Maria McKee

La vita nuova

2020 (Fire) | folk-rock, songwriter, baroque pop

Un tuffo al cuore. Premere il tasto play e imbattersi in quell'incredibile voce, avvolta dagli archi e dalla chitarre acustiche di "Effigy Of Salt", è come azionare una macchina del tempo e azzerare di colpo i tredici anni passati dall'ultima prova discografica di Maria McKee, "Late December" (2007). O forse scivolare ancora più indietro tra le curve della memoria, nelle vibranti torch song del suo disco maledetto - e criminalmente sottovalutato - "Life Is Sweet" di undici anni prima. Il tutto senza voler scomodare il fantasma dei Lone Justice, che accese in molti di noi adolescenti dell'epoca un amore a prima vista per quella fata dagli occhi turchini che campeggiava in copertina nell'omonimo Lp d'esordio del 1985.

Molti, in Italia, sono rimasti fermi ai frame sgranati di quei videoclip di Mtv (o più probabilmente VideoMusic) in cui la ragazzina californiana tutta lentiggini e riccioli biondi si sgolava avvinghiata a una Telecaster, sventolando gonnelline da liceale al ritmo dei suoi infuocati sermoni cowpunk. Come quella "Ways To Be Wicked" cucita su misura da Tom Petty per lei e per il suo (ex) fidanzato Benmont Tench, tastierista degli Heartbreakers. Una formula che fece colpo in chi, nel cuore dei plasticati 80's, subiva il fascino di quell'America rurale e primordiale, tanto selvaggia nell'impeto (punk), quanto malinconica e struggente nelle melodie (cow, o meglio country). La parabola dei Lone Justice si concluse dopo solo due (ottimi) album, suggellata dalla prestigiosa convocazione da parte degli U2 come gruppo spalla nel loro The Joshua Tree Tour.
In tanti, però, si sono persi l'altra parte della storia: l'avventura solitaria della Little Diva, così come l'hanno ribattezzata negli Usa, dove, almeno fino al 2000, ha sempre mantenuto una discreta popolarità. Un percorso multiforme, tra folk-country campagnolo, colonne sonore (ricordate "Never Be You" su "Streets Of Fire" o "If Love Is A Red Dress" su "Pulp Fiction"?) e pop-rock barocco, culminato in due memorabili album: "You Gotta Sin To Get Saved" (1993) sul versante più roots oriented e "Life Is Sweet" (1996) su quello più alternative rock. La bella notizia è che questo nuovo, inaspettato regalo di nome "La vita nuova" può mettere d'accordo gli appassionati di entrambi i volti della McKee solista.

Trasferitasi a Londra dopo un periodo convulso, a 56 anni, Maria ha ritrovato la forza per sfidare i suoi demoni e guardare il futuro dritto in faccia. È questa La vita nuova: un'opera catartica, "un'elegia del desiderio", secondo le sue stesse parole. Nel frattempo, dopo il suo coming out pansessuale e il suo attivismo a favore del movimento Lgbt, ha dovuto ridefinire molte relazioni, a partire dal suo matrimonio con il regista Jim Akin. Ha attraversato abissi di dolore, cercando di esorcizzare anche la malattia della madre e il dramma di non essere riuscita ad avere un figlio. E si è concessa stravaganti divagazioni esoteriche e letterarie, dalla frequentazione di una stramba confraternita sulla stregoneria alla sua permanente ossessione per i poeti romantici, in particolare William Keats e Algernon Swinburne.
È Dante, però, ad aver ispirato, fin dal titolo, "La vita nuova", ovvero l'opera sull'amore non corrisposto scritta dall'autore della Divina Commedia a partire dal primo incontro con Beatrice fino alla morte di lei. E i tumulti sentimentali restano il leit-motiv di un'artista sempre candida e appassionata, che non teme mai di esporsi troppo, anche a costo di apparire eccessivamente melodrammatica, come proprio nel vibrato struggente di "Effigy Of Salt", la ballata maestosa dalle tinte bowiane scelta come singolo, che si gonfia in un crescendo di emozioni e rimpianti ("My beloved, my curse/ How you ripped me open/ And you've heaped upon my heart"), con la dolorosa consapevolezza del pericolo di guardarsi indietro.

