12-20/07/2019

Muse

San Siro e Stadio Olimpico, (Milano, Roma)


di Sigfrido Menghini, Giulia Quaranta
Muse
San Siro, Milano, 12 luglio 2019

Mi sono approcciato al concerto dei Muse con due curiosità. Una è musicale ed è il genuino desiderio di scoprire una band tra le più affermate degli ultimi vent’anni e che conosco appena, fermo restando che appartengo a quella generazione per la quale un artista si conosce se si hanno consumato tutti i suoi dischi e le relative copertine passandole tra le mani. La seconda curiosità è sociale o psicosociale. I concerti negli stadi, più o meno da vent’anni a questa parte, sono diventati una ritualità collettiva che si rinnova ogni estate. San Siro, il cui abbattimento è stato tristemente annunciato di recente, è uno dei luoghi simbolo di questi momenti. Il disco ormai, almeno in ambito mainstream, viene realizzato per giustificare un nuovo tour. L’industria musicale vive sul live e le attenzioni e gli investimenti sono concentrati per realizzare megashow pensati per decine di migliaia di persone in giro per il mondo.

Sul piano musicale dico subito il meglio e il peggio: i Muse sanno suonare alla grande; la musica dei Muse più che un omogeneo mix di generi è, talora, una maionese impazzita.
Il muro del suono di cui sono capaci i tre ragazzotti inglesi, ormai quarantenni, è devastante. Intanto c’è l’unisono perfetto di batteria e basso che rappresenta il motore pulsante della macchina musicale. I Muse non hanno mai nascosto le influenze di band come Rage Against The Machine che fanno della violenza sonora un marchio di fabbrica. Ma l’azzardo è quello di inserire su tale potente base ritmica un cantato epico e suadente debitore di Thom Yorke dei Radiohead e forse anche di Midge Ure degli Ultravox, e una sequenza di riff sia di chitarre, sia di tastiere (suonate nel corso del concerto da un elemento aggiunto seminascosto dietro la batteria), dal sapore spesso melodico e comunque accattivante.

I Muse pescano a piene mani ovunque, dal techno-pop anni 80, Depeche Mode in testa, all’hard-rock di Ac/Dc e Van Halen. Sempre e comunque, i Muse prendono spunto da artisti di successo, da hit consolidate, da inni da stadio, da sequenze, strutture e paradigmi vincenti. Il pubblico riconosce gli ingredienti nel gran frullato ed è in visibilio. L’identità dei Muse nasce da questo mix, talora più rock, talora più industriale, talora più pop, talora baroccheggiante e glam che è una sorta di bigino musicale degli ultimi decenni del Novecento offerto in pasto al pubblico del ventunesimo secolo. Un’offerta musicale non certo per puristi dei diversi generi e senza mezze misure, dove il kitsch è in agguato laddove non apertamente proclamato e cercato.
Lo show, che propone nella lunga scaletta le canzoni dell’ultimo disco “Simulation Theory” è grandioso, multimediale, iper-tecnoclogico e stracarico di effetti, fumi e laser, una sorta di enorme videogioco. Il concept sotteso, riprendendo i temi dell’ultimo album, è quello della macchina tecnologica, sempre più infernale, che ha il sopravvento sull’essere umano. Non manca sul palco un gruppo di improbabili ballerini dediti a coreografie abbastanza stucchevoli che affiancano il leader, cantante e chitarrista Matt Bellamy, in perfetta forma e a suo agio nel ruolo di istrione della serata. A completare il power trio, la batteria di Dominic Howard e il basso di Chris Wolstenholme non perdono un colpo: precisi, compatti, efficaci.

L’apice dello spettacolo giunge quando una gigantesco scheletro con elmetto in testa, guidato dall’alto attraverso dei cavi, si alza da dietro il palco e minaccia con lunghi arti e artigli gli stessi musicisti e la platea. Questo enorme fantoccio mi riporta alla mente il maestro di “The Wall”, la marionetta altrettanto colossale che faceva capolino negli show dei Pink Floyd già nel 1980 e 1981. Proprio la band di Waters e Gilmour fu decisiva, fin dagli anni 70, per le sorti dei grandi spettacoli live; portando in giro per il mondo show sempre più sofisticati e colossali, anticipò una tendenza che è poi diventata standard e vera e propria cifra stilistica delle megaproduzioni da stadio del nostro tempo. E qui siamo al dunque. Lo spettacolo da stadio è soprattutto momento collettivo di svago: light show, fuochi artificiali, megaschermi sono parte integrante della macchina, una macchina perfetta, come i migliori kolossal hollywoodiani, e la musica, anche se di qualità, diventa parte di un meccanismo che è soprattutto intrattenimento.

