BIG | BRAVE

A Chaos Of Flowers

2024 (Thrill Jockey)
drone metal, drone folk, massive minimalism

Non vi nascondo che per parecchi anni mi sono trovato in difficoltà nell’ascoltare molti lavori che si inserivano in un ambito che potremmo chiamare metal. Il condizionale è d’obbligo, visto che quello che negli anni 90 chiamavamo crossover, evidenziando un'unione di più stili musicali, è diventato una modalità consueta. Provate a capirmi. Sono stato un adolescente entusiasta nel momento in cui è nata la NWOBHM e di lì a poco ho iniziato a perdere i capelli grazie al thrash metal sorto dall’altra parte dell’oceano. Successivamente, anno dopo anno, ho iniziato a trovare certe dinamiche stantie, tra un machismo di facciata e un’ostentazione di abilità tecnica che mi ha presto stancato. Probabilmente non avevo capito che certe dinamiche erano cambiate, che lo stesso metal era diventato una sorta di mutaforma (anche se molte produzioni erano davvero sotto una media accettabile). Fatto sta che, mea culpa, ho quasi del tutto abbandonato le molte strade della musica dura. Solo recentemente mi sono riavvicinato a certe sonorità, merito, tra gli altri, dei BIG|BRAVE, trio canadese composto da Robin Wattie (chitarra e voce), Mathieu Ball (chitarra) e Tasy Hudson (batteria). Loro si collocano in quel nebuloso spazio tra il metal e la sperimentazione, alternando una schiacciante e drammatica pesantezza con una leggerezza eterea e meditativa, in una modalità che pochi dei loro colleghi riescono a percorrere con successo.

Dopo aver sperimentato in ambito dark-folk insieme ai compagni di etichetta The Body, lo scorso anno i tre sono tornati a far sentire le loro sonorità ossessive, pesanti e distorte con il loro sesto lavoro in studio intitolato “Nature morte”, il primo dopo il passaggio dalla Southern Lord alla Thrill Jockey. Il gruppo di Montréal è riuscito a colorare di inquietudine le canzoni della loro natura morta, creando una sensazione di bellezza in decadimento, accompagnata da accordi sospesi in una quiete contemplativa.
Un anno dopo eccoli tornare con un nuovo album, intitolato "A Chaos Of Flowers", che sembra collegarsi al lavoro precedente già dalla copertina. Proprio lo sfondo bianco dell'artwork (quasi una controparte speculare dell'album di un anno fa) rivela l'anima meno violenta del disco, che, pur collegandosi in parte al pericoloso e dilatato crocevia tra ambient, metal sperimentale e avant-rock del gruppo che aveva raggiunto l’apice con il lavoro precedente, qui si evolve in un mondo dove il loro “minimalismo estremo” si estende per evidenziare una modalità poetica legata all’emarginazione e alle esperienze che ci rendono vulnerabili. Ad un attento ascolto, “A Chaos Of Flowers” si mostra come un album complesso, capace di essere allo stesso tempo doloroso e rasserenante.

La chitarrista-cantante Robin Wattie ha voluto attingere a piene mani da alcune poesie di donne le cui parole hanno rispecchiato le esperienze di chi, o per la propria origine o per aver sfidato norme e pensiero comune della società, è stata spesso emarginata dalle convenzioni culturali: “Ho scoperto che la maggior parte delle poesie della tradizione popolare o di dominio pubblico sembrano essere scritte da uomini, cosa che non mi ha permesso di relazionarmi con loro - racconta - Ma riscoprendo alcune delle mie opere e delle mie poetesse preferite, mi sono stupita per il modo in cui queste scrittrici, di posizioni ed epoche diverse e tutte di sesso femminile, hanno espresso momenti intensi e apparentemente simili di esperienze individuali, di intimità e di follia”. Ecco qui che la scrittura della Wattie si è unita a quella di Emily Dickinson, Akiko Yosano, Renée Vivien, Esther Popel e Pauline “Tekahionwake” Johnson, per raccontare storie di donne orgogliose della propria eredità culturale, combattenti contro l’emarginazione sociale propria dell’epoca in cui hanno vissuto. Grazie anche a questa profondità emotiva, la vocalità di Robin Wattie si mostra in tutta la sua sofferta e limpida bellezza.

