AJJ

The Bible 2

2016 (Side One Dummy) | indie-rock

Self-appraise, that’s my name
But these tight-ass pants
with these baggy eyes that see a garbage world
forever hideous forever purposeless forever worthless
Until all that I can do is beg for mercy
nothing will survive in that despair

L’inevitabile è avvenuto. Sean Bonnette e compagni si sono arresi, hanno abbandonato la storica intestazione della loro creatura per abbracciare in cambio la sua semplice trascrizione acronima. Questo dopo aver considerato tanto l’irresponsabilità nell’uso del termine Jihad all’interno di quella ragione sociale, quanto l’ormai ridotta fascinazione personale verso un personaggio storico “interessante ma odioso” come il presidente Andrew Jackson. Una scelta più che logica, visti i tempi che corrono e nonostante l’aspra contestazione che numerosi fan hanno riservato loro sulle piattaforme social, ma anche il sintomo di una più generale presa di distanza dal proprio passato, evidente nella volontà di non suonare più dal vivo le canzoni del primo disco, “Candy Cigarettes & Cap Guns”, perché, come da dichiarazioni del frontman, l’attuale incarnazione non corrisponde più alla band messa in piedi quasi per scherzo nel 2004 da un manipolo di diciottenni.

Registrato ancora una volta assieme a John Congleton (St. Vincent, Xiu Xiu, Chelsea Wolfe) nell’arco di nove giorni appena, a completamento di un lungo lavoro preparatorio approntato durante l’ultimo tour, il settimo album dell’avventura degli Andrew Jackson Jihad – ora solo AJJ, dunque – porta avanti con buona sfrontatezza la riforma avviata dal precedente “Christmas Island”, che presentava forse i testi più duri, personali e consapevoli di un repertorio già ampio e da sempre scanzonato. Ma il nuovo “The Bible 2” ambisce anche a essere una riflessione sull’adolescenza imbastita da una prospettiva adulta, quindi assai meno impulsiva e tumultuosa di un tempo, e che si serve solo in qualche frangente della maschera di un alias già incontrato in passato, il giovane Cody. Il tentativo di costruire un muro per distanziarsi dalla bruttezza del mondo non è inedito, ma in questa occasione gli statunitensi lo azzardano con molte meno certezze nel proprio bagaglio, anzi, con una disillusione che si è fatta plateale. Non si tratta di sterile nichilismo. Qui la franchezza è dolorosa ma onesta, e contrappone una lucida disperazione e il consueto amarissimo umorismo (“When I'm A Dead Boy”) alle garanzie assolutorie e i falsi luoghi comuni della morale cattolica, così come alle tranquillizzanti lusinghe del conformismo, di una cultura di massa ogni giorno più sconcertante.

Dalla matrice anti-folk-punk degli esordi, presto divenuta marchio brevettato, oggi il gruppo dell’Arizona pare essersi allontanato e non poco, prediligendo le escursioni tra indie-rock in via di mutazione e cantautorato slacker declinato in bassa fedeltà. Nella doppietta inaugurale, un sound più bombato e qualche bel riffone cromato fanno a pugni con lo standard volutamente infimo e sfarfallante delle registrazioni, come a voler promuovere un salto di qualità per il consueto lo-fi della casa, nella direzione di un punk-pop rumoroso e sguaiato: l’ostentazione di muscoli da parte dei ragazzi, che qui somigliano a dei Frontier Ruckus sballati e sotto anabolizzanti, rientra in agilità nel novero degli accorgimenti autoironici che da sempre fanno parte del corredo espressivo di Bonnette, al pari di quella cattiveria tanto roboante quanto simulata estratta dal cilindro apposta per l’occasione. Dopo il chiassoso uno-due in avvio, riecco però la tipica ballata stralunata dei Nostri (“Junkie Church”), una caricatura sentimentale degna degli Herman Dune ma non priva di un suo fascino miserando, di un incanto pidocchioso anche adorabile.

Tra garage-pop in chiave sintetica e chincaglieria alt-rock, gli AJJ sguazzano, senza nascondere la propria amarezza, nel ciarpame di un immaginario romantico dichiaratamente trito e per forza inservibile (“American Garbage”). Le loro esternazioni ormai senza filtri suonano peraltro sincere, così questa prova scarduffata e dall’instabile baricentro ha modo di rivelarsi, a tratti, anche piuttosto toccante. Il voce e piano di “No More Shame, No More Fear, No More Dread” rappresenta forse l’episodio cruciale di questo nuovo spirito insofferente all’autocommiserazione. Pur rappresentando il numero forse più controllato e struggente della raccolta, non si esime dal lordarsi nella medesima guazza di riverbero, sporcizia e approssimazione in cui ristagnano le altre canzoni, come per non perdere in credibilità emotivamente parlando. Sulla base della vecchia “No More Tears”, conia un mantra destinato a venir replicato non soltanto nell’immagine di copertina ma anche nelle battute conclusive, nella perla “Small Red Boy” per la precisione: la loro versione più compunta e oligominerale, in pratica, un saggio intimista che trabocca meraviglia, non nega asilo a ombre o imperfezioni e aspira a una pur ballerina forma di redenzione, laica, nel quotidiano.

La baraonda riprende peraltro festante e disillusa già con “Goodbye, Oh Goodbye”, a base di fragorosa cialtronaggine e hook subdoli ma incisivi, ricordando all’ascoltatore che l’easy-listening dei quattro di Phoenix rappresenta davvero una proposta di caratura superiore, a dispetto dell’insulso vestito sonoro indossato con ostinata noncuranza. I riferimenti rimangono in fin dei conti gli stessi già chiamati in causa a proposito del predecessore, specie per via delle acidule evocazioni innescate dalla voce di Sean: dai Nana Grizol a un Conor Oberst sotto convulsioni, passando per l’acume un tantino cerebrale o lo zampettante camerismo del miglior Mathias Kom, oltre all’espressionismo dicembrista, la loquacità willsheffiana e tanta sana weirdness allucinata, per una miscela kitsch infervorata e frastornante (“Terrifyer”).

A dispetto del titolo altisonante, “The Bible 2” resta quindi una prova ancora fragile e zoppicante, ma sufficientemente intensa. E un disco dal sapore liberatorio, anche, che si sbarazza senza mezzi termini di tanti fantasmi dei natali passati, ma non rinuncia alla morchia formale che ne ha decretato negli anni un pur risicato successo, espediente giudicato non in contraddizione con l’attuale stato d’animo del suo creatore né con la sua nuova, giubilante consapevolezza di sé. Letta secondo questa prospettiva, un’operina che, ancora una volta, farà inorridire qualcuno e accenderà infatuazioni senza riserve in altri. Tutto calcolato nel dettaglio, anche e soprattutto ora che Sean Bonnette ha finalmente messo da parte la sua Jihad un po’ hipster.

(24/11/2016)

  • Tracklist
  1. Cody's Theme
  2. Golden Eagle
  3. Junkie Church
  4. American Garbage
  5. No More Shame, No More Fear, No More Dread
  6. Goodbye, Oh Goodbye
  7. White Worms
  8. My Brain Is A Human Body
  9. Terrifyer
  10. Small Red Boy
  11. When I'm A Dead Boy
Andrew Jackson Jihad su OndaRock
Recensioni

ANDREW JACKSON JIHAD

Christmas Island

(2014 - Side One Dummy)
Virata verso il pop per i campioncini dell'anti-folk statunitense



Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.