SMASHING PUMPKINS - Atum

2023 (Martha's music)
alt-rock, synth-pop

Ecco servito il nuovo polpettone marchiato Smashing Pumpkins. L’ennesimo frutto della bulimia creativa di cui è affetto Billy Corgan, situazione clinica che lo porta a pubblicare senza filtri qualsiasi cosa gli passi per la testa. Di episodi che avrebbe fatto meglio a tener chiusi nei propri cassetti ce ne sono fin troppi in queste 33 (!) tracce inedite suddivise in tre dischi, con ulteriori dieci canzoni che dovrebbero essere aggiunte al pacchetto nei prossimi giorni. Potrebbe bastare l’ascolto dell’improponibile “Hooray!” per capire quanto Corgan stia veramente raschiando di brutto il fondo del barile.

Ancor più assurda è la campagna promozionale di “Atum”, impostata con l’intento di farlo percepire ai fan come il passo finale di una trilogia che racchiuderebbe anche il capolavoro “Mellon Collie And Infinite Sadness” (accostamento eretico!) e il discontinuo “Machina”, senza di fatto possedere assolutamente nulla che possa lontanamente lasciarlo associare alle opere del passato. “Atum” è una cervellotica opera in tre atti, prodotta senza che i compagni di ventura (il batterista Jimmy Chamberlin e i due chitarristi James Iha e Jeff Schroeder) possano aver avuto voce in capitolo, costretti come al solito ad assecondare le smanie di gigantismo espresse dal padre padrone della band.

L’ascolto di “Atum” procede quindi con difficoltà, impedendo ad alcune tracce apprezzabili (le vibrazioni grunge di “In Lieu Of Failure”, il romantico abbandono di “Space Age”, ma nulla che potrebbe mai finire su un ipotetico greatest hits degli Smashing) di lasciarsi ammirare. Troppo poco per poter giustificare una sbrodolata che supera per pretenziosità qualsiasi album finora diffuso dal gruppo di Chicago.
Fra numerosi momenti anemici (“Embracer”, ma direi la pressoché totalità del primo atto), raccapriccianti soluzioni di batteria (“With Ado I Do” grida vendetta), hard-rock spuntato (“Empires”), wave dozzinale (“To The Grays”), synth-pop ancor più dozzinale (“Night Waves”, “Neophyte”, “Pacer”) e inutili chitarroni anni Ottanta (“Beyond The Vale”), è un vero peccato che la storia di Billy Corgan continui a procedere in maniera tanto insulsa. Come già accaduto in altre occasioni, anche in questo caso sarebbe bastato sintetizzare il lavoro in una decina di tracce per realizzare un disco almeno decente.

09/05/2023

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