Il chitarrista Mathieu Ball e la batterista Tasy Hudson (con loro dal 2019) hanno aiutato la principale autrice a plasmare queste poesie all’interno di brani solo apparentemente impenetrabili, visto che in realtà risultano tanto densi quanto vulnerabili, regolando volume e rumore per dare spazio a una sensazione di intimità non solo lirica. I tre, già dall’apertura “i felt a funeral”, riconfigurano attentamente il modo in cui utilizzano ogni elemento del proprio suono, lasciando spazio a momenti quasi di folk tradizionale per accentuare il tono riflessivo trafitto dagli sbuffi della chitarra di Ball. “not speaking of the ways” presenta il loro classico muro sonoro per sottolineare le parole di Akiko Yosano, una delle prime donne femministe e pacifiste del Giappone, che parla della beatitudine di stare con il proprio partner e del modo in cui può instaurare nel cuore una gioia tanto totale quanto effimera. Il brano è impreziosito dalla chitarra di Tashi Dorji e dal sassofono di Patrick Shiroishi. Ancora la chitarra dello sperimentatore buthanese è protagonista della sfilacciata “chanson pour mon ombre”, impreziosita da una performance potente ma elegante tra tom e piatti di Tasy Hudson, impegnata più a lavorare di cesello che a picchiare duro.

A “canon : in canon” spetta giustamente la parte centrale nel disco, un brano dilatato tra droni e la chitarra suggestiva dell’ospite Marisa Anderson, che con il suo tocco tra folk e blues rende la voce di Wattie mai così intima, limpida e cristallina. Dopo il momento strumentale di “song for Marie part iii”, tanto trascendentale quanto percorso da una tensione palpabile, anche “theft” mostra il lato più rarefatto del gruppo, perfetto nell’accompagnare i versi di un poema, scritto nel 1925 da Esther Popel, una delle attiviste principali di quel movimento artistico-culturale afroamericano chiamato Harlem Renaissance.
I riverberi ondeggianti delle chitarre sono l’ossatura della tempesta distorta e satura di “quotidian : solemnity”, mentre nel finale di “moonset”, scritto da E. Pauline Johnson (conosciuta anche con il suo nome Mohawk di Tekahionwake), non poteva che essere di nuovo Marisa Anderson ad aiutare i tre a dipingere la storia di un’artista nativa americana.

Dopo aver raggiunto l’apice del rumore, il trio ha abbracciato l’intensità della quiete, prendendo spunto dalla ricerca nelle radici musicali proposte insieme ai The Body nel lavoro in coabitazione “None But Small Birds”, dove il punto di partenza era stata la sperimentazione su materiale folk tradizionale. In fondo, Robin Wattie aveva imparato a suonare la chitarra proprio grazie alle canzoni bluegrass e country, mentre lo zio di Mathieu Ball era un esperto suonatore di fiddle. Anche se successivamente le loro esperienze si sono evolute in modo diverso, il ritorno al passato per esplorare un modo di fare musica essenziale e forte ma allo stesso tempo delicato è stato un percorso naturale: “Questo album è potente, ma non è un tipo di rumore abrasivo, che ti arriva dritto in faccia - spiega ancora - È un fiume di suoni dove in ogni brano c’è un synth Moog che suona il basso, per dare calore e comfort”.
Quando sembrava che i BIG|BRAVE avessero raggiunto l’apice del loro viaggio nella musica pesante, “A Chaos Of Flowers”, con la sua anima tanto intima e sofferta quanto potente e apparentemente monolitica, ci mostra invece un gruppo ancora in crescita, pronto a intraprendere un nuovo percorso di enorme intensità emotiva.

21/04/2024

Tracklist

  1. i felt a funeral
  2. not speaking of the ways
  3. chanson pour mon ombre
  4. canon : in canon
  5. a song for Marie part iii
  6. theft
  7. quotidian : solemnity
  8. moonset




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