Prince

Sign O' The Times

1987 (Paisley Park / Warner Bros) | funk, soul, rock, psych-pop, electro, jazz

Prince affrontò l’anno di grazia 1987 nella consapevolezza di essere universalmente riconosciuto, ad appena 29 anni, come uno degli artisti di riferimento del decennio. “Purple Rain” nel 1984, due anni dopo il doppio “1999”, lo trasformò nell’unico artista di colore in grado di poter ambire al trono dorato di Michael Jackson. Ma a differenza di Jacko, Prince ogni anno dimostrò un’incredibile capacità camaleontica, mutando di continuo il proprio asse stilistico, assegnando a ogni album riferimenti cromatici ben definiti, realizzando una delle sequenze più clamorose nella storia della musica.
Nel 1985 virò le chitarre hendrixiane di “Purple Rain” verso l’accesa psichedelia floreale di “Around The World In A Day”, l’anno successivo un elegante bianco e nero risaltava le atmosfere jazzy di “Parade”, sostenuto dal successo del singolo “Kiss”, il morbido color albicocca contrassegnò il doppio “Sign O’ The Times”, un vero caleidoscopio sonoro nel quale Prince fece felicemente convivere tutte le proprie anime: R&B, funk, soul, rock, jazz, psych-pop, hip-hop ed elettronica.

Terminato il tour promozionale di “Parade”, Prince scrisse la parola fine alla saga dei Revolution, il clan di musicisti che lo aveva accompagnato nelle scorribande degli ultimi anni, fra l’altro cointestatari dei dischi di maggior successo commerciale. In quel momento con i Revolution stava completando un doppio album, provvisoriamente denominato “Dream Factory”, del quale è tuttora possibile rintracciare dei bootleg in rete. In parallelo, abortì anche il progetto di realizzare un lavoro solista a nome Camille, il suo alter ego femminile, con linee cantate androgine e un deciso ricorso a falsetto e pitch control sulla voce.
Questa abbondanza di materiale confluì nel triplo “Crystal Ball”, presto però anch’esso depennato, per volere della Warner Bros, in quanto considerato troppo impegnativo per essere ben recepito dal mercato. Il tutto fu quindi ridimensionato in un più vendibile doppio, “Sign O’ The Times” per l’appunto, nel quale trovarono posto anche alcune idee rimaste nei cassetti per anni, come “I Could Never Take The Place Of Your Man”, della quale è nota una versione risalente ai primissimi anni di attività del genietto di Minneapolis.

Prince si trovava in un eccezionale stato di bulimica grazia creativa: continuava a scrivere valanghe di canzoni e, a differenza di quanto accadrà negli anni post “Lovesexy”, la qualità media si manteneva costantemente altissima. Si muoveva regolarmente tra gli amati Sunset Sound Studios di Los Angeles e la nuova casa-studio a Chanhassen, Minnesota, al 7141 di Galpin Boulevard, allora con la compagna Susannah Melvoin, corista nei Revolution e membro del side project Family, per la quale Prince nel 1985 scrisse la celebre “Nothing Compares 2 U”, portata al successo da Sinead O'Connor. Nella primavera del 1986, proprio mentre “Kiss” scalava le classifiche di mezzo mondo, di solito Prince trascorreva notte e giorno in sala di registrazione, o faceva viaggiare nastri magnetici da una parte all’altra del paese, in un ideale di vita fatto di amore e musica.
Per “Sign O’ The Times” il principale scoglio fu trovare una coerenza a tutto il materiale scelto, evitare il rischio che venisse percepito come un best of privo di un solido filo conduttore. In realtà la vera forza del doppio albicocca risiederà proprio nell'inusuale eterogeneità, compattata da una copertina emblematica, affollata da alcuni dei simboli che compongono l’immaginario del suo autore: uno scorcio metropolitano, un drumming set montato sopra una cadillac, insegne luminose, una chitarra elettrica abbandonata in terra, il viso di Prince ripreso quasi di sfuggita all'estrema destra, un'abbagliante tonalità giallo oro che pervade il tutto.

