Frog Eyes

The Bees

2022 (Paper Bag) | alt-rock

La storia dei Frog Eyes sembrava chiusa dopo l'annunciato scioglimento nel 2018, appena prima dell'uscita "Violet Psalms", ma l'urgenza espressiva di Carey Mercer è un fiume in piena ed evidentemente ha bisogno di argini più alti di una promessa per essere contenuta. E allora, dopo le avvisaglie di "5 Dreams" sotto la sigla Soft Plastics (praticamente Frog Eyes con nome diverso), ecco arrivare "The Bees", ultima uscita della quasi ventennale carriera della band di Vancouver.
I Frog Eyes, molto legati alla cosiddetta Canadian Wave e in particolare a band come Destroyer o Wolf Parade con cui condividono palchi e progetti paralleli, hanno però sempre faticato a ottenere il pieno riconoscimento, in parte per la proposta musicale abbastanza fuori dai canoni e in parte per la mancanza di un supporto manageriale all'altezza del ruolo. Il trio canadese si distingue per una sorta di indie rock non convenzionale, molto personale e legato alla voce anarchica del leader Carey Mercer, che può ricordare l'irruenza schizoide di Frank Black o un David Thomas ingentilito. I risultati migliori risalgono al 2003 con "The Golden River" e nel 2007 con "Tales Of The Valedictorian"

In "The Bees", come in parte nel precedente "Violet Psalms", è in atto un processo di evoluzione artistica, con un Mercer dalla voce meno spigolosa, più addomesticata, e anche con suoni che privilegiano una certa compostezza. I brani hanno perso quel senso di drammatica ed epica narrazione che caratterizzava gli album precedenti per scostarsi su paesaggi scuriti da ansie personali e rivisitazione degli anni passati, un tornare indietro per andare avanti.
Quindi il passato e la voglia di esorcizzarlo sono i protagonisti: fin dal primo riff post-punk di "Rainbow Stew" si sale sulla macchina del tempo, passando per flashback dei 21 anni del cantante avvolti nei riverberi glaciali di "When You Turn On the Light" e attraverso l'irriverenza dei suoi anni giovanili, che esplode con tanto di ghigno maligno tra la propulsione alla New Order di "I Was An Oligarch".

Gli attacchi di panico e le angosce personali di Mercer escono allo scoperto nella coinvolgente title track "The Bees" avvolti in flussi di coscienza, immersi in soundscape sonori tra Sonic Youth e Yo La Tengo fino al liberatorio finale strumentale che scioglie ogni tensione. Le aperture illuminanti nel finale dei brani sorprendono anche nell'ode allo "Scottish Wine" o nella chiusa incalzante alla Arcade Fire della misteriosa "Here Is A Place To Stop".

Un filo di lucida follia percorre tutto l'album, toccando il picco nelle storie stralunate di "He's A Lonely Song", sfiorando i flussi caledoscopici di "A Speck Of Dust" per spegnersi solo nel tremolante finale che recita "Everything Dies, Everything Glows", ma come anticipa il cavallo dal volto umano della copertina, la banalità non è mai di casa nelle produzioni dei Frog Eyes.
"The Bees" non vuole essere un'opera di fruizione immediata. Tanti brani hanno sviluppi disordinati che si apprezzano appieno solo dopo qualche ascolto, anche grazie all'ottimo lavoro di cucitura della band (Melanie Campell, batteria e Shyla Seller, tastiere) per tenere insieme le parti della scrittura impulsiva del leader. Possiamo quindi affermare che, anche se una nuova luce illumina il loro lavoro, lo spirito dei Frog Eyes non è mutato ed è ancora vivo e ronzante.

(03/05/2022)

  • Tracklist
  1. Rainbow Stew
  2. The Bees
  3. When You Turn on the Light
  4. I Was an Oligarch
  5. He's a Lonely Song
  6. A Speck of Dust
  7. Scottish Wine
  8. A Rhyme for the Star
  9. Here Is a Place to Stop
  10. Everything Dies








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