(Sigfrido Menghini)

Stadio Olimpico, Roma, 20 luglio 2019


Avevo già visto i Muse dal vivo, sempre allo Stadio Olimpico di Roma. Correva l’anno 2013 e avevano appena pubblicato il tanto vituperato “The 2nd Law”. Rimasi sconvolta dalla bravura del trio britannico dal vivo (fino a quel momento saggiato solo attraverso “H.A.A.R.P.”), dal loro innato talento nel riuscire a catturare l’attenzione del pubblico e dal pubblico stesso.
Il loro ultimo lavoro, “Simulation Theory”, per quanto non all’altezza di certi ambiziosi dischi del passato, mi è piaciuto. Trovo che in esso abbiano trovato la propria freschissima e contemporanea dimensione in cui incanalare, con slancio esuberante e ambizioso, le nevrosi e le paranoie di sempre sulla vita moderna, il futuro, l'evasione dalla realtà e il rapporto dell'uomo con la tecnologia.
Ero perciò molto curiosa di ascoltare questi “nuovi” Muse dal vivo, armati di synth inquieti e armosfere pescate a piene mani da “Stranger Things” e film splatter degli anni 80.

Sono le 9 del mattino quando arrivo allo Stadio Olimpico e nell’aria fiuto un’atmosfera un po’ infantile e qualunquista. Persone che si scrivono numeri sul braccio come prova della loro nottata d’attesa in fila, altre che discutono su chi dovrebbe entrare prima degli altri. Ci sono però anche musicisti e persone non giovanissime. Qualcuno ci fa addirittura i complimenti per la musica (Moderat e Jon Hopkins) messa tramite un piccolo altoparlante per allietare gli animi nell’attesa, tra una chiacchierata e l’altra.
I cancelli vengono aperti alle 16.30, quando il sole è  - ahimé - ancora alto. Forse un po’ troppo presto.
Il primo gruppo spalla, i Mini Mansions, inizia a suonare alle 19 in punto. La mezz’ora trascorsa in loro compagnia vola: la struttura delle canzoni è originale e variegata e la build-up dell’ultimo pezzo sfocia infine in una interessantissima jam session. Ho apprezzato il carisma del leader (Michael Shuman, bassista dei Queens of the Stone Age) e il fatto che alcune canzoni fossero cantate dal tastierista e guidate da costrutti più dark. In linea generale, sono riusciti a creare una bella atmosfera, in bilico tra indie-rock e psych-pop, senza scivolare neanche per un secondo in banalità di alcun tipo.

E’ poi il turno di Nic Cester, ex-frontman dei Jet, che propone un indie-rock sulla scia di Black Keys e Arctic Monkeys, con tutto il fascino e i limiti del caso. Alcune canzoni risultano infatti prevedibili e monotone, sebbene il cantante australiano compensi con un italiano impeccabile (a tutti fa piacere sentire “grazie” e non il solito “grazi”, diciamoci la verità) e una performance vocale incredibile. C’è spazio anche per l’hit dei Jet “Are You Gonna Be My Girl?”, che cantiamo e balliamo in pochi, il che è causa di una tangibile delusione per il simpatico Nic.

I Muse si fanno aspettare ed entrano sul palco con mezz’ora di ritardo, sulle note di “Algorithm”. Sin dal primo istante si capisce che il trio di Devon ha puntato molto sulle scenografie e sulle coreografie, sui giochi di luce, sui megaschermi. Lo spettacolo è effettivamente colossale e cattura l’attenzione anche di coloro che sembrano conoscere soltanto un paio di canzoni. Matt Bellamy gioca, come di consueto, la parte dell’istrione e della diva del rock, tra cambi d’abiti e di occhiali, corse lungo la passerella e giochi di prestigio con l’amata chitarra, anche se, contrariamente al 2013, mi è parso qua leggermente in affanno su un paio di canzoni. Verso la fine del concerto, scende tra il pubblico per un saluto e riemerge soddisfatto con una bandiera dell’Italia intorno al collo, unica concessione al pubblico durante questo concerto.

