Fatta eccezione per l’aggiunta del violoncello di Lori Goldston, già collaboratrice, tra gli altri, di Nirvana (ricordate l'”Unplugged”?) e David Byrne, non c’è molto di nuovo in questo ritorno di Dylan Carlson e sodali.
Prodotto da Stuart Hallerman, “Angels Of Darkness, Demons Of Light 1” è, insomma, un’opera che farà sicuramente felici i fan più accaniti della band americana, strenui difensori del precedente e mediocre “The Bee Made Honey In The Lion’s Skull“. In queste nuove vesti desertiche e psichedeliche, Carlson ha imboccato, insomma, un percorso probabilmente destinato a non regalarci più momenti di grande spessore (ovviamente, spero di essere smentito già dal prossimo lavoro!) come quelli presenti su “Hex, Or Printing In The Infernal Method“. Poco male, se questa è la volontà dell’uomo di Seattle, qui addirittura ispirato, a suo dire, dal folk-rock inglese di Pentangle e Fairport Convention e dalla miscela di world-music, blues e rock dei nordafricani Tinariwen. Solo che, andando di repeat in repeat, ci si rende conto che, se di influenze stiamo parlando, evidentemente sono state talmente digerite che rintracciarle è una vera impresa.
Comunque sia, una volta concentrati sul fatto musicale nudo e crudo, ecco un suono che continua imperterrito a trascinarsi stancamente in un groviglio di Americana, drone e visioni lisergiche. Oltre la coltre stordente ed ipnotica di “Old Black”, “Father Midnight”, “Descent To The Zenith” e “Hell’s Winter” c’è molto fumo e poco arrosto: giusto qualche trama nervosa della Goldston o qualche sparuto punto di fuga visionario. Poi, arrivano gli oltre venti minuti della title-track: si parte in sordina, tra bordoni ruvidi, accordi lasciati vagare dentro crepuscoli rosso-sangue e rade nuance gotiche. Man mano, il brano cresce di intensità, ma è un’intensità che non lascia il segno, che resta tutta confinata nel bozzolo delle buone intenzioni.
Peccato, Dylan: un altro flop!
20/01/2011
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