“Sign O’ The Times”, il nono album in studio di Prince, raccolse alla fine sedici tracce registrate in momenti, luoghi e con line-up differenti, un magmatico crocevia di incontri musicali, tutti vissuti con intensità e concentrazione. La stella cometa che illuminava il cammino restava quella di James Brown, il leader al quale Rogers Nelson si ispirava, affiancato idealmente da Sly & The Family Stone, Jimi Hendrix, Miles Davis, Little Richard e George Clinton con il suo collettivo Parliament-Funkadelic.
Ad aprire la scaletta venne posto uno dei capolavori della discografia di Prince, un brano senza tempo che tutt’oggi suona straordinariamente contemporaneo: “Sign O’ The Times”. Sconvolse la scelta di realizzare un videoclip composto soltanto dal lettering animato dei versi del brano, nel quale non era presente la star-icona immortalata nel film “Purple Rain”.
In quel periodo Prince era affascinato dall’hip-hop e tendeva a dare massimo risalto alle potenzialità espressive di uno strumento per lui fondamentale: la voce. Sperimentò con drum machine, sampler, basso, chitarra blues e voce per creare una personale forma di electro-funk/soul minimale. I tempi erano complessi: gli Stati Uniti, alla seconda presidenza conservatrice di Reagan, avevano visto sbriciolarsi il piano spaziale a seguito dell’esplosione in mondovisione del Challenger, mentre soffiava ancora forte il gelo della Guerra Fredda e lo spettro di un conflitto nucleare. Il mondo faceva i conti con catastrofi naturali, nuove droghe sintetiche e una terribile epidemia, che avrebbe seriamente condizionato le abitudini dell'intera popolazione. La leggenda narra che, il 13 luglio 1986, Prince aprì un paio di quotidiani, il L.A. Times e lo StarTribune, e vi trovò in primo piano notizie su terremoti, Aids e processi per omicidio: furono fra gli eventi che gli fecero visualizzare l’apocalisse poi espressa in “Sign O’ The Times”.

Sign o’ the times mess with your mind
Hurry before it’s too late
Let’s fall in love, get married, have a baby
We’ll call him Nate
If it’s a boy
Time
Times

All’interno del disco le tensioni vengono però bilanciate dal ricorso ai temi dell’amore, del sesso e dell'intimità privata, trattati ripercorrendo con sorprendente lucidità una miriade di stili, riuscendo nell'impresa di rispettarli e riscriverli allo stesso tempo: dal contagioso rock’n’roll à-la Elvis di “Play In The Sunshine”, all’avvolgente (nu)soul di “The Ballad Of Dorothy Parker”, passando attraverso il rap, che si fa ora slabbrato nella micidiale “Housequake”, dove Prince fa scuola a molti rapper presenti e futuri, ora robotico in “Hot Thing”, strutturata con cori sintetici e infiammata da un solo del sax in chiave funk-jazz.
L'ossessiva “It” è la quintessenza del pop-soul di Prince, tra beat sintetici in stile “When Doves Cry” e note elettriche che cadono improvvisamente a pioggia in un solo fulmineo, mentre “Forever In My Life” è un electro-gospel che anticipa gli ingredienti del futuro successo di una canzone come “Cream” (in “Diamonds And Pearls”, 1991).
Alcuni brani sono la sintesi di (piacevolmente) interminabili jam session, come la coda strumentale della title track, il coloratissimo pop-rock di “I Could Never Take The Place Of Your Man”, con un bridge strumentale lungo tanto quanto la parte cantata, e il neverending party di “It’s Gonna Be A Beautiful Night”, registrata dal vivo a Parigi un anno prima, imponente celebrazione della nightlife più sfrenata.

What a lovely walk we’ve taken
Let us dine on beans and bacon
So the ducky and the little browny (say it, y'all)
Mousey and the beetle dined
And danced upon their heads
Till they toddled to their beds (can't nobody fuck with us)
Good God (Good God)

Revolution, baby way down low
Beautiful night, y’all say it
Beautiful night, y’all say it
Say what a beautiful night, y’all say it
Beautiful night, y’all say it
Come on

Non mancano gioielli pop con micidiali refrain, architettati per sfondare nelle chart, come la saltellante "Strange Relationship", il sereno quadretto familiare “Starfish & Coffee” – scritto proprio assieme alla compagna Susannah – e la patinata “U Got The Look”, trascinante duetto condiviso con Sheena Easton. E ancora ballad cangianti, come il soul sensuale di “Slow Love”, nel quale il sassofono a tratti ricorda certi passaggi romantici di Clarence Clemons, il gospel che si trasmuta in rock nella spirituale “The Cross”, gli ambigui languori di “If I Was Your Girlfriend” e i saliscendi vocali che nobilitano lussuria e redenzione nella conclusiva elegia di “Adore”, sospesa fra tradizione soul e futurismi jazz. Emerge costante e forte l’originalità nell'architettura della forma-canzone, che assume connotati unici, travalicando qualsiasi confine stilistico.
Nel bel mezzo dell'epoca postmoderna, dove cut-up, appropriazione e riproposizione di stilemi musicali divengono base concettuale di interi generi, quali post-punk, pop e hip-hop, Prince costruisce un linguaggio del tutto personale, introducendo innovazioni nel trattamento delle voci, nell’arrangiamento degli ottoni e nell'uso delle chitarre, specialmente nei brani di matrice soul. Lo studio di registrazione, utilizzato come un ulteriore strumento, gli consente di sperimentare: ad esempio, di stretchare la propria voce - diventando Camille - e di costruirla in polifonia, come se fosse un unico fiato, esplorando l'intero registro vocale e il proprio timbro in costante tensione con l'universo emotivo interiore.

