16/05/2024

Bonnie Prince Billy

Santeria Toscana 31, Milano


E dopo il diluvio, l’arca ci accolse tutti quanti.
Non sono solo le strade di Milano allagate dalla pioggia di maggio: è l’alluvione di angoscia del nostro tempo, quel senso della fine dei giorni che sembra toglierci il fiato. Uno strambo Noè baffuto viene ad aprirci le porte dell’arca con il suo sorriso storto: leoni, serpenti e aquile, venite; esseri umani, cacatua ed elefanti, salite.
È un patriarca biblico in cappellino da baseball e camicia a scacchi, è lo zio del Kentucky venuto a raccontarci le cose nascoste sin dalla fondazione del mondo. Chiamatelo Bonnie “Prince” Billy, chiamatelo Will Oldham. Chiamatelo Noè, se preferite. “I want to save the animals before it starts to rain”, sussurra sull’arpeggio di “Shorty’s Ark”, direttamente dal secondo capitolo del suo sodalizio con Matt Sweeney (“Superwolves”). Le corde della chitarra danzano sul filo dell’apocalisse, invitando tutti a non cedere alla paura. “È normale, il tempo?!”, chiede in un perfetto italiano alla platea della Santeria Toscana 31, ironizzando sulla città bloccata (come sempre) dalle esondazioni. E poi, di ritorno alla lingua madre, prosegue con il suo tono perennemente svagato: “Vi immaginate? Essere i dinosauri e vedere l’asteroide arrivare? Un’esperienza di quelle che capitano una volta sola nella vita…”.

Will OldhamEbbene sì, la legge dell’impermanenza sembra essere il filo nascosto che lega ogni nota all’altra, lungo tutta la serata. Vi ricordate quel monologo stralunato sull’entropia dell’universo che Oldham recitava in “Storia di un fantasma” di David Lowery? Immaginatelo trasformato in un esuberante country ebbro di sax, e avrete “Look Backward On Your Future, Look Forward To Your Past” (da “I Made A Place”): Oldham gesticola con l’enfasi un po’ invasata di uno sciamano, si contorce in smorfie bizzarre e teatrali, si lascia andare al ballo di un memento mori cosmico (“This particular assemblage of molecules and memories some day soon may just soon run out of gas/ So look backwards on your future and look forward to your past”).
Seduto su una sedia per la maggior parte del tempo, il songwriter americano se ne sta abbracciato alla sua chitarra acustica, lo sguardo seminascosto dalla visiera del cappellino bianco. Accanto a lui, ci sono solo due compagni di viaggio: Thomas Deakin, che si alterna tra la tromba, il clarinetto e la chitarra elettrica, e Drew Miller, impegnato al sax e al flauto traverso. Ed è un palpito di minimalismo cameristico ad accarezzare con il loro ausilio i brani, che gravitano per la maggior parte intorno all’ultimo “Keeping Secrets Will Destroy You”: la melodia di “Behold! Be Held!” si dispiega in tutta la sua purezza, “Blood Of The Wine” si accompagna opportunamente a una bottiglia di rosso, “Trees Of Hell” assume un’aura minacciosa.

Will OldhamTra la fanfara giocosa di “Queens Of Sorrow” e una rarefatta versione di “Like It Or Not”, le uniche escursioni nel repertorio più classico di Oldham vengono da “The Brute Choir”, “New Partner” e “I See A Darkness” (la sola che il pubblico accoglie con un’ovazione sin dal primo verso: peccato solo per il barman che pensa bene di mettersi a shakerare nel bel mezzo del silenzio più raccolto… anche se alla fine un margarita riparatorio arriverà almeno fino al palco). Gli ultimi dischi targati Bonnie “Prince” Billy, comunque, non hanno niente da invidiare a quelli di ieri. E poi, è lui stesso a proclamare che “il passato, il presente e il futuro sono una cosa sola: è la nostra mente che si è evoluta per separarli in esperienze comprensibili e riconoscibili. Assaporiamo il momento, e assaporiamo noi stessi e gli altri”.
L’attimo più intenso di tutti arriva sul gospel scarnificato di “Is My Living In Vain”, che trasforma i colori delle Clark Sisters in una sorta di misticismo appalachiano: “Is my living in vain?/ Is my giving in vain?”, si interroga Oldham tra lo scheletro della chitarra elettrica e il lamento del sax. “Am I wasting my time?/ Can the clock be rewind?”. E ai suoi interrogativi incalzanti risponde l’impeto di una certezza: “No no, of course not/ It’s not all in vain/ ’Cause up the road is eternal gain”.

Will Oldham“That’s How We Make It Our Home” si leva in un coro dal sapore liturgico, “This Is Far From Over” si lascia trasportare dalle note del flauto, invitando ancora una volta a non rassegnarsi di fronte alla precarietà delle cose (“Well, don’t worry if all life seems gone”, ammonisce con grazia, “The whole world’s far from over”). A sorprendere è soprattutto lo slancio della voce di Oldham, ancora più carismatica che su disco: per introdurre i bis, regala al pubblico italiano addirittura una spiazzante rilettura de “L’ultima occasione” di Mina, piena di passione e di struggimento.
Oldham si toglie il cappello a mostrare la pelata in un inchino di ringraziamento, poi chiama a raccolta tutti per augurare buon compleanno a uno dei suoi feticci musicali, l’immarcescibile Jonathan Richman: guai però a intonare la classica “Happy Birthday To You”, che per i figli del Kentucky suona praticamente come una maledizione (le autrici erano due maestre d’asilo della sua natìa Louisville…). E così, Oldham guida la platea nella sua personalissima canzone di auguri alternativa, nella speranza di rimediare a tutte le tragedie iperglicemiche dei festeggiamenti di compleanno…
Prima del congedo finale (affidato a “Good Morning, Popocatépetl”), Bonnie “Prince” Billy ha ancora in serbo la sua ultima ninnananna, il canto per cullare i superstiti del diluvio sulla sua arca: è “Dream Awhile”, e ha la leggerezza di uno scampolo di flauto. Lui storce la bocca, socchiude gli occhi e con quella sua inconfondibile sprezzatura accompagna tutti al di là del confine spietato della veglia: “When I have a problem/ I know just what to do/ I go to bed and dream a while/ Something will come through”.