Come alcuni dei più brillanti trita-generi ospitati dalla label – da Iglooghost agli Hiatus Kaiyote, dai Jaga Jazzist a Louis Cole, da Thundercat a Hakushi Hasegawa – anche Van Dinther ha un approccio difficilmente incasellabile, capace di far deflagrare con luminosità modello fuoco d’artificio nu jazz, sonorità wonky, ambizioni di musica totale.
Prendiamo “Egg Modern”, che è la prima traccia sul nuovo album (ed era la quinta su “Blind” – l’approccio ricombinante ha investito anche la tracklist). Fin dalle prime, battenti note in staccato sono i fiati a prendere il sopravvento: fagotto, clarinetto, flauto. Il carattere fluttuante della musica, che subito si instaura e fa da filo conduttore all’intero disco, ha una chiara eco minimalista. Il rimando all’eleganza di Steve Reich, evidente fin dal titolo dell’impresa, è in questa rivisitazione molto più evidente che nelle versioni originali, dal piglio assai più ruspante e domestico. Al synth tagliente si sostituiscono rimpalli orchestrali, in luogo delle intromissioni elettroniche più penetranti qui si incontrano scambi ordinati – ma non per questo meno sconquassanti – fra percussioni differenti.
“Minimalismo”, però, rischia di essere un’etichetta fuorviante. La straripante rigogliosità del suono, palese nella turbinosa apertura di “Music For Bat Caves” come nelle zigzaganti sovrapposizioni di “Bugatti”, è in effetti più in linea con la deriva più post- e contemporanea del filone, quel totalismo caleidoscopico che, in forme variegate, ha caratterizzato l’effervescente “Central Market” di Tyondai Braxton, le traiettorie dei britannici Ex-Easter Island Head e dei giapponesi Goat o, su un fronte più elettronico, la midi music di D’Eon e le invenzioni epic collage di Giant Claw e Mc Maguire. Una risposta debordante al morso dell’horror vacui, che prevede sia il coniglio a estrarre dal cilindro un po’ quel che gli pare, accostando ogni cosa e il suo opposto con piglio massimalista.
Nella giungla ipersatura di “Bugatti” e “Imps”, ovviamente, non tutti i colori hanno lo stesso peso. Fra la molteplicità di spinte centrifughe, a imprimere una direzione sono le sinergie nu jazz/wonky costruite – oltre che da Van Dinther – anche dallo sfavillante cast che complementa Asko|Schönberg: il re della batteria broken beat Richard Spaven, il tastierista Niels Broos (già con The Alchemist, Daedelus, e con Jameszoo nel progetto Rolrolrol), il bassista Petter Eldh e il sassofonista Otis Sandsjö (questi ultimi figure di primo piano della scena wonky/jazz, ed entrambi coinvolti nel cruciale “Æ” di Anton Eger).
L’album è, insomma, per la maggior parte, un gioiello di hyperfusion mutante, in cui i molleggiamenti behind the beat coesistono con avvolgenti trame third stream e improvvisi picchi free, e ogni suadente svolazzo cameristico potrebbe in qualunque istante essere strapazzato da millimetriche esplosioni flaschore. Dove però è la spinta classicheggiante a prevalere, come in “Philip”, nella coda di “Big Game” o nella conclusiva “Song”, il disco trascende la sua stessa scompigliata eleganza, svelando modi forbiti e signorili che sembrano voler riaccogliere l’eventuale ascoltatore disperso. Perché sì, in mezzo a tanto – pur calibrato – marasma è facile smarrire la strada. Fortunatamente, però, “Music For 17 Musicians” non fa mai perdere contatto: lascia allontanare ma cura la rotta, con fiducia, senza dover sempre stringere la mano.
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09/07/2025