Until the end of time
I'll be there for you
You own my heart and mind
I truly adore you
If God one day struck me blind
Your beauty I'll still see
Love is too weak to define
Just what you mean to me

Pur nominato ai Grammy Awards nella categoria “Album of the Year” e divenuto per molti il suo disco più rappresentativo, “Sign O’ The Times” non è certo ricordato come il progetto di maggior successo commerciale di Prince, avendo venduto “appena” un milione di copie negli Stati Uniti e circa tre milioni in tutto il mondo. Raggiunse la vetta delle classifiche soltanto in Svizzera, mentre negli Stati Uniti si fermerà alla sesta posizione e nel Regno Unito dovrà accontentarsi della quarta piazza, medesimo risultato ottenuto qui in Italia. Nelle chart di fine anno sarà soltanto 47° negli Stati Uniti e addirittura 79° nel Regno Unito, mentre nella nostra penisola finirà al nono posto fra i più venduti del 1987. Nonostante ciò, il suo lascito è inestimabile.
A settembre 2020 viene omaggiato con una monumentale super deluxe edition composta da ben otto cd (o 12 vinili) e un Dvd: oltre ai due originali rimasterizzati, e a un paio di live integrali dell’epoca (quello di Utrecht del 20 giugno 1987 in formato audio, più quello ripreso a Paisley Park la sera di Capodanno del 1988 sul Dvd), trovano posto versioni remix, B-side, alternative take e ben 45 inediti (a sottolineare la bulimia creativa di cui scrivevamo prima). Fra questi meritano menzione almeno il featuring di Miles Davis in "Can I Play With U?", il breve divertissement free jazz "And That Says What?", gli oltre dodici minuti di ebbrezza funk "Soul Psychodelicide" e un gioiellino pop di categoria superiore, "Love And Sex", che avrebbe meritato ben altra visibilità. 

I want to do it baby all the time, all right
Because when we do it girl, it’s so divine, all right
Doing it, doing it
Doing it, doing it

Durante la lavorazione di “Sign O’ The Times” Prince resterà nella propria città natale, avviando la costruzione di Paisley Park, un complesso formato da diversi studi di registrazione, un auditorium e un palco per le prove con impianto di registrazione audio-video. Oltre ai significati più immediati, l’album diventerà anche il nuovo capitolo di un’opera intensamente politica – senza bisogno di troppi manifesti o fazioni – nella quale il suo autore afferma un modello artistico e culturale autenticamente afroamericano. Il medesimo passo che stava compiendo il regista, allora emergente, Spike Lee. Prince si presentava con un look stravagante e androgino, contornandosi di collaboratrici quali Sheila E e Wendy & Lisa, mentre Spike Lee portava sullo schermo, nel debutto “She’s Gotta Have It” (1986), le vicende di Lola, icona di una nuova femminilità indipendente e sessualmente disinibita.
Tra i meriti di questi due artisti c’è senza dubbio quello di aver saputo raccogliere un pubblico globale, trasversale per età, sesso, genere ed etnicità, presentando e raccontando un immaginario unico e personale dalle radici profondamente afroamericane. “Sign O’ The Times”, dal canto suo, contribuì a definire in maniera indelebile le coordinate artistiche di uno dei compositori e dei musicisti più significativi nell'intera storia della popular music. Una delle ultime vere icone della cultura pop mondiale.

(27/09/2020)

  • Tracklist
  1. Sign O’ The Times
  2. Play In The Sunshine
  3. Housequake
  4. The Ballad Of Dorothy Parker
  5. It
  6. Starfish And Coffee
  7. Slow Love
  8. Hot Thing
  9. Forever In My Life
  10. U Got The Look
  11. If I Was Your Girlfriend
  12. Strange Relationship
  13. I Could Never Take The Place Of Your Man
  14. The Cross
  15. It’s Gonna Be A Beautiful Night
  16. Adore






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