Sam Brookes

Black Feathers

2020 (Go Slow) | alt-folk-jazz

La paura di essere travolto dalle onde del mare, la percezione di aver varcato il confine e di non poter più ritornare alla riva: sono queste le insicurezze che Sam Brookes affronta nella prima traccia (“Ekarma”), brano che ha anticipato l’album e che inaugura la scaletta di “Black Feathers”, terzo capitolo discografico della già decennale carriera del musicista inglese.
Descritto dall’autore come una lunga meditazione sul dolore, il progetto vede la luce dopo sei anni non proprio facili. La morte del padre e quella di un caro amico, la fine di una relazione e il trasferimento a Bristol hanno contrassegnato questo periodo di assenza discografica (un anno fa era uscito il mini-album “Tempus”).
Nessun autocompiacimento né morbose derive introspettive: “Black Feathers” è pura poesia, un diario di sentimenti universali, un’esperienza musicale che si pone senza incertezze ai vertici della stagione cantautorale dell’anno in corso.

Per chi è all’oscuro del talento di Brookes, provo a riassumere in poche parole le peculiarità di un autore singolare: voce caratterizzata da un vibrato da tenore che richiama Tim e Jeff Buckley, una tecnica chitarristica che ha la stessa grazia e intelligenza di Davey Graham, Bert Jansch e John Martyn, uno stile folk-jazz quasi lunare, estatico e travolgente come le onde che tanto timore incutono al musicista inglese. Non è stato facile per Brookes pubblicare questo disco in un momento storico drammatico e ricco di apprensione per il futuro, ma "Black Feathers" è il racconto di un’esperienza di dolore collegata alla fiducia nel prossimo, uno stato d’animo percepibile nell’opportunità di condividere un senso di conforto nel presente e di speranza nel futuro, ma senza illusioni né ingannevoli esternazioni di gioia e spensieratezza. Ed è quello che avviene già dalle prime note dell’album (la già citata “Ekarma”), una musicalità aspra ma avvolgente, mentre la voce insegue l’anima del John Martyn di “One World”, trascinando l’ascoltatore in quel vortice di emozioni legate alla paura del mare, dell'ignoto. Sensazioni che diventano ancor più impetuose nella frenetica cascata di percussioni che contrastano il lirismo folk-psichedelico di “Sinking Boats”, dove il mare torna a essere protagonista, solo che questa volta oggetto del racconto è l’amara consapevolezza di coloro che perdono la vita mentre attraversano le acque in cerca di un posto migliore, dove potere assaggiare il gusto dolceamaro della libertà. Solenne e toccante, il brano avvolge in un oscuro languore il canto sofferto ma aperto alla speranza: "Non voltare le spalle a quello che vedi... Dì ai tuoi figli di non fare quello che abbiamo fatto noi”.

Registrate prevalentemente con la formula base di un trio (chitarra, basso e batteria), le canzoni hanno poi beneficiato di abbellimenti fugaci e sempre funzionali all’atmosfera generale del progetto: Sam Brookes alla chitarra e Nick Pini al basso sono in verità le due uniche costanti delle incisioni, essendo il ruolo di batterista condiviso tra il noto produttore Ethan Johns, Daisy Palmer e Josh Magyll dei Syd Arthur, ma la vera chicca è la presenza del pianista jazz Neil Cowley, già membro di Ambient Jazz Ensemble e Fragile State, oltre che sessionman con Michael Kiwanuka, Adele e  Stereophonics.
Quante ottave raggiunte senza sforzo apparente e quanta agilità espressiva, nella voce di Brookes, autentico narratore di emozioni in musica al pari del David Crosby degli esordi da solista o di Tim Buckley, un autore abile nel racchiudere nei quattro minuti della title track una materia sonora complessa e avvolgente, autentica summa della trascinante sequenza del primo lato del disco (tutte le canzoni assecondano una progettualità tipica dei concept-album degli anni 70 e 80).

Difficile non notare il cambio di passo in un brano come “Into The Night”, drappeggi chamber-folk e neoclassicheggianti si avvantaggiano del tocco più agile e versatile del piano e degli archi di Sam Sweeney, il suono è più lussuoso, sontuoso, con intuizioni strumentali che stupiscono per l’estrema raffinatezza (“Granite”) e audacia (“The Sleeper”), un brano quest’ultimo che, insieme alle acrobazie vocali della suggestiva e spettrale “Fools On Saturn”, ci ricorda quanta poesia hanno sacrificato, in nome del progresso e della modernità a tutti i costi, personaggi come Bon Iver e James Blake.

La confortante dolcezza priva di inutili orpelli della traccia più breve del disco (“Be Free”) e il soffio leggiadro dell’acustica “18 & Sleeping” sono frutti del buon esito della recente esperienza di Brookes nel tributo a John Martyn realizzato in quel di Bristol, "The John Martyn Tribute Tour". Ma è nel prezioso fraseggio di fingerpicking e nell’estasi psichedelica del sussurro melodico di “Falling” che tanta bellezza e ispirazione trovano un’altra esternazione al di sopra di ogni immaginazione; mentre contrabbasso e batteria reggono un passo lieve quasi impalpabile, Brookes offre una prestazione vocale incredibile che racchiude in poche parole il senso profondo di “Black Feathers”
Ho perso la mia fede
Ho perso il mio amico…
Il dolore ti fa visita di tanto in tanto.
Fa male e istintivamente vuoi combatterlo,
ma se impari a tenerlo con leggerezza puoi portarlo con te,
non come un peso ma come una guida

(13/12/2020)

  • Tracklist
  1. Ekarma
  2. Sinking Boats
  3. 18 & Sleeping 
  4. Falling
  5. Black Feathers
  6. Be Free
  7. Into The Night
  8. Granite
  9. Fools On Saturn
  10. The Sleeper






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