Camouflage

Camouflage

Il metodo del silenzio

di Giuseppe D'Amato

Alfieri di un synth-pop struggente e malinconico, verso fine anni 80 i Camouflage hanno incarnato una delle esperienze più poetiche della stagione wave, riuscendo a colmare il gap tra sonorità elettroniche algide e glaciali di matrice teutonica ed edonismo new romantic in stile britannico. Pregi e difetti della band tedesca attraverso il racconto di alcuni album di grande suggestione
Dove sono finiti i sogni di gioventù?
( Yasujirō Ozu)

Neue Deutsche Welle, capitolo primo: sul finire degli anni 70, il paesaggio alternative della Germania è una sterpaglia di gruppi che mettono in risalto una spiccata attitudine verso sonorità autonome, eccentriche e all'avanguardia, emerse dalle secche delle sperimentazioni kraut-rock e abbrutite dall'atteggiamento strafottente del punk. Fattori determinanti in tutto ciò sono la mentalità fai-dai-te e l'ondata di post-modernismo infiltratasi nella cultura media. In questo scenario si fa largo l'ipotesi che chiunque possa farsi strada, meglio ancora se con idee stravaganti e inverosimili: studenti d'arte, adolescenti riottosi e giovanotti di belle speranze uniti contro il consumismo raccattano apparecchi da registrazione economici e gli strumenti più disparati a mo’ di arsenale contro noia e quotidianità.
Il movimento epigone della new wave britannica germoglia in buona parte dell'Occidente, quello musicale tedesco però è un sottobosco ammantato di tesori così autentici e particolari che è necessario trovargli un'etichetta a parte: Liaisons Dangereuses, D.A.F., Palais Schaumburg, Der Plan e Fehlfarben sono solo alcuni tra i nomi più digeribili e disco-friendly del panorama, malgrado produzioni homemade spesso amatoriali (in seguito verranno spodestati da chart-topper à-la Bruce & Bongo, Trio, Nena e Peter Schilling, alcuni dei quali ridimensionati, col senno di poi, a fenomeni kitsch).

Nel frattempo a Bietigheim-Bissingen, cittadina sperduta del Baden-Württemberg pre-riunificazione, Heiko Maile, Oliver Kreyssig, Marcus Mein e Martin Kähling sono quattro adolescenti col pallino di chitarra e sintetizzatori, che si fanno le ossa nei Lizenenced Technology; pochi mesi più tardi però Kähling preferisce lasciare e i tre superstiti decidono di proseguire come Camouflage in omaggio al titolo di una canzone degli Yellow Magic Orchestra di cui sono grandi ammiratori (si trova sull'album “BGM” del 1981). Siamo nel 1984, Heiko e Oli stanno facendo formazione professionale, Marcus deve ancora prendere il diploma di scuola superiore, tuttavia con i pochi risparmi messi da parte, i ragazzi riescono ad allestire uno studiolo nel seminterrato della villetta dei genitori di Heiko (che si trova in Metterzimmerer Strasse a Kleinsachsenheim, nei pressi di Stoccarda) ribattezzato “Boy's Factory”, dove amano trascorrere le proprie giornate a scrivere e strimpellare.
In quattro e quattr'otto approntano un paio di demo, grazie ai quali nel 1986 sbancano un talent-scout indetto da radio Hesse. Iniziano a esibirsi dal vivo in alcuni club del circuito sinché non vengono adocchiati da un emissario della WestSide Records, piccola etichetta con sede a Francoforte che permette al gruppo di incidere unaprima edizionedi “The Great Commandment”, destinata a rimanere il loro più grande smash commerciale.

