Un disco autunnale per chi ha amato e ama il suono di Canterbury ma non disdegna l’idea di un suo sviluppo tecnologico avanzato e del resto, di una band milanese qui si tratta, senza dubbio poco estranea alle brume di lunghi inverni e tanto meno alle richieste performative metropolitane. Un disco peraltro assai cinematico e dalle geometrie reiterate tanto care al post-rock più ispirato (ma sarebbe il caso, almeno in questo disco, di far riferimento al minimalismo delle retroguardie storiche, molto care ad Andrea Grumelli e Teo Ravelli, in arte borda, non a caso alle ritmiche), capace di tratteggiare con pennellate ora piccole, ora larghe, scenari di grande valore lirico.
Il legame con la tradizione progressive è dato principalmente dai suoni di tastiera e da qualche geometria in tempi dispari, ma si tratta di citazionismi in un racconto sonico che ha molto di nord-europeo, di edifici alti e simili, di grandi spazi verdi punteggiati da casermoni in cemento ululanti vendetta, ma con un gran bavaglio appresso alla bocca.
Il suono di chitarra elettrica di Andrea Ferrari è una sorta di antologia di tutto ciò che il jazz-rock progressivo ha esposto in cinquant’anni di genere. Il basso elettrico ha qualcosa di più affine alle derive dell’ultimo Miles, cerca una sua dimensione in qualcosa di etereo più che nella solidità e così anche le percussioni non tendono mai a richiamare l’attenzione in modo picchiato, anzi, sembrano quasi disgregarsi nei rivoli di ricorrenti droni elettronici assai belli (a cura di borda), ad esempio in “The Shores Of Bolinas”, brano altamente evocativo. Le tastiere di Andrea Serino, se al pianoforte avvicinano di molto Herbie Hancock e Chick Corea, ai synth sono dirette discendenti dei Genesis di “A Trick Of The Tail” e “Wind And Wuthering”, andando a creare un ponte ideale tra progressive rock sinfonico, scuola canterburyana e sospensioni più propriamente “jazzy”. “Pressure”, ad esempio, si muove in ambito jazz-rock in modo assai “soffice”. A partire da un esposto di tastiere banksiane, le linee di Fender Rhodes sono fluide, i soli di chitarra elettrica invece hanno un suono da distorsione massiva, non troppo distante da quello che Ratledge generava col suo organo elettrico. È questo, assieme a “Moving Away” e “Crimson Fondant”, l’episodio più “solido” del disco, più strutturato in modo da richiamare attenzione a voce alta.
Iniziando l’analisi dall’inizio dell’album, “Echo Chamber” sembra composizione di Eno, su un substrato di synth abrasivo, i suoni di chitarra trattati elettronicamente in post-produzione appaiono fantasmi, immagini trasfigurate dal dormiveglia. Tutto è quasi morboso nella sua apparente stasi che invece non è mai tale. “Radiance” ha armonicamente delle soluzioni wyattiane che conquistano per il loro essere imprevedibili ma non tecnicamente esibite. Il basso di Grumelli qui imita una chitarra frippiana a marcare gli appoggi ritmici essenziali. Serino invece tesse una tela assai ricercata in quanto a intervalli avvicinati con fare virtuoso ma non stucchevole.
“Thin Air” è l’unico pezzo in cui la chitarra di Ferrari trova una liquidità à-la Fripp, per quanto i King Crimson siano un riferimento dichiarato del combo, difatti, non emergono mai come reminiscenza autentica. Il brano è ancora una volta assai morbido, più che ambient ha un carattere lounge, appena più pungente nel momento in cui la linea chitarristica si fa più presente. Il lavoro di batteria è puro cesello. Accenna ritmiche in punta di piedi e rilancia gli interventi di chitarra e tastiere, sempre in contrappunto fittissimo.
“Grey Halo” dura appena due minuti ma è struggente quanto una “Alifib” e vede Grumelli in grande evidenza a un fretless di grandissimo pregio. Un momento davvero emozionante, a tinte pastello, quasi impalpabile, che trova in questo però la cifra più avvincente di un ensemble indubbiamente atipico e foriero di grande personalità.
“A Gasp Of Wind”, nella sua assoluta leggerezza e ancora una volta nel suono di tastiere, rievoca Tony Banks nel periodo post-gabrieliano e disegna geometrie avventurose. È brano assai malinconico. “A Yellow Tear In A Blue-Dyed Sky” mette ancora in evidenza il fretless di Andrea Grumelli, autore di tutti i temi del disco (arrangiato poi con gli altri membri del combo), nato come sua tesi di laurea per poi divenire progetto solido e già pronto al rilascio di un secondo capitolo. “Moving Away” sfodera un tecnicismo chitarristico per nulla trascurabile, contrappuntato ritmicamente dal pianoforte elettrico e dal fretless. Le armonizzazioni, come già detto, non sono mai stucchevoli nelle evoluzioni, tendono invece a una linearità di esposto notevole. Tutto ciò nonostante un break centrale nel brano ad animare il livello di attenzione di chi ascolta.
“Crimson Fondant” è l’unica composizione dell’album che ricerca un ostinato non estraneo a spigolosità di chitarre che però si stemperano immediatamente lasciando un vago citazionismo quanto il titolo del pezzo potrebbe far immaginare. Le tastiere qui avvicinano il Frank Zappa “esotico” di “Hot Rats“, prima di lasciare spazio a un solo chitarristico dal suono prima liquido, “cantabile”, poi ultra-tecnico e distorto in una direzione holdswortiana. Un gran bel momento per il disco, una sorta di perno attorno a cui lasciar ruotare i momenti più intimi, sognanti o trasognati. Ancora geometrie in “This Bubble I’m Floating In”, ma assai fluide, ben trascinate dal bellissimo tema di stick che grazie a bordoni di tastiera si apre a qualcosa di profondamente cinematico. Un brano veramente prezioso, intimo.
È un album, questo esordio degli Aether, che per quanto – a partire dal comunicato stampa – evochi umori progressive, con il genere non ha alcunché a che spartire (eccetto qualche suono di tastiera), trovando invece in un jazz-rock dalle larghissime trame una sua cifra stilistica personale e avvincente. Un disco in cui il famigerato “less is more” si palesa senza mai annoiare, ma anzi, invitando a ricercare con una lente di ingrandimento e attraverso ripetuti ascolti, soluzioni di gran classe. Un esordio che, come dimostrato nell’unica data dal vivo finora tenuta come “secret concert”, ha possibilità di sviluppo ancora più interessanti su palco, dove le dinamiche si fanno più chiare e il grande arazzo a tinte di bianco, più che di grigio, una sorta di Mark Tobey in musica, diviene ancora più avvincente. Era dai tempi del debutto degli Hobby Horse che non ascoltavo un disco di simile fattura nel territorio del jazz altamente contaminato, senza volontà di fare troppo rumore, ma affermando un’ampiezza di visione del suono così lucida e ammaliante.
07/10/2023