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Emperor Of Sand

2017 (Reprise) | progressive-sludge-metal

In ambito metal ci sono alcuni gruppi che trascendono in quanto a popolarità il pubblico del genere stesso. Fra alti e bassi, gruppi come Iron Maiden o Metallica, per esempio, sono tra i più noti al mondo fin dagli anni 80. Negli anni 2000 e in generale nel nuovo millennio, un gruppo che honoris causa merita non solo di essere considerato tra i più rappresentativi ma anche uno dei vertici (per qualità, rinnovo e genuinità) del metal contemporaneo risponde al nome Mastodon. Autori di album spettacolari come "Remission", "Leviathan" e "Blood Mountain", che coniugano uno spirito primitivo e furibondo, tecnica che non sfocia mai nell'ampollosità e melodie brucianti, trascinanti e massimaliste, gli americani hanno poi affinato il loro sound, coniugando lo sludge-metal con numerosi richiami all'hard-rock, al prog-rock e alla psichedelia degli anni 70.

Il 31 marzo 2017 esce la loro ultima fatica, intitolata "Emperor Of Sand". Rispetto ai dischi precedenti, e in particolare all'ultimo "Once More 'Round The Sun", stavolta il gruppo sembra mettere da parte la propria versatilità e la voglia di cambiare le carte in tavola, per fare opera di consolidamento del lato più orecchiabile del proprio sound. Come si suol dire, l'album è un'opera che ricapitola e fa il punto della situazione. Il lavoro è stato anticipato nel primo trimestre del 2017 da tre singoli: "Sultan's Curse", che è anche la canzone di apertura del disco, è annunciata da suoni di campanelle effettate che generano un'atmosfera suggestiva, per poi lasciare il posto alla combinazione di riff e batteria, non discostandosi dalla melodia di un album come "The Hunter"; "Show Yourself" è un hard-rock radiofonico che sembra incrociare tra di loro i Tesla e i Kylesa, ed è però il brano più blando del lotto; "Andromeda", invece, si mostra più colorata da ricercatezze progressive e furia hardcore. Gli ingredienti stilistici di base sono gli stessi di sempre, il che da un lato può essere visto come garanzia di un pedigree ormai consolidato, evidente soprattutto nella consueta e imponente maestria tecnica nell'uso degli strumenti, ma dall'altro anche come un risultato più prevedibile e di maniera.

Addentrandosi nell'ascolto dell'album, si nota però che i brani mostrano una struttura semplificata e a volte ripetitiva. E questo non può non suonare come un passo indietro. Il lavoro si mostra discontinuo, alternando pezzi monotoni ad altri molto più caratterizzati ed espressivi, in particolare da metà disco in poi (ad esempio, l'impetuosa "Roots Remain", l'epica "Word To The Wise", la granitica "Clandestiny" o l'infuocatissima "Scorpion Breath"). In generale però suona meno esplosivo.
Contrariamente a dischi come "Crack The Skye", stavolta i momenti più ispirati sembrano proprio quelli che si aprono maggiormente a raffinatezze compositive, atmosfere dense e giochi sonori, mentre gli episodi più diretti appaiono meno energici e meno adrenalinici che in passato. Mai, purtroppo, viene mai raggiunta la ricchezza compositiva dei precedenti lavori.
Anche la prova vocale non suona fresca e vivace come in passato, ed è penalizzata soprattutto da un'eccessiva presenza di Brenn Dailor e Brent Hinds al microfono (mai eccelsi come prime voci e sempre stati più indicati come sostegno in cori e armonizzazioni). I due vengono eclissati da Troy Sanders, nettamente il più in forma dei tre. 
Per contro il lato lirico è concettualmente semplice ma poeticamente evocativo: il concept di un condannato a morte che si perde nel deserto e riflette sulla natura dell'uomo e del tempo.

Il vertice del disco è probabilmente composto dal binomio finale. "Scorpion Breath" rimescola stoner e hardcore-punk creando uno dei brani più taglienti e micidiali dell'album, all'altezza dei precedenti lavori. Viene infine la conclusiva "Jaguar God", introdotta da eleganti arpeggi acustici che sostengono le armonizzazioni vocali e percussioni marziali che costruiscono un'atmosfera angosciante. Il brano si sviluppa in un crescendo sempre più magmatico che poi da sfogo a cambi di tempo taglienti fino a rallentare nel finale e concludersi con un assolo malinconico. 
Tutto sommato, "Emperor Of Sand" cresce con l'ascolto.
È un album che nonostante ricerchi l'immediatezza richiede più ascolti per essere assimilato appieno e che potrebbe deludere chi cercava maggiore sperimentazione e poliedricità. Ciò non gli impedisce di sfoggiare la consueta classe anche quando passa nelle coordinate di riferimento, dalla psichedelia al punk, all'heavy-rock al metal, ma mancano le armonie, gli hook, le chiavi maggiori - e i pezzi più immediati non trascinano mai come nei momenti più impetuosi e viscerali del gruppo.

Promossi, in ogni caso: tutto sommato ci può stare un album sotto la loro media dopo molti anni di attività e diversi capolavori pubblicati, ma "Emperor Of Sand" rimane il loro lavoro meno ambizioso e riuscito. Qualcosa che, in parallelo e in maniera analoga, ricorda ciò che è successo ai francesi Gojira l'anno scorso con "Magma". Ci permettiamo però di dire che anche i loro episodi più deboli sono su di un altro livello rispetto alla proposta migliore di molti altri gruppi più stanchi e banali.

(30/03/2017)

  • Tracklist
  1. Sultan's Curse
  2. Show Yourself
  3. Precious Stones
  4. Steambreather
  5. Roots Remain
  6. Words To The Wise
  7. Ancient Kingdom
  8. Clandestiny
  9. Andromeda
  10. Scorpion Breath
  11. Jaguar God
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