Enemy

We'll Live And Die In These Towns

2007 (WEA)
pop, rock

Sono due i motivi per i quali un gruppo come gli Enemy potrebbe risultare interessante. Il primo è che provengono da Coventry e, se la memoria non tende qualche trappola, era dai tempi molto venerandi degli Specials che un gruppo proveniente da quelle contrade non agguantava le vette delle classifiche inglesi. La seconda ragione risiede nel fatto che un'etichetta a suo modo storica come la Stiff, ferma ai box da anni, abbia ricominciato a operare pubblicando il loro primo singolo, ammaliata dal talento ancora arruffato di questo giovanissimo terzetto (per chi volesse darsi una rinfrescatina alla memoria, circola da qualche tempo un box riepilogativo, "The Big Stiff Box Set" che, tra Devo, Costello, Adverts, Damned, Madness, offre senz'altro di che divertirsi).

Per il resto gli Enemy (nome tanto agguerrito quanto indirettamente sornione, vista la palese assonanza con l'intestazione del più diffuso periodico d'informazione musicale d'Albione) compongono e suonano le canzoni che ognuno di noi componeva e suonava a diciannove anni. Ognuno di noi tranne sua maestà Paul Weller, questo è quantomeno scontato. E proprio i Jam (gruppo da infilare clandestinamente nella tasche di sorelline e fratellini prima che Federico Moccia e Zero Assoluto si accaparrino regioni sempre più vaste dei loro cervelli) risultano in ultima analisi gli interlocutori prediletti di questo gruppo e questo è senz'altro un bene.
Si ascolti a titolo d'esempio l'eponima e più che filologica "We'll Live And Die In These Towns" (che fa il paio con "Happy Birthday Jane"), con i suoi rintocchi precisi da cantica orgogliosa sulle barricate dell'esistenza e il suo piccolo tempietto votivo allo sturm und drang mod proletario di un ipotetico '79 thatcheriano: "This is the Modern World", come si suol dire.

La componente mod risulta dunque nel complesso piuttosto dominante e talvolta riesce a regalare anche qualche spunto di qualità come "Had Enough", singolone strappamutande intriso di rabbia e cattiveria agonistica a squarciagola, che potrebbe essere utilizzato come inno ufficiale per i prossimi Europei di calcio e che non avrebbe sfigurato (anzi, sarebbe stato terribilmente necessario) nell'ultimo lavoro degli Arctic Monkeys (la cui ombra aleggia pericolosamente sugli strepiti di "Away From Here", "Technodancephobic" e "40 Days And 40 Nights"), senza il successo commerciale dei quali comunque un gruppo con le caratteristiche degli Enemy difficilmente avrebbe potuto raggiungere le primi posizioni delle chart al primo colpo discografico.

Molto vicini al suono ruvido e imbronciato dei primi e più provinciali Oasis (i migliori, ad ogni modo), figli impenitenti di quella tradizione ostentatamente brit che negli anni Novanta è stata rivoltata ed esplorata in ogni suo più minimo risvolto da gruppi come Ocean Color Scene, Cast, Menswear e Supergrass, questi Enemy possono essere inseriti senza tema di smentita in quel codazzo pulviscolare di band con la coscienza più o meno pulita (ma non molto coraggiosa) quali Little Man Tate, View, Milburn (e chi più ne ha più ne metta), che sono germogliate come gramigna nel solco delle profonde orme medianiche lasciate dal passaggio dei Libertines prima e degli Artic Monkeys dopo.
Le chitarre (prevedibilmente il perno inamovibile di tutte le canzoni) avrebbero forse abbisognato di un ruggito più sguaiato e sferragliante, così come non avrebbero forse guastato parti ritmiche nel complesso più sconnesse e incalzanti: questi Enemy dovrebbero ascoltare di più Wild Billy Childish (in una delle sue innumerevoli incarnazioni) e desiderare un tantino di più di morire prima di diventare vecchi, se riusciamo a capirci e se Pete Townshend aveva visto giusto.

A parte questo, il disco non ha né la trascinante goliardia studentesca degli ultimi Wombats né il travestitismo sottilmente citazionistico degli Horrors, ed è molto difficile che al di là della cerchia dei fedeli di stretta osservanza possa riscuotere l'interesse sbadigliante di chi segue il cosiddetto indie britannico da più di un anno. A questo punto della partita, infatti, quel che più conta è la capacità di innovazione e contaminazione stilistica che un gruppo sappia innestare nella fibra di un suono che è stato ormai sfruttato oltre le sue concrete possibilità, e l'impressione generale è che, se i Verve e i Blur non si affrettano a tornare a imbracciare le armi al più presto, la situazione comincerà a mettersi piuttosto male.

13/01/2008

Tracklist

  1. Aggro
  2. Away From Here
  3. Pressure
  4. Had Enough
  5. We'll Live And Die In These Towns
  6. You're Not Alone
  7. It's Not OK
  8. Technodanceaphobic
  9. 40 Days And 40 Nights
  10. This Song
  11. Happy Birthday Jane 

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