La produzione è tutta giocata sul filo dell'equilibrio tra afflato barocco - sulle orme della sacra triade Walker-Cale-Bowie - e rigore folk-rock, con un ampio ricorso a piano e archi da una parte, e chitarre acustiche ed elettriche dall'altra. Sul primo versante, svetta il crescendo impetuoso della title track dove la vocalità possente di McKee si manifesta in tutta la sua estensione, assecondata da quelle aperture orchestrali che si rinnovano su "Let Me Forget" infiammando l'apertura sommessa chitarra-piano con una melodia strappacuore, insieme tenera e amarissima, inframezzata dai bagliori psichedelici di un assolo di chitarra elettrica.
Il convitato di pietra è ancora una volta il fratello di Maria, Bryan MacLean, chitarrista dei Love scomparso nel 1998, che ha profondamente segnato il suo cammino musicale fin da quando l'accompagnava strimpellando davanti al fuoco nel salotto di casa. A lui, e all'era leggendaria di "Forever Changes", è apertamente dedicata la ballata rock di "Page Of Cups", con tanto di testo misterioso che discetta di una "musa inaspettata e sorprendente" negli arcani dei Tarocchi minori. Lo spirito dei Love riaffiora anche tra i solchi della più morbida "I Just Want To Know That You're Alright", con un titolo che pare voler stemperare il dolore del distacco dal prediletto Bryan. Il sapore di un addio da lacrime che aleggia anche nella finale, riflessiva "However Worn", riflessione agrodolce sulle contraddizioni del rapporto con il marito Jim (che però co-produce con lei il disco).

McKee convince anche in versione più intimista, come quando si siede sola al piano per intonare la romantica "I Should Have Looked Away" o per inseguire le armonie vocali di Joni Mitchell sul sentiero periglioso di "Right Down To The Heart Of London", omaggio alla sua nuova patria spirituale e al suo vate Blake; mentre all'altra sua terra d'elezione, l'Irlanda, è dedicata "Ceann Bró", ispirata dall'amore impossibile tra William Butler Yeats e Maud Gonne e alla loro militanza nella loggia esoterica The Hermetic Order of The Golden Dawn, alla quale la stessa McKee si è avvicinata. A metà tra confessione bisbigliata e rapsodia orchestrale, si situa l'eterea e ammaliante "Weatherspace", con echi trasognati della Kate Bush di "The Sensual World" e della Tori Amos di "Winter".
A volte si sfocia direttamente nell'autocoscienza, come nella tormentata "The Last Boy" o nei sette minuti e venti di "Courage", dedicati a una Beatrice "so winsomely arranged" e "rooted to the earth in such an arresting way", destinataria di un amore inconfessabile ("And I will never have the courage to tell her") che non sarà mai corrisposto e forse proprio per questo resterà più intenso e bruciante ("I must love suffering!").

Interamente composto e arrangiato dalla stessa McKee (che non ha fatto studi classici e non sa leggere una nota di musica - come tiene lei stessa a ricordare), "La vita nuova" è un album ambizioso e complesso, al quale si può perdonare qualche eccesso di prolissità, anche per via di un approccio sempre sincero ed emozionante. Più che un diario di memorie, un poema romantico, impreziosito da uno stile lirico e da interpretazioni vocali drammatiche, che sfiorano a tratti toni operistici, aggiungendo ulteriori sfumature alla sua straordinaria gamma vocale. Difficile dire se potrà attirarle nuovi fan, ma certamente è una "manna from the throne" (per citare la sua "Courage") per tutti coloro che l'hanno sempre seguita e avevano perso le sue tracce, oltre che una riuscita sintesi di tutte le anime della sua arte. Bentornata, Little Diva.

(21/03/2020)



  • Tracklist
  1. Effigy Of Salt
  2. Page Of Cups
  3. Let Me Forget
  4. I Should Have Looked Away
  5. Right Down To The Heart Of London
  6. La Vita Nuova
  7. Little Beast
  8. Courage
  9. Ceann Bro
  10. The Last Boy
  11. I Never Asked
  12. I Just Want To Know That You're Alright
  13. Weatherspace
  14. However Worn


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