vietnam al Muro di Berlino, per immaginare un’Apocalisse anti-imperialista, dove anche Hemingway viene messo sotto da Dio mentre attraversa la strada.
Album d’esordio che sembra ancora la fotografia di un momento di esplorazione del proprio stile, Che fine ha fatto Lazlotòz s’inquadra nel rock indipendente italiano di fine millennio, affezionato alla forma canzone ma anche alla ricerca di deviazioni rumorose e, perché no, cantautorali.

Il secondo album in studio, Rossofuoco (2002), attribuito a Giorgio Canali & Rossofuoco ma spesso considerato ancora a solo nome del cantante romagnolo, porta avanti e perfeziona le idee dell’esordio, dosando meglio le energie, lasciando che la poesia pessimista di Canali emerga in modo più misurato e graduale dai brani. La formazione, più rodata, restituisce un sound più ordinato, senza per questo perdere l’intensità da live in studio di Che fine ha fatto Lazlotòz. Si riduce anche l’uso del francese e alcuni dei suoi modelli di canzone sono efficacemente sintetizzati in brani che diventano fondamentali anche sul palco, come la sua idea di “The End” restituita in “Questa è la fine”, dove ballata elettrica e presagio apocalittico, con ghigno sardonico, si incontrano efficacemente in un crescendo drammatico:
Togli l'audio, amore
Non c'è niente da sentire qui
Nei postriboli del post-rock
Anemici piagnucolano dentro i riverberi
canalicorpo2_01Seppure, più che nell’esordio, non tutti i brani mantengono la stessa ispirazione, l’impatto dell’agitato noise-post-rock di “La Démarche Des Crabes” continua a puntare su alcuni elementi forti della carriera di Giorgio Canali, quali l’intensità dell’interpretazione dietro il microfono e lo sviluppo drammatico dei testi e dei brani, all’insegna del massimo impatto emotivo. Arriva anche l’occasione di scrivere un brano di noise-rock che rinuncia a saliscendi e deviazioni post-rock come “Rossocome”, diventato un classico anche grazie al ritornello più efficace nel descrivere l’estetica rabbiosa e tormentata di Canali, impegnato a immaginare una sanguinosa vendetta compiuta al semaforo rosso, contro la società consumistica e borghese (“Fatevi fottere/ voi e le vostre berline in leasing”), mentre dentro vive un tormento esistenziale (“A me resta qualche sigaretta/ a voi qualche speranza”; “la tempesta/ nella mia testa”). Il brano diventa facilmente un manifesto per Giorgio Canali, iracondo e rassegnato, e il conclusivo ripetersi dell’urlo sempre più rabbioso “Fatevi fottere!” è efficace nel riassumere in qualche modo l’energia ruvida che trasmettono le sue esibizioni. Non a caso, quando pubblicherà una biografia, nel 2011, sceglierà come titolo proprio “Fatevi fottere”.

