Non è stato facile relazionarsi con il ritorno discografico d Stephen Mallinder, ovvero l’uomo che, con Richard Kirk e Christ Watson, fece scivolare la rivoluzione elettronica dei Throbbing Gristle e dei Chrome verso lande meno austere e più palpabili nella loro fisicità e nella loro ipnotica forma dance.
Sono gli albori della musica industriale (1975-1978), i Cabaret Voltaire con soluzioni creative elementari, oserei dire provocatoriamente banali, anticipano i tempi, concentrando in delizie artistiche come “Mix Up” e “Red Mecca” uno scibile artistico e creativo dai tratti perversi e alienanti.
Elettronica, funk sghembo, dub, dark-punk, pulsioni dance grezze e viscerali invadono la scena musicale, modificando ancora una volta il rapporto tra arte tangibile e arte concettuale. Il corpo è ancora una volta il paradigma espressivo delle nuove generazioni, la dance e l’elettronica diventano strumento di una rivoluzione intellettuale che, come il rock’n’roll, riduce il passato a un triste insieme di luoghi comuni.
Che i Cabaret Voltaire abbiano precorso i tempi è storia nota. Fa dunque piacere ritrovare Stephen Mallinder alle prese con un nuovo album, dopo un silenzio durato trentacinque anni, e non stupisce l’omaggio, racchiuso nel titolo “Um Dada”, al movimento artistico e letterario che ebbe la sua culla nella Zurigo del 1916, per poi diffondersi in Germania, Francia e nel resto d’Europa.
Nel frattempo Mallinder è diventato docente di musica digitale all’Università di Brighton, ha dispensato briciole della sua arte in vari progetti (Wrangler, Hey Rube, Creep Show, Ku-Ling Bros. e Cobby & Mallinder), ha approfondito l’evoluzione della musica elettronica in tutte le sue forme, mettendo sullo stesso piano ricerca, velleità dance e tecniche di composizione.
Il delizioso taglia e cuci di “Um Dada”, unito a un tessuto ritmico fatto di groove e atipiche intuizioni acid-house, tiene abilmente il passo con la produzione contemporanea, regalando qualche piccola perla di decostruzione/costruzione in chiave elettronico/sperimentale (“Satellite”).
Fedele al ruolo di espressione musicale della cultura digitale, l’album offre due tracce in meno nella sua versione in vinile, esattamente due brani, “Robber” e “Hollow”, che dilatano alcune delle intuizioni armoniche, conciliando minimalismo e furore ritmico.
Il tocco di Mallinder è sempre magico e ipnotico, perfino irresistibile quando un brioso acid-funk cattura le linee ritmiche del basso e la provocante, robotica sensualità della voce per la trascinante “It’s Not Me”.
“Um Dada” è un progetto dadaista non solo nel titolo, ma anche nell’attitudine giocosa e non convenzionale con la quale si relaziona con la natura malleabile della musica elettronica (“Prefix Repeat Rewind” e la title track).
La sensazione prevalente è quella di ascoltare un disco degli 808 State prodotto da Brian Eno, fermo restando il tocco riconoscibile di Stephen Mallinder, che caratterizza le già citate movenze elettrofunk di “Satellite” e che trova definitiva esegesi nell’ipnotica e robotica sequenza di ritmi secchi e lucidi di ”Colour”, che l’autore condisce con intrusioni vocali asettiche e citazioni di “French Kiss” di Lil Louis.
Con “Um Dada”, l’ex-Cabaret Voltaire torna a esplorare i luoghi comuni dell’utopia e, con autentico spirito d’artista, ne trasporta gli elementi in un contesto moderno e tangibile, capace ancora di suggestionare e smuovere mente e corpo.
29/12/2019