Loredana Bertè

Traslocando

1982 (Cgd) | new wave, sophisti-pop, pop-rock

L'immaginario pop, si sa, non potrebbe vivere senza le sue icone. Senza i simboli, i raccordi interni, i tracciati che collegano il passato al futuro. Ha bisogno di sue specifiche personalità, di figure che esprimano le ansie e i desideri di una società intera, traslandole nella loro arte. Anche un paese come l'Italia, che tale immaginario forse non ha saputo/voluto esprimerlo come poteva, non ha potuto fare a meno di avvalersi di personaggi simili, di soggettività capaci di spingere in avanti i limiti e le possibilità espressive, a costo di cadere in volo come novelli Icari. Personaggi come Loredana Bertè, ad esempio: quelli incapaci di nascondersi, in costante conflitto con una censura feroce (specie se riferita alla sessualità femminile), uragani pronti ad abbattersi sul perbenismo e sull'ipocrisia circostante. Personaggi che possono però indossare anche il loro migliore abito da sera e calzare guanti di velluto, se il pugno da sferrare può risultare più doloroso.

All'aprirsi degli anni Ottanta la cantante di Bagnara Calabra (ma fondamentalmente a Roma già in adolescenza) non può certamente essere considerata una novellina: tante le traversie, tante le esperienze che ne hanno segnato il percorso sin dall'inizio del decennio precedente, quando le ambizioni erano rivolte alla recitazione piuttosto che alla musica. Tante sono anche le conoscenze, quelle che la convinceranno a cambiare la sua prospettiva e a indirizzarsi verso la canzone, ma anche quelle che ne supporteranno passo passo la nuova rotta, riconoscendo le peculiarità di una voce e di un talento totalmente diversi da quanto ai tempi era in circolazione. Mario Lavezzi de Il Volo in primis, con il quale intratterrà una fruttuosa relazione personale e artistica (durata per la bellezza di cinque album), Ivano Fossati, Alberto Radius, Pino Daniele: queste sono alcune delle firme che vedono nel peculiare timbro di Bertè, doloroso e arrochito, il veicolo ottimale per le loro canzoni, interpretate con una convinzione e una versatilità in costante crescita.

Dal buffo concept album senza veli di "Streaking", che ha fatto sudare freddo la censura per i suoi temi espliciti, la cantante si trasforma di disco in disco, camaleonte instancabile che intercetta alcuni dei più grandi successi del periodo ma soprattutto contribuisce alla ridefinizione stilistica della musica leggera del Belpaese, indovinando la prima hit reggae italofona ("E la luna bussò") e scuotendo il pubblico a suon di grintosi motivi synth-funk (la celeberrima "In alto mare"). Giunta insomma alle porte del suo settimo album, Bertè, la "ragazza ribelle" della musica italiana, è a suo modo un'istituzione, elusiva per natura alle facili definizioni, ma non per questo meno magnetica, in tutta la sua dirompente irriverenza. Acquisito anche il plauso di una critica non sempre generosa nei suoi confronti, al chiudersi del 1981 giunge il momento di un'ulteriore svolta in carriera, di un passaggio di testimone che sancirà l'effettiva consegna al gotha delle voci del nostro paese. Chiusosi il sodalizio sentimentale con Lavezzi, appare chiara la necessità di un cambio nelle collaborazioni, di giocare con una dimensione nuova, specchio della maturità espressiva acquisita. In questo senso, sarà una ritrovata sfera familiare a fornire l'occasione giusta.

"Traslocando" giunge nel settembre del 1982, a seguito di un'estate trionfale per la cantante (su questo aspetto si tornerà più tardi), e il cambio di rotta non potrebbe essere più importante. Un trasloco in piena regola, e non solo come riferimento alla title track che apre il lato B, contenente una citazione di "...E di nuovo cambio casa" di Fossati. Proprio grazie al contributo di quest'ultimo, che si occuperà della produzione e della realizzazione di questo album e dei successivi due ("Jazz" e "Savoir faire"), Loredana Bertè centra il suo pieno sviluppo artistico, trova la quadratura di un cerchio che si esprime con la pienezza del pop più forbito, perfettamente sintonizzato con lo scenario internazionale. Registrato nella primavera dello stesso anno a New York così come il precedente "Made in Italy", il lavoro non tradisce il passato della cantante (tanto che vengono richiamati anche i Platinum Hook, la band funk di cui già si era avvalsa l'anno prima), ma lo affina in ogni suo aspetto, rilancia la cura per gli arrangiamenti, riportando a un contesto che anni dopo sarebbe stato chiamato, con grande icasticità, sophisti-pop. Ma la storia sa essere ancora più stimolante.