Voci e immagini dagli anni Ottanta: il grande comandamento

All'epoca la West Side è nota soprattutto per svezzare artisti e poi proporli a major di più ampia capacità divulgativa, così la early-version del brano (realizzata con tipico campionatore a nastro e intitolata originariamente “Suddenly Went Away”) viene immediatamente ripulita e offerta a diverse compagnie. Tra quelle disposte a finanziarli la band sceglie di legarsi alla svedese Metronome che il 4 marzo 1988 lancia sul mercato Voices And Images,registrato negli studi Dynaton di Weiterstadt sotto la direzione di Axel Henninger. Synth freddi, voci cupe, percussioni robotiche: il singolo apripista “The Great Commandment/Pompeji” viene presentato in tv nella trasmissione “Spruchreif” (sull'emittente ARD) e raggiunge la quattordicesima posizione in patria, mentre negli Stati Uniti si issa al vertice della Billboard Dance Chart (dove staziona per tre settimane non-consecutive). Il periodo è dominato da conflitti, tensioni e scenari apocalittici, patti di non-aggressione ed embarghi, il governo mondiale è nelle mani di un anziano signore e di una donna. La Guerra Fredda è quasi finita, il Muro di Berlino ancora in piedi: l'album è un invito meravigliosamente triste a perdersi nell'eternità mentre si balla ai ritmi gelidi e computerizzati dell'antirazzista “Neighbours” (il testo fa riferimento ai problemi cronici in America in materia di discriminazione e sparatorie della polizia) oppure delle eloquenti “Helpless Helpless” e “Winner Takes Nothing”, inni fatalisti al chiaro di Luna. Meyn pronuncia ogni parola con tono greve e baritonale, tale da imprimere enfasi solenne a “Where Has The Childhood Gone”, filastrocca da carillon e sguardo nostalgico ai giardini d'infanzia, echeggiato da cori di bambini e risatine sinistre ad avvilire ulteriormente un gioiellino di devastante malinconia.

I remember all the days which have gone by
years before now, when I was a child
we ran through the town and held our hands
we did all the things which we had planned
where has it gone, where has the childhood gone?
For thousands of times we played down in the street
we had fun while we played hide and seek.
We ran through the town like we'll never do anymore
we did all the things we should ignore.
Where has it gone.... ?

Giochi proibiti e perdita dell'innocenza: eccovi serviti “I maestri della tristezza” (come li ha definiti qualcuno, non a torto), ma c'è dell'altro. L'opener regolare e metronomica “That Smiling Face”, ad esempio, sboccia con perizia tecnica ed equilibrismi neo-psichedelici affini ai Modern English più edulcorati (timbro scaltro e malandrino a-là Robbie Grey di “After The Snow” e “Ricochet Days”, tanto per intenderci), memorabili anche “From Ay To Bee” (un'ottava superiore rispetto alle altre) e il secondo martellante singolo “Strangers' Thoughts” che sale alla numero 20 (passo sincopato  e battito in levare, il video è diretto da Reiner Thieding). “I Once Had A Dream” è un po' più barocca e ammicca al neo-folk, così come la pièce “Music For Ballerinas” (la trombetta che mena le danze è a suo modo fondamentale nel dare un tocco di personalità kraut-rock/progressive).
Chiudono il cerchio ”They Catch Secrets” (indole minacciosa e cospiratoria, avrebbe fatto un figurone in un film di spionaggio) e “Pompeji”, altro strumentale cinematic-ambient degno di candidatura all'Oscar. Unico neo forse l'esordio un po' tardivo rispetto a più illustri colleghi che gli nega la dovuta residenza nell'Olimpo, ma la darkwave dieci anni dopo esercita ancora un fascino puro e incontaminato: nel complesso Voices And Images è un ottimo vernissage, che riesce a combinare le geometrie compassate dei Kraftwerk, il pop arioso degli Omd e le atmosfere claustrofobiche dei Depeche Mode più lugubri e deprimenti.

Il talento, quello ce lo mettono tutto i Camouflage, che durante un scampagnata pubblicitaria a New York strappano un contratto al gigante Atlantic Records e festeggiano il bottino regalandosi un nuovo studio soprannominato “Boy's Factory 2” (ricavato negli stabilimenti di una ex-fabbrica dismessa pochi chilometri fuori della loro cittadina natale). Alcuni mesi dopo tornano al lavoro insieme a Dan Lacksman, stavolta al Synsound di Bruxelles: Methods Of Silence (giugno 1989) è un'altra prova da incorniciare, il produttore (già artefice dei principali successi dei Telex) sceglie un misto di tecnologia vintage e moderna e concede al terzetto maggior spazio creativo. su queste premesse nascono alcuni brani di invidiabile accuratezza sonora. Su tutti “Love Is A Shield”, hit riempipista dal beat intimidatorio che raggiunge la numero 9 in Germania (vi rimarrà per sei mesi) e garantisce alla band una certa visibilità nel resto d'Europa: è probabilmente il loro brano più celebre, reso immortale da un ipnotico giro di tastiera e ritornello ossessivo in stile dark-gothic.

