Wovenhand

Star Treatment

2016 (Glitterhouse) | americana, gothic-country

Per raccontare la musica di David Eugene Edwards sono già stati versati fiumi di parole e, si sa, le consuete etichette lasciano con lui un po’ il tempo che trovano. Per ragioni tanto espressive quanto pratiche, non possiamo nascondere la tentazione di un copia e incolla alla pari dalla recensione del precedente “Refractory Obdurate”, cui rimandiamo i meno avvezzi alla sua arte visionaria e tutti coloro che si fossero persi per qualche ragione l’ultima puntata del suo serial. In effetti la lista delle novità, dopo una mezza rivoluzione heavy che aveva avvicinato l’Americana tutta nervi di Wovenhand al post-hardcore di Daniel Higgs e dei suoi Lungfish (e persino al metal-core e al post-punk), si riduce nel caso di “Star Treatment” a un cambio di etichetta negli Stati Uniti (dalla Deathwish del Converge Jacob Bannon alla Sargent House), alle session registrate presso l’Electrical Audio di Steve Albini a Chicago e alla sola new entry dell’esperto Matthew Smith, già compagno del frontman nell’ultimo lavoro a firma Crime & The City Solution. Per il resto, conferme piene per il produttore Sanford Parker e per le preziose maestranze, in testa i due Planes Mistaken For Stars, Sir Chuck French e Neil Keener (chitarre e synth, rispettivamente).

Il titolo di questa decima raccolta del gruppo, da intendersi come richiamo alle pratiche astrolatriche, pone l’accento sull’estrazione da moderno sciamano del cantante statunitense, enfatizzandola. Vale come sincero stupore rivolto al creato, al cosmo nero bagnato di stelle come alla più umile e tormentata terra. E se il formulario e la tempra sono sempre gli stessi, l’artista del Colorado, a tratti ruggente, riesce comunque a ottenere il massimo dalla propria classicità, offrendo all’ascoltatore scenari a tinte fosche, scatenando tempeste elettriche o, più placidamente, incantando con le sue ineguagliabili evocazioni millenaristiche. Il nuovo “Folklore” di DEE passa dai rutilanti barbagli della Rickenbacker di “Crook And Flail”, spogliata della gioia quasi pop delle ascendenze jangle per ritrovarsi condannata a un ruolo di sinistra, allucinata cassandra, in compagnia di un pianoforte, quello di Smith, degno del Nick Cave più tetro: un altro numero di sussultante atmosfera che merita di essere accluso a un repertorio ormai sterminato.

Sin dalla tellurica chiamata alle armi di “Come Brave” – un’invocazione al sole, in realtà – “Star Treatment” parrebbe volersi configurare come opera dai risvolti apocalittici, aspri e impetuosi, anche più del predecessore. Gli scenari sono ancora quelli aridi e scorticati di un Hugo Race, abitati da spifferi d’irrequietezza, vampe, clangori, velenose animazioni (“Go Ye Light”), e resi più profondi dall’ottimo lavoro ritmico (a base di tonanti percussioni) del fido Ordy Garrison. A dirla tutta non ha torto, però, chi ha rilevato come il Nostro si stia evolvendo in una sorta di versione pia del pagano Michael Gira. “Swaying Reed” si muove infatti dalle parti dei maligni (e narcotici) esorcismi di marca Swans. Forse l’incontro nella polvere tra le inquietudini di stampo biblico e l’acceso animismo dei nativi americani non è mai stato tanto armonico, e poco importa se lo scotto di questa sintesi abbia poi le fattezze, rigonfie e tenebrose, di un prolungato incubo sonoro, o se per riuscire ancor più credibile Edwards sia chiamato a mimare i vaneggiamenti di una mente minata e sgretolata, poco per volta, dalla febbre. Quel che è certo è che l’esperienza offerta da un nuovo Wovenhand, al netto dei facili preventivi, si rivela ogni volta più mesmerizzante.

A questo giro è concesso ben poco spazio alle divagazioni etniche, all’esotismo curioso. “Crystal Palace” rilascia però echi imprevisti dalla notte dei primi Cure (una subdola incursione in zona “A Forest”), poi volturati a sorpresa in positivo ma senza schiodarsi dal proprio confortante registro teatrale à-la “There Will Be Blood”. In quest’ottica spetta alla magnifica “The Hired Hand”, perfetta concretizzazione del verbo gothic-country, la quintessenziale elezione al trono: agra, declamatoria, inesorabile, memore delle più esaltanti cavalcate dei Sixteen Horsepower, perché in venti anni e più si sono avvicendate le stampigliature critiche ma la ricetta non è cambiata granché. Il vento soffia forte sul deserto e disegna vortici di sabbia, senza scalfire lo sguardo ancestrale di Edwards su quel volto lavorato nel bronzo.

Altrove le cadenze si dilatano. Il baritono, filtratissimo, si profonde magari in una specie di brivido salmodiato (“The Quiver”), ennesima preghiera che brama la redenzione e non si fa problemi a barattare la composta estasi devozionale per un nuovo fortunale ascetico; oppure rinuncia al magnetismo d’ordinanza e si perde in vaghe meditazioni senza sangue e senza mordente come “All Your Waves”, perché dalla densità alla rarefazione è sempre un passo. Fino alla fine Edwards si mantiene serafico e inafferrabile nei propri corposi soliloqui spirituali, mentre attorno il subbuglio è totale e, apparentemente, senza ombra di fausti auspici. In realtà il congedo di “Low Twelve”, pur aspro e caliginoso come da copione, non intende prestare il fianco a una disperazione di comodo e preferisce la strada dell’ennesimo straniamento fideistico per trascendere il reale, così come in “Golden Blossom” il sole torna a fare breccia nell’oscurità, preannunciando nuove fioriture e un’armonia tanto ammaliante quanto inattesa.

D’altro canto è stato già scritto infinite volte, non solo a proposito di questo talentuoso espressionista della canzone: le tenebre non hanno diritto di cittadinanza nell’arte se non in stretta correlazione con la luce, e la notte stellata non ha eguali come (eterno) promemoria.

(31/10/2016)

  • Tracklist
  1. Come Brave
  2. Swaying Reed
  3. The Hired Hand
  4. Crystal Palace
  5. Crook And Flail
  6. The Quiver
  7. All Your Waves
  8. Golden Blossom
  9. Go Ye Light
  10. Five By Five
  11. Low Twelve
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