Peter Broderick

Colours Of The Night

2015 (Bella Union) | songwriter

Se dicessimo che non ce l'aspettavamo, mentiremmo. Prima il disco del link, poi “These Walls Of Mine”, ora qui il cerchio è completo. Mentiremmo pure se non dicessimo che, almeno nella persona di chi scrive, la speranza di una retromarcia c'era eccome. Non ce ne si voglia, ma Peter Broderick lo ricordiamo come colui che ha trasformato il modern classical in verbo folk, quello che disegnava praterie e alberi con le matite colorate degli archi proprio mentre il suo amico Eluvium trasformava synth e piano in pastelli con cui rielaborare il romanticismo in chiave impressionista. Confonderlo oggi a turno con Mikal Cronin e Sufjan Stevens è un bel colpo al cuore.

Ma ce lo aspettavamo, si diceva. Sì, perché Peter la mania di fare il cantautore in realtà l'ha sempre avuta, e che ultimamente avesse preso il sopravvento era tutto meno che un mistero. Esattamente come non si dubitava che il passaggio avant-espressionista – forse un po' naif ma era bello anche per quello – su Erased Tapes di due anni fa rappresentasse niente più che un divertissement estemporaneo. La strada portava al classicismo e proprio qui effettivamente si conclude, con un disco per Bella Union (già il secondo ma questo è proprio un disco “da Bella Union”) e il definitivo avvicinamento all'idea di cantautorato di cui sopra.

Insomma, Broderick con le matite ci disegna ancora, ma è oggi un cantautore indie-folk di classe come molti se ne sentono. Sa colorare la notte per davvero, questo funambolo che si diverte con chitarra e voce come un bambino cresciuto riappropriatosi della sua infanzia di giochi. Arpeggia con destrezza alle spalle di un ruscello all'alba in “Red Earth” e al tramonto nel finale di “Rotebode”, ammicca fra le stelle nell'introspettiva “On Time” e ci stupisce almeno un po' guardando alle campagne americane in “More And More”. E nella (anche troppo) calligrafica “Our Best” sembra davvero il folksinger americano della porta accanto.

Il suo verbo odierno (non) è (niente più) di un tradizionalismo spontaneo, che non mancherà di farsi apprezzare da chi il folk lo vive per davvero. E il suo calco – di tale si tratta – va oltre il semplice ispirarsi a strutture e melodie, raggiungendo negli episodi più convincenti una contaminazione più profonda: è il caso del delizioso e vivace corale della title track, della parafrasi dylaniana in salsa Camera Obscura di “The Reconnection” o della splendida invocazione a cappella di “If I Sinned”.
Nel boogy in stile Kevin Ayers di “One Way” e nelle velature indie di “Get On With Your Life” trova pure il tempo per divertirsi e divertirci.

Ci mette classe, passione, sentimento, spontaneità, tanto che a conti fatti non si può non volergli bene lo stesso, forse anche più di prima. Per quanto il suo genio creativo, quello di cui ci si era innamorati un tempo, sembra ormai solo un bel ricordo, la cui ombra riemerge sporadicamente da suoni, note e colori. Al suo posto un cantautore disimpegnato che si fa ascoltare volentieri e che assomiglia a tanti (troppi) colleghi altrettanto validi, altrettanto appassionati, altrettanto meritevoli di benevolenza.

(10/05/2015)

  • Tracklist
  1. Red Earth
  2. The Reconnection
  3. Colours Of The Night
  4. Get On With Your Life
  5. If I Sinned
  6. Our Best
  7. One Way
  8. On Time
  9. More And More
  10. Rotebode
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