Il terzo album, caratterizzato da una freccia in giù in copertina e conosciuto solitamente come Giorgio Canali & Rossofuoco (2004), prosegue un percorso di perfezionamento che si giova soprattutto di maggiore costanza nell’ispirazione. Parte dalla fantasia suicida “Precipito” (a cui allude la freccia in copertina...), una dolceamara fantasia di morte costruita intorno a “Where Is My Mind” dei Pixies che funge da spunto per altri versi di bruciante e potente pessimismo, come:
Guarda che precisione
La mia rotta di collisione
Con il mondo
Questa volta la scaletta, di dieci brani, riesce però a mantenere alto l’interesse fino a una flessione finale, anche con la mezza ballata elettrica “Guantanamo”, una nostalgica visione del passato virata a considerazioni sul fosco presente accompagnate, in uno splendido contrappunto, dagli ottoni malinconicamente festosi:
Ma si può sapere dov'è
Questo paradiso di pace e amore?
Seguivamo tutti la stella del nord
E invece era un satellite militare
Ma questo incanto dov'è?
Dov'è questo 'qui non si soffre più'?
Tanto vale andare in vacanza a Guantanamo
A disperdersi nel blu ridipinto di blu
Metallizzato
La muscolare “Fumo di Londra” e l’inno di resistenza amaramente ironico “No Pasaran” anticipano una delle sue più potenti bombe di rock rumoroso, “Mostri sotto il letto”, con altri versi da ricordare (“Sarà che se canti la vie en rose/ Io ci vedo la mort en noir”). Il commento alla società s’infiltra in molti brani ma “Fuoco amico” è il brano più apertamente politico, mentre “Savonarola (La fine del mondo a Ferrara)” fa commento sociale con l’allegoria.
Sul finale se la prende di nuovo con le canzoni d’amore (“Questa è una canzone d'amore”) ma poi chiude con una ballata elettrica d’amore (“Questa no”; il titolo è da leggersi con il precedente).
La resistenza rock di Giorgio Canali, armato di distorsioni e rabbia, è ormai pienamente definita all’altezza di Giorgio Canali & Rossofuoco, un terzo album che porta a maturazione le idee, a volte un po’ acerbe e discontinue, dei primi due. Certamente, la sua mistura di rock rumoroso, tra noise-rock e post-rock, ma anche post-grunge, difficilmente sovverte le regole musicali o stravolge l’ascoltatore, tanto che ogni album vale soprattutto per i singoli brani notevoli che contiene, nuovi inni di un modo di vedere il mondo che unisce lacrime di rabbia e di dolore, energia irrefrenabile e voglia di abbandonarsi alla tristezza.

Questo equilbrio di forze, questa inquietudine che guida la musica di Giorgio Canali e dei Rossofuoco, cambia formula sul quarto Tutti contro tutti (2007), dedicato a Federico Aldrovandi, ucciso da alcuni agenti della polizia il 25 settembre 2005.
Ferocemente contrario a nuovi e vecchi fascismi, l’album è attraversato da una rabbia dolorosa ed è presentato dallo stesso Giorgio Canali con queste parole:
[...] Tutti contro tutti è la fotografia di una situazione storica precisa, quella attuale, in cui ogni appartenenza ad una etnia, ad uno stato sociale, ad una civiltà, ad un credo, ad una passione ad una organizzazione ad una categoria e, via col vento, diventa motivo di scontro, spesso cruento, qualche volta epocale… [...] Tutti contro tutti inizia con la verità e finisce con la tosse, inizia con la rabbia e finisce con la stessa rabbia, nel tempo ci hanno insegnato che il riciclaggio è un dovere morale
La lunga “Verità, la verità” è un manifesto di questo dolore interiore, di quest’insofferenza e inquietudine, ma il dolore si trasforma in furia nella nuova versione di “Coule La Vie” intitolata “Alè alè”, dove rilegge Giorgio Gaber (“Accade che la libertà/ È partecipazione agli utili”) per descrivere il razzismo trasversale e una società ipocrita e crassamente instupidita:
La libertà futura
È un pompino in Tv
Senza censura
E stazioni e parchi liberi
Da albanesi, arabi o simili
Ma anche per cantare a squarciagola il dolore per la morte di Aldrovandi, puntando il dito contro i colpevoli di un delitto infame:
Ma dimmi anche un solo motivo plausibile
Per stare calmo e tranquillo
Se incrocio di notte uno sbirro
L’esplosione di questo malessere genera un inno della rabbia amaramente ironico come “Canzone della tolleranza e dell’amore universale”, dove allo snocciolare di luoghi comuni razzisti e discriminatori si alternano fiammate a rotta di collo che urlano di una lotta senza regole. Musicalmente, ai lamenti delle chitarre distorte che fischiano si alternano più compatte sezioni di rock ad alto volume, seguendo uno stile ormai consolidato.
La collocazione in scaletta della versione italiane di un brano dei Noir Desir, “Settembre, aspettando” (“Septembre, en attendant”), suggerisce una sorta di resa emotiva, un tracollo che potrebbe essere il preludio a un nuovo desiderio di morte, già esplorato da Canali in altri brani e qui reso particolarmente efficace dall’ansiogeno ripetersi del verso malinconico per eccellenza, “Ci penso ancora”.