Eccola lì, Loredana, in veste da suora, lo sguardo celato dalla falda del copricapo esageratamente slargata, quella punta rosso fuoco sulle labbra, a simulare un ribaltamento in scia drag dell'abito talare. Come a ribadire che il gusto per lo sberleffo non se ne è mai andato via, ma aspettava semplicemente l'occasione proposta, nella copertina di "Traslocando" l'interprete si presta a una sardonica, quanto elegantissima mascherata, nel fare così si mette al contempo a nudo, si presenta più vera del vero. In un certo senso la presentazione fotografica anticipa il contenuto dell'album, che per le intenzioni di Ivano Fossati doveva essere il più possibile cucito su misura di Bertè, piegarsi al suo temperamento.
Detto fatto: in un'operazione che inizialmente ha visto Mia Martini, allora legata sentimentalmente all'autore genovese, convincerlo a firmare nuovamente pezzi per la sorella (sua era la penna per il primo vero successo della cantante, l'emozionante marcia folk "Dedicato"), l'album prende forma in una sorta di consesso familiare allargato, amici e familiari che ruotano attorno alla voce e all'indole di Bertè come sarti esperti, lucidano o increspano là dove occorre, alla ricerca della sintesi perfetta. Nel linguaggio prescelto non può esserci alcun dettaglio lasciato al caso.

E che linguaggio. L'Italia aveva naturalmente già introiettato con successo, quando non deliberatamente riadattato, gli spunti wave arrivati da Oltremanica (si vedano Battiato con le sue muse, ma anche i coevi Matia Bazar di "Berlino, Parigi, Londra"), e gli stessi dischi di Bertè non erano rimasti immuni al fascino dei sintetizzatori. Ma la mano di Fossati si spinge oltre. Di pari passo alle evoluzioni del funk candeggiato, che nelle figure di Green Gartside e Joe Jackson stavano già confluendo nelle istanze wave, pronte per essere consegnate alla generazione dei Paul Buchanan e dei Paddy McAloon, il sound di "Traslocando" si fa materia plastica, composita, tanto informato dal jazz che abile nel destreggiarsi con il reggae di "Bandabertè", elegante nei suoi languori sudamericani e allo stesso tempo provvisto di una tempra di ferro. Mille e più risvolti, quanti ne può esprimere la voce di Bertè, colta in flagrante all'apice della sua bruciante espressività. Loredana l'innamorata, Loredana la ferita, Loredana la narratrice e chissà quante altre Loredane si cedono il passo con profondo rispetto, soprattutto con totale consapevolezza di sé, ogni parola calcata con la precisione che merita. Di qui a immaginare un futuro classico il passo è più breve del previsto.

Estratta come secondo singolo, tocca a "Per i tuoi occhi" aprire le danze. Un garbato giro di pianoforte, la batteria dritta e decisa e niente di più: potrebbe essere l'attacco di un brano dei Prefab Sprout, ci pensa Bertè a sciogliere ogni dubbio, a lanciare le sue grida d'amore senza alcuna intenzione di lasciarsi ammansire. È un contrasto vivido, il dato testuale si fa aggressivo e struggente al tempo stesso ("Per i tuoi occhi ancora, girare come imbambolata al luna park, un amo nella gola, ma innamorata come ai tempi nella scuola"), l'elemento orchestrale che assiste il climax sintetico del ritornello in un impetuoso slancio vocale. A definire un pezzo simile come soul si commetterebbe senz'altro un errore, eppure sarebbe difficile riscontrare una simile visceralità anche solo in "Made In Italy", qui l'interprete si immedesima con trasporto inedito con il materiale per lei, esibisce il vestito cucito su misura senza alcun imbarazzo. La voce come sangue e vita, un pugno e una carezza: lo sa bene "Stare fuori", lenta scansione per synth che cerca invano di trovare una pur timida consolazione all'esclusione, allo sfiorire delle occasioni e dei desideri mai appagati.
"Stella di carta", affascinante riflessione su un rapporto malato prossimo alla chiusura ("Stella di carta se vuoi vattene via, ti mando un bacio per posta o sarebbe un'altra bugia, siamo di pasta diversa, io seguo un altro destino, se vado incontro alla notte, se ho le costole rotte è per vedere il mattino") lancia un nuovo grido al cielo, il tono da ballad delle strofe che si infrange su nuovi impetuosi slanci canori, come se la decisione procurasse l'estrema sofferenza.

