Liam Kazar

Due North

2021 (Mare Records) | rock, americana

Di questi tempi è diventato sempre più difficile imbattersi in dischi in cui l’artista riesca a coniugare capacità di scrittura e qualità della produzione. L’esordio discografico di Liam Kazar è una piacevole eccezione che conferma la regola.
Kazar, nato e cresciuto a Chicago e ora residente a Kansas City, ha ascendenze armene. I nonni giunsero negli Stati Uniti dopo essere sfuggiti al genocidio perpetrato dall’Impero ottomano nel 1915. Nel mondo musicale il nome di Liam è conosciuto da anni, avendo lui collaborato in qualità di sideman polistrumentista con artisti del calibro di Jeff Tweedy, Steve Gunn e del compianto Daniel Johnston.
A causa della pandemia, la sua attività di musicista erratico ha subito uno stop temporaneo e, per sbarcare il lunario, ha pensato bene di puntare sull’altra grande passione della sua vita: la cucina. Ha dunque creato ristoranti “pop-up” di cucina armena il cui nome, Isfahan, coincide con quello della metropoli iraniana e con il titolo di una celebre composizione di Duke Ellington e Billy Strayhorn (la formula dei ristoranti “pop-up”, di recente diffusione e sviluppo, prevede che questi siano temporanei e operanti in strutture come abitazioni private, ex-fabbriche o ristoranti già esistenti, ndr).

Tweedy è un fan di lunga data di Kazar e tempo fa ebbe modo di ascoltare le sue prime composizioni. Trovò l’unico limite nel fatto che sembrassero scritte affinché le potesse interpretare qualcun altro; suggerì pertanto a Liam di renderle più personali, amplificandone il lato più soggettivo e intimista. Il consiglio fu preso alla lettera e ci troviamo tra le mani un album di pregevolissima “Americana” ricco di suadenti ballate, forse prive di quell’originalità che farebbe gridare al capolavoro, ma ispirate e mai banali.
“Due North” è stato pubblicato lo scorso 6 agosto su Mare Records ed è una raccolta di dieci tracce che affondano le radici nella tradizione musicale popolare statunitense, costellate di deliziosi arrangiamenti vagamente retrò. Rock classico, con pochi fronzoli: synth, chitarre distorte al punto giusto, basso, batteria, pedal steel ma, soprattutto, hook efficaci che coinvolgono immediatamente l’ascoltatore, catapultandolo in mondi lontani in cui si faceva ancora musica, si acquistavano i dischi e si frequentavano le sale da concerto.

L’opening track, “Soul Tomorrow”, è un brano efficace che fa immediatamente centro nell’attenzione dell’ascoltatore, sia per qualità compositiva che per affiatamento della band. Strizza l’occhio alla raffinatezza di “Rikki Don’t Lose That Number” (1974) degli Steely Dan e all’immediatezza esplosiva di “Sexx Laws” (1999) di Beck. Groove a non finire.
Si prosegue con “Old Enough For You”, pop danzereccio che ricorda gli ammirevoli esperimenti dei Ween di “Pure Guava” (1992) o di quel pazzo di Bobby Conn del periodo “Rise Up!” (1998).
“Shoes Too Tight”, il primo singolo estratto dall’album, vanta una struttura accattivante che si snoda lungo la sua durata in modo imprevedibile e lo stile di scrittura richiama l’ultimo Tweedy solista. “Nothing To You” è una ballad eterea ma provvista di un ritmo incalzante, che mette in evidenza le capacità compositive dell’autore. “On A Spanish Dune” è 100% Wilco dei tempi d’oro, per intenderci quelli di “A Ghost Is Born” (2004). Peccatuccio che gli si perdona volentieri.
“Frank Bacon” è un allegro ritratto della desolazione del Midwest tratteggiato con vivaci pastelli pop. “I’ve Been Where You Are” procede da un incalzante ostinato di chitarra acustica e si dipana attraverso un poco convenzionale amalgama tra rock alternativo degli anni Novanta e indietronica recente, à-la Toro Y Moi. “No Time For Eternity”, “Give My World” e “Something Tender” sono preziosi acquerelli tanto fragili quanto ispirati.

“Due North” è suonato con gusto e capacità, sempre all’insegna di un’ispirazione gestita con elegante sobrietà. Oltre a Kazar e Jeff Tweedy, l’album vede la partecipazione di Dave Curtin alle tastiere, Lane Beckstrom al basso elettrico, Spencer Tweedy (sì, il figliolo di Jeff) alla batteria, James Elkington nel doppio ruolo di chitarrista pedal steel e co-produttore, Ohmme e Andrew Sa ai cori.
Kazar sostiene di aver composto questo lavoro con in mente due aggettivi: “gioioso” e “vulnerabile”. Per raggiungere lo scopo si è affidato all’immaginario tratteggiato da Al Green in “The Belle Album” (1977), capolavoro immortale di soul/pop a cui la scrittura di Liam ammicca in più di un’occasione, mantenendosi sempre sul filo di caratteristiche dicotomiche quali profondità e superficialità, chiarezza e oscurità.

(05/09/2021)

  • Tracklist
  1. So Long Tomorrow
  2. Old Enough For You
  3. Shoes Too Tight
  4. Nothing To You
  5. On A Spanish Dune
  6. Frank Bacon
  7. I’ve Been Where You Are
  8. No Time For Eternity (feat. Andrew Sa)
  9. Give My World
  10. Something Tender
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