Love is a shield to hide behind, love is a field to grow inside
and when I sometimes close my eyes my mind starts spinning round...
Love baby in a mother's arms, love is your breath which makes me warm
and when I sometimes close my eyes my mind starts spinning round...

Il brano flirta con gli Xymox del periodo "Imagination": “Quando l'abbiamo scritta, ci trovavamo a New York - racconta Meyn - stavamo guardando un vecchio film in bianco e nero in cui Ernest Borgnine ammoniva un ragazzo 'Sai, l'amore è uno scudo'. Pensai che fosse una definizione davvero azzeccata e la usai come tema principale della canzone. Il nostro obiettivo è comporre musiche adeguate a qualunque situazione di vita, sperando che l'ascoltatore ci si possa immedesimare in ogni momento della propria”.
Il resto della tracklist  evoca immagini poetiche alla maniera degli And Also The Trees più teatrali e decadenti - “Anyone”, “The Rues” e l'arabeggiante “Feeling Down” - gli arrangiamenti (violino, sassofono e francesismi industrial) sono pomposi e spesso funerei, unico comun denominatore il male di vivere. Sulla stessa falsariga “Sooner Than We Think” e “Your Skinhead Is The Dream” (Tomorrow started digitale sibillina ed ermetica), mentre “On Islands”, “A Picture Of  Life” e “One Fine Day” concedono qualcosa in più all'orecchio e deviano verso uno spleen gioioso e multi-strutturato (in opposizione a certo Idm marmoreo e scolpito cui i Camouflage verranno sovente frettolosamente accostati negli anni 90).
Menzione a parte per l'organo circense e i clacson filtrati di “Rue De Morsleede”, waltzinblack di soli 37 secondi che chiude l'album tra oscuri presagi: al termine del tour europeo, infatti, Kreyssig abbandona per motivi personali, Meyn e Mail si rimboccano le maniche da par loro e scelgono di continuare come duo, così si trasferiscono per un periodo in Inghilterra ai Black Barn Studios, dove insieme al produttore Colin Thurston (David Bowie, Talk Talk e Duran Duran tra i suoi assistiti) incidono il terzo album Meanwhile (1991), che segna un inaspettato cambio di rotta rispetto alle produzioni precedenti.

Time Is Over: gli anni Novanta

Il nuovo decennio amplia gli orizzonti, ma l'ispirazione sembra improvvisamente scemare: la band opta adesso per l'introduzione di percussioni reali e strumenti acustici (alla batteria Gavin Harrison, già guest-musician per King Crimson e Porcupine Tree) e il sound vira decisamente verso il rock in ossequio a una legge non-scritta che negli stessi giorni vede tanti pilastri della new wave riciclarsi a colossi da stadio con risultati alterni (i Depeche Mode con “Songs Of Faith And Devotion” e i Simple Minds con “Good News From Next World”, giusto per citarne un paio). Anche l'approccio vocale suona differente - il singolo “Heaven (I Want You)” del febbraio 1991 è comunque un discreto successo in patria - e pare scimmiottare gli astri nascenti del britpop, ma l'evidente gap generazionale condanna i tedeschi al dimenticatoio.
Da salvare “Mellotron”, divertente e spigliata, più seriose invece “Mother” e “Dad”, invettive epistolari indirizzate ai genitori che parlano di incesto e abusi sui minori (chissà se a sfondo autobiografico, “no one will believe/ ‘cause he's your dad”). “Waiting” e “SeizeYour Day” deragliano su rotaie melense e monocordi, così come “Where The Happy Live”, che sfuma noiosamente malgrado un coretto energico.
Il resto è un contentino bitter-sweet fluffy e inconcludente (“Spellbound”, “These Eyes” e “Who The Hell Is David Butler?”).

