Swans

Leaving Meaning

2019 (Young God) | alt-rock, alt-folk

Anticipato dall’acustico “What Is This?” (2019), ecco finalmente l’attesissimo nuovo album della longeva creatura di Michael Gira. Band dalla carriera quarantennale, gli Swans sono stati capaci di segnare a loro modo almeno tre di questi quattro decenni. Risorta più di una volta dalle proprie ceneri, la formazione di Gira ha segnato a ferro e fuoco gli anni Dieci con la fenomenale trilogia monster iniziata con "The Seer" (2012) e preannunciata da “My Father Will Guide Me Up A Rope To The Sky” (2010). Un decennio segnato dal loro massimalismo assoluto e violento, da intimorenti muri di suono, con tre album e centinaia di live in giro per il mondo che solo chi ha avuto la fortuna di vedere può descrivere con la dovuta perizia. Esibizioni live catartiche dove si viene inondati dagli assordanti cerimoniali del guru Michael Gira. Una trilogia che ha onorato la carriera del loro maestro Glenn Branca.

“Leaving Meaning” si preannunciava ricco di collaborazioni che davano subito l’idea di una svolta. Dal caposaldo dell’elettronica moderna Ben Frost (da sempre grande estimatore di Gira, ricordiamo il suo brano “We Love You Michael Gira”), da Baby Dee a Anna von Hausswolff (hanno entrambe suonato da supporto negli ultimi tour degli Swans), al trio di jazz sperimentale dei Necks, tutto faceva presagire che ci saremmo trovati di fronte a qualcosa di nuovo e così è stato. Da quello che era stato una sorta di quaderno di appunti, nasce un album atipico ma allo stesso tempo tipicamente folk, quel folk tra nenia e apocalisse che Gira ci ha già fatto conoscere nelle sue precedenti vite. Litanie apocalittiche come quelle dei cori di “The Nub”, brano suonato dai Necks e cantato da Baby Dee e da Jennifer Gira, lento e onirico per poi sprofondare in una voragine nera di fiati.

E’ un Gira che gioca travestendosi ora da cantautore maledetto (“Cathedrals Of Heaven”), ora da poeta tormentato à-la Nick Cave (“Annaline”) fino a piccole sperimentazioni ambientali (“Hums”). Aleggia infatti sul disco lo spirito da folk-tale gotico di un album come "Murder Ballads" (1996) di Cave con i Bad Seeds, così come la figura di Leonard Cohen - dai cantati di Gira ai cori - quest'ultima presente più in un tentativo di uscire dalle tenebre che di aspirare all'eternità. Quando Gira ritorna al suo consueto ruolo di sciamano, lo fa con inconsueta pacatezza, ma pur sempre con lo stile che ha contraddistinto l’ultima fase Swans.
L'album ha momenti elegiaci, in stile Esmerine, su cui si abbattono improvvisamente le ripetizioni e le ritmiche industriali tipiche del suono degli Swans. "The Hanging Man" e "Sunfucker" sono i due brani che nei “vecchi” Swans sarebbero stati definiti monster. Il primo ricalca la ripetitività di “The Glowing Man” (2016) mentre il secondo è certamente figlio di “Bring The Sun” dell’album “To Be Kind” (2014).

Frost cerca di incidere tra le parole di sottomissione di Gira (“Surrender, Surrender!”) su riti pagani e sacrifici umani, il suo ruolo è proprio quello di tramite, il cui ausilio è amplificare gli aspetti più estremi e roboanti del disco. Proprio in “Sunfucker”, ispirata alla cultura azteca e in particolare a un disegno che Gira aveva visto in un libro, il leader degli Swans si immedesima in un sacerdote che, nella parte superiore di una piramide, strappa il cuore dal petto di una vittima sacrificale per dirigerlo verso il sole.
Sciamano, guru e filosofo, Gira ragiona su come la mente umana possa, sotto qualsiasi influsso religioso, credere fermamente in atti di inaudita violenza. La risposta è illogica, come spesso illogiche e irrazionali sono le nostre credenze (“Perché sono su questa terra? Adoro Sunfucker!”). “What Is This?”, che dava il titolo al precedente album, è una nuova cantilena, stavolta melodica e accogliente, con Gira e consorte in dialogo con la morte. Il canto finale di Jennifer Gira è da una parte un auspicio di pace e silenzio, dall’altra una resa al caos (“nulla può impedirci di diventare nulla ora”).

Non mancano i riferimenti alla società americana contemporanea, i più forti sono presenti nella lenta ballata dark “Amnesia” (“la bocca del Presidente è una puttana, quando c'è un omicidio il pubblico ruggisce”), cupa e pessimista riguardo ogni azione umana (a metà tra Leonard Cohen e Roger Waters) figlia di una società dove solo la violenza, l’urlo sguaiato e la menzogna spudorata sembrano eccitare le folle anestetizzate. Ipnotica e straniante è la title track, con pochi accordi di chitarra ripetuti e note di piano che si inseguono ad accompagnare testi che narrano di percezioni alterate e alienazione, di false certezze che si infrangono quotidianamente con la realtà (“posso vederlo ma non vederlo, posso sentirlo ma non tenerlo, posso toccarlo ma non trattenerlo”). In chiusura, “My Phantom Limb”, dialogo psicotico a due di Gira col suo alter ego, con ritmi martellanti e canti femminili a ricordare la crudezza degli Swans delle origini.

"Leaving Meaning" è un disco estremamente stratificato e complesso, che riunisce esperienze musicali diverse legate agli Swans (come Angels of Light) e ai collaboratori di Gira, dimostrandosi, in termine di stili e sonorità, più eclettico di quanto possa sembrare ai primi ascolti. Il rammarico maggiore riguarda l'apporto troppo contenuto di Frost, che al posto di essere un cassa di risonanza delle inquietudini di Gira, sarebbe potuto diventare vero e proprio medium di quell'universo narrativo, portando l'ascoltatore in uno spazio ancora più remoto con le sonorità scure e compresse caratteristiche dell'elettronica del musicista australiano.

(10/11/2019)

  • Tracklist
  1. Hums
  2. Annaline
  3. The Hanging Man
  4. Amnesia
  5. Leaving Meaning
  6. Sunfucker
  7. Cathedrals of Heaven
  8. The Nub
  9. It's Coming It's Real
  10. Some New Things
  11. What Is This?
  12. My Phantom Limb


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