Gli ultimi due brani sono così meno efficaci di quanto si possa prevedere, nonostante chiudano idealmente il discorso di rabbia dell’intero album, soprattutto la finale “Il ballo della tosse”. Fortemente connotato a livello emotivo, Tutti contro tutti fatica qua e là a trovare un’identità musicale, lasciando la rabbia di Canali a sorreggere tutto e, quindi, spesso indebolendo l’esperienza complessiva. Nell’unico brano più emotivo e pacato, dove s’impegna in uno stile di canto più intimista e vibrante, ovvero “Non dormi”, si può apprezzare come il Canali politico, arrabbiato e assordante abbia bisogno di quello più raccolto per farsi apprezzare nella sua particolare idea di cantautorato rock.

Canali rimane un cantore soprattutto di sogni infranti e di vite consumate, un uomo col fuoco nelle viscere e il caos della disperazione nella testa: la sua musica migliore racconta l’ennui che affiorava anche nelle opere dei Cccp.

La quadratura è trovata, finalmente, in due album diversi e complementari, dove sono messi a fuoco messaggio e forma. Giorgio Canali dà fondo al suo curioso modo di citare e storpiare testi e musiche altrui, trasformando un gioco in un metodo di lavoro, mentre affianca con più decisione al cantato urlato e rabbioso uno stile più confidenziale, emotivo e raccolto, dove dà spazio alle frequenze basse della sua voce. Finalmente, gli arrangiamenti si spostano un po’ dal rock ossuto e fragoroso per esplorare un più elaborato intreccio di post-rock e post-grunge, orientato alla creazione di atmosfere e soundscape buoni per far snocciolare a Canali i suoi testi amari e provocatori, ironici e sopra le righe.

Nostra Signora della dinamite (2009) è il suo album più intimo e commovente, pur a modo suo. Si apre con un altro inno alla propria scomparsa, come “Precipito”, ma orientato a un’autodistruzione più filosofica, programmatica e scelta come ideale di vita: “Quello della foto” è un crescendo tra chitarre che si lamentano e fischiano, lanciato a massima velocità verso un proposito di scomparire che diventa facilmente suicida, un’autodistruzione spettacolare. Ancora una volta, valgono alcuni versi (“Io sono il disertore ignoto”) e la foga dell’interpretazione, a continuare una tradizione del Giorgio Canali solista.
La vera scoperta è sul lato della ballate d’amore post-rock, come “Lezioni di poesia” (titolo autoironico) e “Tutti gli uomini” (con citazione dei suoi amati Joy Division) o nel pop-rock tormentato di “Nuvole senza Messico” (che cita Modugno, una sua fissazione, ma anche Louis-Ferdinand Céline, Douglas Adams, Enzo Jannacci e Bob Dylan, tra gli altri). La disillusione amara di Giorgio Canali domina la title track, una preghiera dall’abisso suonata come un blues-rock crepuscolare:
Nelle nostre danze elettriche, negli sconforti autunnali
Fra le lenzuola sudicie a leccarci le ferite
Proteggi i nostri impeti, nostra Signora della dinamite
È un Canali che continua a commentare la società, ma mentre racconta se stesso, anche quando accelera per “MP nella BG” (Marco Pantani nella “biglia gigante”, il monumento che lo celebra a Imola), rassegnato nella sua rabbia stanca. La vera forza di Nostra Signora della dinamite risiede però nella conclusione atmosferica e vibrante d’emozione di “Mme et Mr Curie”, una lunga ballata post-rock che esplode con l’immagine dilaniante dell’amore della coppia del titolo:
Et voilà nel dagherrotipo madame e monsieur Curie
Con il loro sorriso radioattivo
Il complementare di Nostra Signora della dinamite, l’album più pensoso e raccolto, è l’incendiario e viscerale Rojo (2011), contro tutto e tutti, con inni di ribellione fatti e finiti come “Regola #1” (che è “sfasciare tutto”), pop-rock nervosi (“Ci sarà”; “Morire di noja”; “Sai dove”) e qualche nuova ballata elettrica (“Controvento”; “Treno di mezzanotte”).
La formazione parzialmente rimaneggiata, con Steve DalCol dei Frigidaire Tango subentrato alla chitarra e Nanni Fanelli al basso, accompagna Giorgio Canali alla fine di un ciclo creativo: le idee un po’ acerbe degli esordi hanno infine trovato, in due album simili e diversi, un loro compimento.
Anche in Rojo, come accaduto per i precedenti, alcuni brani spiccano sul resto, e qui sono programmaticamente all’opposto del suo spettro espressivo: la dolente e semi-acustica “Orfani dei cieli” e soprattutto la cannonata rivoluzionaria “Carmagnola #3”, un inno partigiano disperato, cantato in tre lingue (italiano, francese e spagnolo) e che riprende un brano della Rivoluzione Francese:
C'era una volta un re, seduto alla scrivania
C'era una volta una canzoncina: Partigiano, portami via
C'era una volta una fiaba sonora
Che finiva con una canzone
E balliamola sta Carmagnola
e viva il suono
viva il suono
del cannone!
Seppure Giorgio Canali forse non abbia scritto, con i Rossofuoco o senza, nessuna opera definitiva del nostro rock, si è imposto con una personale poetica di malessere e sorrisi sardonici, pungenti critiche sociali e politiche unite a citazioni stravolte.