Ad agosto segue un tour della Germania e la pubblicazione del doppio a-side “This Day/Handsome” (le rispettive clip sono girate a Roma tra la Basilica di San Pietro e il quartiere Eur, le immagini somigliano incredibilmente a quelle di “Regret” dei New Order, identico set), ma a fronte dei deludenti riscontri al botteghino l'Atlantic decide di interrompere il rapporto. “Ovvio, avremmo preferito che fosse andata diversamente, ma in quel momento desideravamo fare un disco di quel genere, forse abbiamo sbagliato consulenza”, chiosa senza troppi rimpianti Heiko, che ne approfitta per una pausa di riflessione e insieme a Marcus trasloca ad Amburgo. Qui i due fondano una propria casa editrice e mettono a verbale il side-project Areu Areu (l'eponimo Ep in cinque tracce contiene l'inedita “Mr.X”/“Modern Technology” più quattro cover in chiave electro: “Day Tripper” di Lennon/McCartney”, “Ricky's Hand” di Fad Gadget, “Cold” dei Cure e “I'm Your Money/Tora Tora Tora” di Heaven 17/Depeche Mode).

La concorrenza però è spietata e anche in questo caso la label preferisce scommettere su altri cavalli, capaci di inseguire le tendenze più velocemente, ragion per cui nel 1993 la Metronome Musik azzarda il successivo Bodega Bohemia solo sul mercato di lingua germanica.
L'obiettivo è risollevare le sorti del gruppo tramite un deciso ritorno a sonorità elettroniche spinte e synth d'ordinanza, senza però perdere di vista melodia e narrazione: gli estratti “Suspicious Love”, “Jelousy” e “Close (We Stroke To The Flames)” ne sono in tal senso le diapositive migliori (l'ultimo punta il dito contro la preoccupante ondata neo-nazista che giusto in quei giorni sembra sconvolgere l'Europa, “Stanno marciando con le torce... la storia si ripete, e se non ci interessa, finirà allo stesso modo. Accarezziamo le fiamme, non abbiamo mai spento quegli anni, avremmo dovuto imparare”, recita il testo).
“Pedestrian Adventures” è una discreta dance-track numanoide (l'uno-due di tastiera fa pensare a “Me!I Disconnect From You!” dei Tubeway Army), più anonime e misurate “Bondage People” e “In Your Ivory Tower”, comunque gradevoli ma non del tutto soddisfacenti, almeno per la Metronome, che dà il benservito alla band e punta forte su pop-act emergenti più remunerativi (tipo Ace Of Base).

Gli anni seguenti non si rivelano affatto facili per i Camouflage, ma portano idee interessanti: attraverso un amico comune, infatti, Heiko e Marcus entrano in contatto col promotore di un'opera teatrale in cui investono le residue energie, peccato però che dopo oltre sei mesi di duro lavoro si vedano costretti ad accantonare il progetto a causa di dispute legali irrisolte tra proprietari dei diritti e organizzatori. Demo e visual concept in compenso non vanno perduti e il materiale costituisce l'ossatura di Spice Crackers, avallato nel 1995 dalla Bmg su suggerimento di Andreas “Bär” Läsker”, manager dei rapper Die Fantastischen Vier, incuriosito dall'abilità compositiva del duo, che per l'occasione sceglie un outfit fumettistico di inclinazione science-fiction.
In una serata-evento tenuta a Stoccarda vengono presentati i due singoli “Bad News” e “X-Ray”, che però non ricevono le attenzioni sperate così come l'intero album (viene messo fuori produzione nel giro di pochi giorni) ed è un vero peccato, dato che la scaletta regala bagliori techno d'alto livello, a cominciare dall'estatica “Je Suis Dieu” o “Funky Service”, ambient elusivo che strizza l'occhio al chill-out. Cambiano modelli di riferimento e state of mind (la title track “Spice Crackers” anticipa il Bowie-Outsider di “Deranged”, “In Search Of Ray Milland” invece richiama i suoni dall'ultramondo dei primi Orb) ma il risultato è godibilissimo.
Da ascoltare tutte d'un fiato “Kraft” ed “Electronic Music” (sequenza di titoli suggestiva e auto-referenziale), “Back To Heaven” e lo strumentale “Ronda's Trigger” (Ronda Ray è lo pseudonimo di Maile), ma visto l'ennesimo inspiegabile flop di vendite, i due decidono di separare per qualche tempo le proprie strade (si ritroveranno a distanza di un anno nella compilation per artisti vari “Treasury” col brano “Winter”) e coltivare attività parallele: Marcus si reinventa product-manager per la “Four Music” (stessa etichetta dei succitati Die Fantastischen Vier) e scrive “You Were There” insieme a Pascal FEOS e Maik Maurice, mentre Heiko svaria come spalla freelance per i musicisti più disparati (dalla house al rock fino all'hip-hop).