Alcuni pezzi godono di arrangiamenti leggermente diversi rispetto all’album; in tal modo, canzoni che suonano un po’ deboli su disco, acquisiscono dal vivo una vigorosità tutta nuova (“Pressure”, “Psycho”, “Mercy”), mentre “Dig Down”, uno dei brani di “Simulation Theory” che mi aveva entusiasmata meno, viene proposto in una versione acustica e rallentata, quasi come fosse una ballata, con lo stadio che si illumina di tante piccole luci emozionate.
Ho l’impressione che il pubblico, oltre a essere un po’ generico, sia anche un po’ troppo statico, ma sui grandi classici di sempre si balla, si canta e ci si scatena: “Plug In Baby”, “Time Is Running Out”, “Hysteria”, “Uprising”, “Knights Of Cydonia” non possono lasciare indifferenti.

“This song is from our second album”, biascica velocemente Bellamy verso metà scaletta. Un secondo dopo “Bliss” risuona per tutto lo stadio. Faccio fatica a trattenere l’emozione, essendo una delle mie canzoni preferite dei Muse, aspettata invano nel 2013.
Sulle note della sempre bellissima e solenne “Stockholm Syndrome” compare sul palco un gigantesco robot dalle sembianze antropomorfe che viene mosso come una marionetta, come a voler stringere in una inquietante morsa pubblico e band. La lezione di “The Wall” pare abbia sortito un certo effetto sui nostri che, un po’ come Roger Waters, megalomani lo son sempre stati.

Dopo esattamente due ore e uno show di ben trenta canzoni, il trio britannico saluta e abbandona velocemente il palco. Uno spettacolo quasi perfetto, musicalmente impeccabile, visivamente accecante. I Muse si confermano, ancora una volta, dei musicisti di tutto rispetto che dal vivo fanno casino per dieci, pur essendo solo in tre, in grado inoltre di portare in scena ambiziosissimi spettacoli. Eppure, a parere di chi scrive, questa volta sono rimasti imbrigliati nelle loro stesse velleità, poiché in due ore si son concessi pochissimi momenti per empatizzare col pubblico e rilassarsi, lasciandosi realmente andare alla musica, presi com’erano dai ritmi serratissimi della scaletta.

(Giulia Quaranta)
Setlist

Setlist Milano:

Algorithm (Alternate Reality version; shortened)
Pressure
Psycho
Break It to Me
Uprising (extended intro and outro)
Propaganda
Plug In Baby
Pray (High Valyrian)
The Dark Side
Supermassive Black Hole (Close Encounters intro)
Thought Contagion
Interlude
Hysteria (Ac/Dc's "Back In Black" riff)
The 2nd Law: Unsustainable
Dig Down (acoustic gospel version)
Undisclosed Desires
Madness
Mercy
Time Is Running Out
Houston Jam
Take A Bow
Prelude
Starlight

Encore

Algorithm
Stockholm Syndrome/ Assassin/ Reapers/ The Handler/ New Born (Deftones' Head Up riff outro)
Knights of Cydonia (Ennio Morricone's Man With A Harmonica intro)

Setlist Roma:

Algorithm (Alternate Reality version; shortened)
Pressure
Psycho
Break It to Me
Uprising (extended intro and outro)
Propaganda
Plug In Baby
Pray (High Valyrian)
The Dark Side
Supermassive Black Hole (Close Encounters intro)
Thought Contagion
Interlude
Hysteria (Ac/Dc's "Back In Black" riff)
Bliss
The 2nd Law: Unsustainable
Dig Down (acoustic gospel version)
Madness
Mercy
Time Is Running Out
Houston Jam
Take A Bow
Prelude
Starlight

Encore

Algorithm
Stockholm Syndrome/ Assassin/ Reapers/ The Handler/ New Born (Deftones' Head Up riff outro)
Knights of Cydonia (Ennio Morricone's Man With A Harmonica intro)

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