Che suono dare a una seconda vita musicale? Come scrivere e produrre oggi la musica che avevi già prefigurato ieri, ma che il tuo tempo non era pronto ad accogliere? Questo è lo scarto che si sono trovati a vivere gli
Slowdive dopo l'album di esordio "
Just For A Day" (Creation, 1991), che ha rappresentato il perfetto punto di equilibrio tra
dream-pop e
shoegaze: non così distorti ma elettronici, come in "Souvlaki" (Creation/SBK, 1993); minimalisti piuttosto che massimalisti, come in "Pygmalion" (Creation, 1995).
E poi lo iato, durato circa vent'anni, il ritorno dal vivo e con "
Slowdive" (Dead Oceans, 2017), che ha ripreso le fila del passato e ri-tracciato le coordinate della loro musica. Secondo album dalla
reunion, e quinto album complessivamente in carriera esclusi gli Ep, "Everything Is Alive" è il disco che non ci si sarebbe davvero aspettati dagli Slowdive, ma che non stupisce affatto che abbiano fatto. Anzi, ci meraviglia, ascolto dopo ascolto. È questa la prima impressione che lascia dalla
opener "Shanty", che recupera i suoni più elettronici dei provini di "Souvlaki" e "Pygmalion" e li trasforma in fughe quasi
Edm che aprono all'ingresso di tutta la band.
Il disco mette insieme una serie di spunti elettronici, abbozzati da Neil Halstead e sviluppati con gli altri membri del gruppo e con il fonico Ian Davenport ai Courtyard Studios di Abingdon, dove gli Slowdive avevano registrato ogni album dall'esordio, un ambiente così familiare in cui era possibile ritrovare anche lo stesso divano. Poi si è trattato di rivedere le registrazioni, tornare in regia, fare un passaggio ai Church Studios a Leicestershire e mixare a Los Angeles con Shawn Everett (
War On Drugs,
Beck,
Killers).
Mentre la band dichiarava di avere un intero album pronto, l'appetito del pubblico cresceva con la pubblicazione del singolo/videoclip "Kisses" (girato a Napoli!), brano electro-pop che sprigiona una leggerezza adulta familiare alle
canzoni più recenti degli
Everything But The Girl:
Maybe there's a car there
Driving away from here
Taking all the ghosts, the hurt
Well, everything starts anew
Tell mе what you need, what's right
Whatever is just enough
Is living with thе truth, a start
Maybe it's just enough
Poi troviamo le
ballad, così Slowdive ma piene di echi delle prime soavi architetture di chitarra dei
Mogwai ("Prayer Remembered") o delle ritmiche rarefatte dei
Cure di "
Faith" (1981, Fiction/Polydor) a scandire lo
strumming della chitarra acustica, e le cavalcate sonore mitigate dal pop piuttosto che dal rock ("Alife", "The Slab"). I brani compiono così un percorso dinamico, sorprendente e intenso dove funzionano sia nella loro successione sia presi singolarmente.
Facendo tesoro delle esperienze musicali parallele soprattutto di
Mojave 3 e
Minor Victories, l'album azzarda ("Chained To A Cloud") e conforta ("Skin In The Game"), avvolgendo con un
sound caldo fatto di elettronica, chitarre elettriche, basso e batterie ovviamente "a bagno" nel riverbero e negli effetti d'ambiente. Mantiene la capacità di rinnovarsi sapendo bene chi si è e qual è il legame emozionale con la musica che si compone, facendo sì un mestiere - l'esperienza maturata negli anni si sente - ma condividendo "my innermost thoughts", come cantava
Martin Gore in una nota ballata dei
Depeche Mode.
Il quintetto di Reading ha la capacità unica di essere sempre stato così dentro il proprio tempo da non poter eludere la vocazione di guardare al presente anche nel 2023, a circa trent'anni dalla definizione del suo suono - che la band individua dal brano "Avalyn", pubblicato nel primo Ep "Slowdive" (Creation, 1990) - anche dopo la fine della relazione tra Rachel e Neil. Così oggi le parole si perdono, in "Prayer Remembered", lasciando spazio a quella miscela di shoegaze e ambient, tra
Ride e
Brian Eno, che in questo album appare sempre più connaturata al Dna della band. E chissà, forse "Everything Is Alive" sarà l'album che riallineerà nuovamente il tempo alla musica degli Slowdive, potendo arrivare contemporaneamente a più generazioni.