Nel 1997 ecco il cofanetto Best Of Camouflage: We Stroke The Flames, confezionato da Polydor e Sony Music (contiene un remix di “Love Is A Shield” firmato William Orbit) e integrato da un maxi-singolo a tiratura limitata che ripropone “Suspicious Love”, “Handsome” e ancora “Love Is A Shield” (entrambe le release però vengono rinnegate da Heiko e Marcus e non costituiscono catologo ufficiale). Il design di copertina è curiosamente affidato all'ex-membro della band Oliver Kreyssing, rimasto in ottimi rapporti coi due e smanioso di tornare in pianta stabile.
Galvanizzati dalla notizia, i nostri ipotizzano un rientro in grande stile pianificando finalmente un nuovo Lp come trio, il sesto studio Sensor (pubblicato il 26 maggio 2003 dalla Islands Records) dalla genesi quantomai travagliata.

Di nuovo in tre: gli anni Duemila

Le sedute si tengono in tre distinte location: l'ingegnere del suono Rob Kirwan si mette al lavoro a Londra con i Toy, Gerret Freirichs ad Amburgo e Maile nella Saal 3 della Medienhaus a Stoccarda, quindi i reciproci file audio vengono messi a disposizione via Internet sul sito web della band per essere perfezionati. Escono due singoli di pregevole fattura, “Me And You” e “I Can't Feel You” più un terzo, “Thief”, che in realtà era già stato ultimato e presentato live in Svezia nel giugno 2000 durante un concerto a Freiberg e nel 2001 al Wave Gothic Meeting a Lipsia (d'accordo con la Virgin, che però batte lesto in ritirata in quanto restia a finanziare l'intero album d'inediti).
La maggior parte dei brani trova un amalgama logico e ben delineato senza troppi alti né bassi, così se da una parte “I'll Follow Behind” e “Together” ricalcano il pop-rock energico del Dave Gahan post-repulisti formato “Ultra”/“Paper Monsters”, dall'altra si incagliano in un ibrido poco fantasioso: ne fanno le spese “Perfect” e “Blink” (featuring Neele Ternes) previsti inizialmente come singoli ulteriori ma poi annullati date le difficoltà in chart dei precedenti.

Ad ogni modo, Sensor viene promosso da un estenuante tour in Germania, Russia e Turchia che frutta almeno un contratto con la label indipendente SPV: il settimo album Relocated (agosto 2006) viene trainato da “Motif Sky”, “Something Wrong” e “The Pleasure Remains” (quest'ultima solo per il mercato polacco). Stavolta il quadro è a tinte fortemente crepuscolari e introspettive, e trova nelle toccanti “The Perfect Key” e “Dreamers” le sue espressioni migliori.
La maturità giova senza dubbio alla band, che dipinge magnetic fields e paesaggi astratti di notevole ingegno sonoro (il maestro Jarre non è poi così lontano). “We Are Lovers”, “Something Wrong” , “Passing By” e l'intro “Memory” documentano il pedigree buono e acuiscono l'impatto emotivo, attenzione poi alla ghost-track “Last Contact” in appendice all'ultimo brano in scaletta “How Do You Feel?” (al culmine di due minuti di vuoto assoluto).

L'antologia in due atti Archive#1 (Rare Tracks) del 2007 raccoglie rarità/versioni remix di varia natura e giunge al termine di un intenso tour di Sudafrica e Messico, che fa da antipasto al pirotecnico Live In Dresden del 2009, altra ricca testimonianza dal vivo di indiscusse capacità di performer (cd e doppio Dvd di eccellente qualità audio, a coronamento di vent'anni di onorata carriera) che chiude momentaneamente la storia della band.
The Box 1983-2013 e The Singles (2014) rincarano la dose di rimpianti con l'originale 7'' di “The Great Commandment” e un ri-edit della stessa in versione “2.0” (alla batteria il turnista austriaco Christian Eigner, più volte sul palco con i Depeche Mode).