Nel 1999 scrive la colonna sonore del film “Guardami” di Davide Ferrario, liberamente ispirato alla vita di Moana Pozzi. Dal 2001 partecipa anche al progetto Per Grazia Ricevuta, evoluzione in senso world ed elettronico dei Csi. Nel 2010 dovrebbe partecipare all’album “Materiali resistenti” insieme ad altri artisti, tributando il “Materiale resistente” curato dai Csi nel 1995, ma la sua “Lettera del compagno Lazlo al colonnello Valerio”, un’altra invettiva antifascista che brucia di rabbia, sarà scartata per le bestemmie incluse nel testo; Canali la proporrà dal vivo e la inserirà nel cd che accompagna la prima edizione del suo libro-intervista biografico “Fatevi fottere”, del 2012.

I Rossofuoco allentano un po’ la presa e Canali s’impegna in una serie di concerti che tributano Ian Curtis, insieme ad Angela Baraldi, tra il 2011 e il 2015. È una lunga pausa creativa, buona per ricaricarsi e trovare nuove ispirazioni.

Canzoni di merda: da "Perle per porci" a "Pericolo giallo"

canalicorpo3Il ritorno di Giorgio Canali & Rossofuoco è con Perle per porci, una raccolta di cover del 2016. Canzoni che Canali ha sempre sentito sue, con l’intento di raccontarsi attraverso gli altri ma anche di far scoprire una serie di brani originali che sono stati trascurati dal grande pubblico o comunque non hanno ricevuto quel successo che (a suo parere) meriterebbero. Ci finiscono dentro Eugenio Finardi e il suo pupillo Le Luci della Centrale Elettrica, tra tanti altri praticamente sconosciuti.
Il ritorno con gli inediti è caratterizzato da un altro titolo dei suoi, Undici canzoni di merda con la pioggia dentro (2018), a non prendersi troppo sul serio. Sono brani generalmente più pacati di quelli di Rojo, un po’ meno ispirati di quelli di Nostra Signora della dinamite, ma ancora forieri di un cantautorato rock contemporaneo, sofferente (“Messaggi a nessuno”) e saltuariamente ancora vivace (“Piove, finalmente piove”; “Undici”). Qua e là riemerge l’energia dinamitarda di un tempo (“Emilia parallela”) e l’abilità nello scrivere un pop-rock atipico (“Fuochi supplementari”), ma l’album, pur essendo un gradito ritorno in generale, si ricorda per “Mandate Bostik”, la ballata elettrica finale, una nuova (e minore) “Mme et Mr Curie”.

