Una batteria elettronica della Simmons risalente agli anni 80: è tutto racchiuso in un rudimentale strumento tecnologico il nuovo album dei King Gizzard & The Lizard Wizard. Un aggeggio che nelle ingegnose mani di Stu Mackenzie diventa oggetto del più curioso e ambiguo progetto della formazione neo-psichedelica, un disco dove tastiere Roland e moog subentrano a chitarre, basso e batteria senza stravolgere lo spirito naif del geniale combo.
“The Silver Cord”, album numero venticinque della band australiana, è un tuffo nel mondo dell’elettronica di Giorgio Moroder e affini (la copertina è invece un omaggio ai Kraftwerk), un disco che oltre alle sette tracce principali, la cui durata resta tra i tre minuti e venti secondi e i quattro minuti e quaranta secondi, offre un ulteriore compendio con sette versioni remix che dilatano i tempi fino agli abbondanti venti minuti in perfetto stile eighties della prima traccia “Theia”.
L’unica costante artistica della poliedrica band resta lo spirito avventuroso e imprevedibile che da sempre giustifica anche le escursioni meno riuscite, ma il dilemma di “The Silver Cord” non è tanto racchiuso nella scelta stilistica compiuta – dopo il thrash-metal del precedente album, il passaggio alla disco music è comunque stridente – quanto nell’inconsistenza del risultato.
La fugace solidità melodica e armonica delle composizioni è strutturale al concetto free-form di certa disco music, ma ad eccezione della riuscita immersione nella space disco di “Theia” e della straniante title track infarcita di distorsioni vocali da videogame e oscure trame sintetiche, il resto del progetto viaggia tra noia e paranoia, dove l’unico spunto di riflessione e di analisi restano i continui riferimenti alla mitologia cinese (“Gilgamesh”, “Chang’e”).
Non nuovi alla seduzione tecnologica (ricordate l’electro-pop di “Butterfly 3000”?) e abili nello strappare un sorriso nell’improbabile rap di “Set”, i King Gizzard rischiano di suonare più convincenti nelle versioni extended (“Set” e “Chang’e” su tutte) che almeno catturano lo spirito dell’epoca e lasciano un piacevole senso di jam session in chiave moderna (ben diverse da quelle che diedero origine all’album “Ice, Death, Planets, Lungs, Mushrooms e Lava”).
“The Silver Cord” è un disco che troverà senz’altro i suoi estimatori, ma le perplessità che solleva quest’incursione nell’elettronica anni 80 sono difficili da stemperare.
Pur convinti che ancora una volta Stu e compagni si siano comunque divertiti nell’elaborazione dell’album, senza curarsi della reazione di pubblico e stampa, diventa poco agevole trovare una degna collocazione del progetto nell’immenso catalogo del gruppo australiano.
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02/12/2023