Nel 2015, però, l'inatteso colpo di scena: il 6 marzo esce in Germania (e il 27 nel resto del mondo) Greyscale su etichetta Bureau B (raggiunge la quattordicesima posizione in classifica): si tratta dell'ottavo album di inediti che interrompe un silenzio creativo durato circa nove anni. Le session si tengono tra il 2011 e il 2014 e l'uscita dell'Lp, inizialmente fissata al settembre 2014 in concomitanza con le celebrazioni per il trentesimo anniversario dalla nascita della band, viene procrastinata al febbraio dell'anno successivo, causa ritardi strutturali. Operazione nostalgia o stucchevole frontiera revival? Macché, il progetto poggia su basi solide e le tredici tracce in scaletta abbozzano un copione di rara lucidità e brillantezza, dove speranza e malinconia si fondono in un arazzo contemporaneo fresco e assortito. Responsabile di produzione Heiko Maile, reduce da alcuni exploit per musiche da film (“Die Welle”/“L'Onda” del 2008 e “Wir Sind Die Nacht”/“Noi Siamo La Notte” del 2010, entrambi di Dennis Gansel), con lui il fido Volker Hinkel (chitarra, co-produzione) e Jochen Schmalbach (al mixaggio), “quarto” e “quinto” membro quasi-effettivi della band, sempre in prima fila nelle line-up allargate (concerti o altre attività promozionali).
Una mano sulla puntina e l'altra sul cuore: il disco gira che è un piacere, danza, pianto e contemplazione a fendere il grigiore plumbeo dei nostri tempi. Piatto forte il singolo “Shine” (riuscito contrasto tra elementi elettronici ed ensemble d'archi gentilmente concessi dalla Babelsberg Film Orchestra) e “Leave Your Room Behind”, dagli arrangiamenti morbidi e delicati. “Laughing” inizia lentamente e si trasforma in una garbata sezione di coro per poi addolcirsi nuovamente, viceversa “Misery” è una cavalcata dance-pop inarrestabile e infuocata. “Still” tradisce un tocco jazzistico, come l'intro per solo piano “If...”.
Nel contesto funzionano bene le gemelle strumentali “Light Grey”/“Dark Grey” e il delicato midtempo “End Of The Words”, da ascoltare infine la raffinata “In The Cloud” e la bella title track “Greyscale”. Chiusura con la contagiosa hyperballad “Count On Me”, di per sé piuttosto banale ma che brividi la prestazione vocale dell'amico Peter Heppner (leader dei Wolfsheim)...: è senza dubbio il pezzo meglio riuscito del lotto e indovina un ritornello killer di sensibilità commovente.

Ad oggi “Count On Me” è l'ultimo singolo pubblicato dalla band (il 9 ottobre 2015), il testo profetico suona come un arrivederci più che un addio, con la promessa, anzi la certezza di poter contare in futuro ancora sui Camouflage.

I can't hide, I can't run
from the things whatever I have done
but the truth will set me free
I can always count on you, as you can always count on me...

Camouflage

Il metodo del silenzio

di Giuseppe D'Amato

Alfieri di un synth-pop struggente e malinconico, verso fine anni 80 i Camouflage hanno incarnato una delle esperienze più poetiche della stagione wave, riuscendo a colmare il gap tra sonorità elettroniche algide e glaciali di matrice teutonica ed edonismo new romantic in stile britannico. Pregi e difetti della band tedesca attraverso il racconto di alcuni album di grande suggestione
Camouflage
Discografia
 Voices & Images (Metronome, 1988)

7,5

Methods Of Silence (Atlantic, 1989)

8

 Meanwhile (Metronome, 1991)

5,5

 Bodega Bohemia (Metronome, 1993)

5

 Spice Crackers (Bureau B, BMG, 1995)

7

 Sensor (Island, 2003)

6

 Relocated (SPV, 2006)

6,5

Greyscale (Bureau B, 2015)

7

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

The Great Commandment 
(da Voices & Images, 1988)

Stranger Thoughts
(da Voices & Images, 1988) 

Love Is A Shield
(da Methods Of Silence, 1989)

Heaven (I Want You)
(da Meanwhile, 1991)

 

Suspicious Love
(da Bodega Bohemia, 1993) 

 

Bad News
(da Spice Crackers, 1995)

 

Thief
(da Sensor, 2003)

 

Shine
(da Greyscale, 2015)

 

Count On Me
(da Greyscale, 2015)

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Recensioni

CAMOUFLAGE

Greyscale

(2015 - Bureau B)
Nove anni dopo "Relocated", il trio tedesco riassume il meglio e il peggio degli anni 80

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