Zeitkratzer + Keiji Haino

Live At Jarhundertalle Bochum

2014 (Zeitkratzer) | chamber-noise, horror sound

Dopo aver pubblicato quest'anno una bella versione discografica di un suo storico cavallo di battaglia – “Metal Machine Music” in chiave cameristica – l'ensemble di terroristi sonici Zeitkratzer regala su disco una performance dal vivo incentrata sui vocals gutturali di Keiji Haino, storico compagno d'avventura di Friedl e compagine. L'unione di due tali forze distruttive è qualcosa in grado di provocare autentica paura al solo pensiero, anche volendo considerare il lato più morbido e sofisticato del sound del gruppo di Podewil.

Partiamo col dire che ci sorprende relativamente l'apporto zero a livello extra-vocale del guru giapponese, qui chiamato allo scopo di fornire quel suono e presente nel processo creativo improvvisato solo per recitare il suddetto ruolo, e solo quando necessario. Tanto che risulta quasi paradossale la confusione che si crea qua e là tra i rumori generati elettronicamente da Marc Weiser e quelli di umana gestazione firmati da Haino, che negli ultimi anni sembra effettivamente deciso a focalizzarsi su questo versante (forse il meno interessante) della sua poliedrica attività.

La particolarità, invece, sta proprio nell'impegno pittoresco dell'orchestrina, nel tentativo – tutto meno che inedito, sia chiaro – di fare della cacofonia una forma espressiva autentica, un mezzo per decostruire e sconvolgere canoni in maniera spontanea, diretta, immediata, senza il tramite di mille angherie concettuali. Se lasciamo da parte “Ghost”, lento e penetrante dipinto neo-realista del concetto di angoscia sonora, ci troviamo una manciata di improvvisazioni più vicine all'espressionismo che alla provocazione pura.

Va così con “Smashine”, che è una sorta di rituale portato alle estreme conseguenze rumorose, o con la breve “Cryogen”, che chiude inneggiando ai Supersilent più afoni, già tirati in ballo dal clarinetto di Frank Gratkowski su “Roses” – entrambi brani dove Haino se ne sta in disparte. “Birdy” sembra addirittura una parodia del mondo acusmantico, o dei Pink Floyd di “Several Speces...”, al cui approccio impacciato ai limiti del naif l'ensemble sembra rifarsi non poco. E pure l'incalzante “Wet Edge”, alla faccia dell'inchino profondissimo ai Cabaret Voltaire del finale, riesce a buttar giù mattone per mattone tutti i luoghi comuni nati attorno all'ipnosi sonora.

È una forma di sound art performativa, il rumore umano che travalica – sebbene senza eccessiva originalità – il classico stereotipo secondo cui “farsi del male ascoltando l'inascoltabile” possa essere sinonimo di mente ampia, capacità di comprendere cose che altri non comprendono, di fruire della musica oltre la sua percezione uditiva. Qui gli elementi sono ben noti a tutti, dal tribalismo a quella psichedelia con cui lo stesso Haino è cresciuto e si è rivelato. E non servono elucubrazioni mentali di alcun genere per farsi trasportare in questo trip repellente all'ennesima potenza.

(28/11/2014)

  • Tracklist
  1. Ghosts
  2. Smashine
  3. Roses
  4. Birdy
  5. Wet Edge
  6. Cryogen
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