ANATOLE MUSTER - Hopecore

2025 (Anatole muster)
digital fusion, new age, utopian virtual

Due gli approcci possibili per introdurre il secondo album del fisarmonicista Anatole Muster (ma la qualifica, si vedrà, è riduttiva): perdersi in una selva di etichette più o meno esoteriche – dalla new age all’hyperpop, passando per utopian virtual, digital fusion, folktronica – oppure andare dritti al punto, cioè all’unicità degli stati d’animo che evoca. È infatti la forza delle sensazioni a far sì che “Hopecore” parli anche a chi osserva le diramazioni dell’elettronica contemporanea da una certa distanza. Le due strade, in realtà, non si escludono: e infatti vale la pena percorrerle entrambe, iniziando però dalla prima.

Non tutta l’intensità passa dall’oscurità: quando la luce apre a stati d’animo ricchi, continui, in equilibrio

Decenni di celebrazione degli abissi interiori sembrano aver convinto buona parte di chi bazzica fuori dal mainstream che l’oscurità sia il non plus ultra dell’espressione emotiva. “Hopecore” sembra invece giungere per fare piazza pulita di questa fissazione, mostrando come i toni luminosi possano vibrare con corde interiori profonde, con intensità anche maggiore e senza bisogno di appesantirle. Detto così, potrebbe sembrare un manifesto solenne, ma la solennità è probabilmente l’ultima cosa che interessa al ventiquattrenne musicista svizzero. A interessarlo sono piuttosto quegli stati d’animo lievi – non perché di frivoli e approssimativi, ma perché pacificati, sospesi, quasi aeriformi. In equilibrio con il mondo circostante.

Se non è chiaro il mood: si faccia partire la prima traccia, “Just Another Step”. Un’introduzione ruvida di fisarmonica sulle ottave basse, poi la virata immediata verso superfici più lisce: una voce aperta e distesa che si muove in un registro alto, luccicanti arpeggi Midi scintillanti che, consapevolmente o meno, finiscono per ricalcare l’immortale placidità di “Sailing” di Christopher Cross. Un cambio di tonalità verso l’alto, un piccolo arretramento, un continuo ondeggiare fra slancio e quiete. Tutto concentrato in un minuto e quaranta.

Fisarmonica e software formano un unico sistema, un’interfaccia per muoversi nella quiete senza irrigidirla

imagesmuster11Con “Frisbee” entra la batteria e il disco si affaccia su coordinate jazz-fusion, o meglio digital fusion, vista la pervasività di suoni sintetici iper-levigati. Il basso è pieno e funkeggiante, mentre il resto della tavolozza gioca su timbri lucidissimi, flautati, volutamente artificiali. Muster governa questo ecosistema digitale direttamente dalla sua fisarmonica a bottoni, grazie a un software di rimappatura che trasforma tastiere e mantice in un’interfaccia per una moltitudine di suoni cangianti. Non sorprende allora più di tanto scovarlo su YouTube mentre “suona” la tastiera del laptop come fosse una fisarmonica, ottenendo lo stesso risultato sonoro.

L’album dondola con naturalezza fra canzoni e brani strumentali, fra episodi in cui il ritmo è ben in primo piano e altri – la maggioranza – in cui emerge in modo più sottile, dall’intreccio fra parti acustiche ed elettroniche. È il caso di “M Field Music”, dove la chitarra dell’ospite Matthew Field si incastra con precisione millimetrica, disegnando figure segmentate, delicate e luminose: math senza la spigolosità tipica del genere.

A metà strada fra gli opposti si colloca invece “Skydog”: parte come una ninnananna in 3/4 dal passo morbido, e solo nel ritornello e nel brevissimo assolo di fisarmonica lascia affiorare una sequenza percussiva quasi breakcore, senza che venga mai meno il suo senso diffuso di grazia.

La new age riaffiora attraverso materiali contemporanei, senza nostalgia né attrito

Questa musica nutrita di calma e di fusioni stilistiche non ostentate ha da tempo un nome: new age. Ma quella di Muster è una ricomposizione inedita, che combina evitando qualsiasi effetto collage elementi familiari per il filone e altri decisamente nuovi. È facile allora scorgere il minimalismo limpido di Wim Mertens o Michael Nyman, magari velato dai toni folk di Yann Tiersen, in “I’ve Never Missed A Plane”, bozzetto perfetto da due minuti. La fisarmonica ruscella leggera fra le ottave, intrecciandosi a flauto e chitarra Midi per costruire un’atmosfera aperta e lievemente malinconica. Senza enfasi ed evitando che il chiaroscuro scivoli nella tristezza.

Ritmi spezzati e frammenti vocali punteggiano invece “All My Friends Love Memories”, animata dal drumming ipercinetico dell’ospite Varra, nome da tenere d’occhio in quell’area “hyperfusion” dove anche Louis Cole ha lasciato segni importanti (ed era già presente nel precedente “Wonderful Now”). E in “Hope Walk” la batteria diventa quasi pulviscolare, una scia fittissima di micro-colpi che accompagna i movimenti leggeri dei synth e la melodia della vocalist Amelia Rose. Ne esce una tenerezza lievemente ombrosa, che sfiora l’eredità melodica della dance mediterranea – quella di un lento di Gigi D’Agostino, ma anche delle linee nostalgiche e solari della trance rumena alla Edward Maya – filtrandola in chiave intima: musica che tiene in sé l’ombra solo per far risaltare ulteriormente la luce.

Un’utopia virtuale accogliente, dove l’artificio rende le emozioni più nitide

Neanche troppo in filigrana, “Hopecore” dialoga anche con una specifica declinazione del vasto immaginario vapor: la sua variante “utopian virtual”, dove new age e ambient commerciale riaffiorano attraverso timbri Midi e un’estetica digitale volutamente naïf. Quasi un ritorno al candido entusiasmo futurista dei primi anni Novanta: un mondo digitale non da smascherare, ma da abitare come uno spazio di libertà capace di espandere le emozioni. È anche da qui, insieme alla radiosa emotività delle melodie, che il disco entra in risonanza con l’hyperpop, almeno nella sua versione più gentile e disarmata offerta dall’italiano Faccianuvola.

Al netto delle etichette, “Hopecore” dimostra che l’esposizione può essere profonda quanto il nascondimento. La ricchezza dei suoi incastri non serve a complicare il suono, ma a generare una superficie vibrante: un’architettura visibile che sprigiona la sua densità emotiva nella solarità. Musica che non scava nel torbido ma si offre allo sguardo. Lieve, sì, ma mai vuota.

30/12/2025

Tracklist

  1. 1. Just Another Step
  2. 2. No Luck
  3. 3. Frisbee
  4. 4. Skydog
  5. 5. I Can Play The Melodic Minor
  6. 6. M Field Music
  7. 7. Hopecore
  8. 8. See That View
  9. 9. I've Never Missed A Plane
  10. 10. All My Friends Love Melodies
  11. 11. Little Spider
  12. 12. Hope Walk
  13. 13. In The Summer We Just Had

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