L'album Venti (2020) è stato registrato dai quattro membri del gruppo (Giorgio Canali, Luca Martelli, Marco Greco e Steve DalCol) a distanza, a causa della quarantena dovuta al Covid-19. Anche i brani sono venti e uniscono le varie anime del Giorgio Canali solista, che commenta amaramente la società e si strugge d’amore. “Eravamo noi” è un nuovo manifesto della sua nostalgia rabbiosa, un arpeggio di chitarra tra bave post-rock ed elettronica, ma è forte l’amarezza di un mondo ferito dalla pandemia (“Nell’aria”) e irretito dal potere (“Wounded Knee”), nel quale si deve raccontare un amore sempre più difficile (“Acomepidì”; “Meteo in cinque parti”) e una resistenza ormai impossibile (“Circondati”).
Seppure ogni tanto i brani procedano più per mestiere che con una precisa idea compositiva e narrativa, una ballata notturna come “Requiem per i gatti neri” è uno dei vertici della sua poesia decadente e disillusa, una ferita profonda che la voce cavernosa di Canali esplora verso dopo verso.
La passione per Bob Dylan e la sua armonica chiude la lunga scaletta e così “Rotolacampo” mischia ricordi sessantiani, insulti a se stesso e visioni apocalittiche.
Venti è un Covid-album e come tale è segnato nei risultati dal processo atipico di ideazione e sviluppo, con i componenti del gruppo sparsi sul pianeta. È un album sovrabbondante, alle volte quasi una prova generale di una formazione rodata piena di musicisti ormai veterani, capaci di tirare fuori una canzone (magari non la canzone del decennio) da un paio di idee messe in croce, uno spunto, un guizzo.

Ha una gestazione più tradizionale, invece, l’album del 2023, Pericolo giallo. Di fatto, riparte proprio dal Covid-19 con l'iniziale “C’era ancora il sole”, che dalla fine del lockdown arriva a nuove visioni socio-politiche catastrofiche.
E forse sì
Forse c'era il sole
Di sicuro so che si tornava a respirare
E si ballava, sì
Ci si poteva baciare
Eravamo noi, di nuovo noi
Con la libertà di parlare, forse
La Resistenza è sempre raccontata, ormai con amarezza totale (“Morti per niente”), mentre le nuove emergenze mondiali sono anticipate dalla sarcastica “Pericolo giallo”. Giorgio Canali sembra sempre più severo nel commentare quello che lo circonda, un mondo che tratteggia come arcigno e stupido, ingiusto e incoerente (“Pulizie etiche”).
A livello di sound la molteplicità di Venti, album composito e atipico, lascia spazio a un rock chitarristico, pieno di midtempo e con strutture tradizionali, non troppo distanti da quel contesto di alternative nostrano da cui il Giorgio Canali solista è emerso un quarto di secolo prima. In fondo che l’album si chiuda con "La fine del mondo", un rock a due velocità, tra poesia sofferta e danza disperata, è una chiosa ideale per la seconda parte della carriera, quella successiva alla pausa post-Rojo. In attesa, ovviamente, che il nostro Lazlo riprenda in mano il martello, per raccontarci di nuovo la sua rabbia.

Giorgio Canali

Discografia

Che fine ha fatto Lazlotòz (Sonica-Virgin, 1998)

Rossofuoco (Gamma Pop, 2002)

Giorgio Canali e Rossofuoco(Venus/La Tempesta, 2004)

Tutti contro tutti (Venus/La Tempesta, 2007)
Nostra Signora della dinamite (Venus/La Tempesta, 2009)
Rojo (Venus/La Tempesta, 2011)
Perle per porci (Woodworm, 2016)
Undici canzoni di merda con la pioggia dentro (La Tempesta, 2018)
Venti (La Tempesta, 2020)
Pericolo giallo (La Tempesta, 2023)
Pietra miliare
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