Questa visceralità, la credibilità di interpretazioni che sanno piegarsi alla più immediata nostalgia (il reggae brioso della title track, giocato su una dolcezza che nulla può per arginare lo straripare dei ricordi) o al ritratto vivido di situazioni al margine (i rapidi squarci notturni de "I ragazzi di qui", frizzante synth-rock capace di aprirsi a morbide effusioni soulful) sono la chiave di volta di tutta l'operazione, il gioco per cui è valso ogni centimetro di candela. E il collante che riesce a compattare anche contributi tra loro molto distanti. Difficile non riconoscere la mano di Renato Zero, l'amico di una vita intera, dietro il funk irriverente della conclusiva "Una", gioco di specchi che mette a confronto la Bertè pubblica con quella privata. Ed è della sorella la firma di "Notte che verrà" (inconsciamente vicinissima al city-pop dei colleghi giapponesi), assoli di chitarra e ottoni in pieno spolvero per il brano più groovydel lotto. Eppure tutto fa capo a lei, la pasionaria fiera e sola, incapace di camuffare i propri sentimenti, le ferite portate come un vessillo. E per questa identificazione, vi è un motivo chiarissimo. Ma è il caso di spostare le lancette di qualche mese indietro.
È un volo a planare
Per essere inchiodati qui
Crocifissi al muro
Ma come ricordarlo ora
Non sono una signora
Una con tutte stelle nella vita
Non sono una signora
Ma una per cui la guerra non è mai finita
Oh no, oh no
Difficile non riconoscere il ritornello di uno dei più grandi classici del pop italiano, un testo e una canzone talmente impressi nella memoria storica del Paese da essere un tutt'uno con la propria interprete, specchio riflesso in cui esaltarsi. Pubblicata nell'estate dello stesso anno, la canzone ottiene rapidamente il successo, vince il Festivalbar e a suo modo fissa l'immagine di Loredana Bertè, di icona combattiva, di donna grintosa, ben lontana dal rinunciare al proprio carattere per venire incontro a una presupposta rispettabilità. Nel bene e nel male, tutto l'immaginario che segnerà il successivo percorso della cantante nasce da qui, aiutandosi anche con l'abito da sposa esibito con sprezzo del pericolo nel celebre videoclip (prima dello scalpore causato da una certa "Like A Virgin"), nella forza di un'interpretazione che anche a quaranta anni di distanza gronda sangue vivo.

Trainato dallo straordinario exploit del singolo, anche "Traslocando" stesso viaggia su cifre importanti per l'artista, centrando per la prima volta il platino e introducendo una stagione straordinariamente feconda, che col successivo "Jazz" (e la celebre "Il mare d'inverno") bisserà il successo ottenuto.
Arriveranno poi nuovi scandali, i problemi familiari, rovinose cadute e lente, faticose risalite. Tutto questo, forse con fare profetico, in tralice già appartiene al mondo di questo trasloco, al temperamento impetuoso di un disco che ha consacrato Bertè al firmamento delle grandi voci della canzone italiana. Senza filtro alcuno, sorge qui semplicemente un'icona.

(27/11/2022)

  • Tracklist
  1. Per i tuoi occhi
  2. Stare fuori
  3. Madre metropoli
  4. I ragazzi di qui
  5. Stella di carta
  6. Traslocando
  7. Non sono una signora
  8. Notte che verrà
  9. J'adore Venice
  10. Una