Da alcuni considerato il vero capolavoro dei Replacements, per tutti nel tris d’assi della band di Minneapolis (su OndaRock la palma di Pietra Miliare è assegnata al precedente “Let It Be”), “Tim” apparve nel settembre del 1985, a consolidarne il ruolo di cult band nello scenario indie-rock americano degli anni Ottanta. Lasciate da parte le scorribande hardcore-punk che caratterizzarono i primi passi della loro carriera, già a partire da “Hootenanny” (1983) i Replacements ampliarono a dismisura il proprio orizzonte stilistico, includendo un ampio ventaglio di influenze. “Tim” rappresentò anche il loro esordio per una casa discografica più grande, la Sire Records, il che significò avere maggiori mezzi tecnici e finanziari a disposizione, opportunità che non sempre va a braccetto con la qualità del risultato finale. Paul Westerberg e compagnia produssero un nuovo pugno di ottime canzoni (senza comunque raggiungere quel successo di più vaste dimensioni che fecero di tutto per evitare…) ma non restarono soddisfatti del risultato. Le session presero il via con in cabina di regia Alex Chilton dei Big Star, un loro idolo; al momento di realizzare le registrazioni definitive si preferì però affidare la guida delle operazioni a Tommy Ramone, il primo batterista dei Ramones, responsabile del mix finale che non incontrò mai la piena approvazione di band e fan.
Dopo un primo remastering del 2008, con sei bonus track, che non rimuoveva la piattezza generale e l’eccessivo riverbero così “anni Ottanta”, oggi finalmente le undici tracce di “Tim” possono risplendere di nuova luce grazie all’intervento di Ed Stasium, esperto produttore già al lavoro con Ramones, Talking Heads e Motorhead. Il re-mix architettato da Stasium non solo riesce nell’intento di far suonare in maniera più potente tutti gli strumenti e a rendere il sound finalmente limpido, vigoroso e (passatemi il termine) contemporaneo, ma addirittura compie il “miracolo” di far emergere parti inedite. Basti il rivelatorio ascolto di “Little Mascara”, prolungata di circa un minuto per svelare un assolo di chitarra elettrica di Bob Stinson che era scomparso nel mix originale. Un intervento egregio che quasi palesa un album (passatemi anche questa) “inedito” dei Replacements, incoraggiando – ce lo auguriamo – un diverso modo di porsi al cospetto di grandi dischi del passato, nel tentativo di migliorarli senza restare necessariamente troppo ossequiosi, vincendo il timore del dito verso dei fan che non sempre accettano di buon grado rettifiche troppo invadenti ad opere ritenute “intoccabili”. Qui tutto viene perfezionato e arricchito come meglio non si potrebbe, mantenendo in parallelo (nel secondo dischetto) l’ennesima rimasterizzazione del mix originale, quello di Tommy Ramone, a questo punto trascurabile, ma utile per eventuali confronti in tempo reale.
La “Let It Bleed edition” – così è stata denominata – di “Tim” è un box celebrativo contenente anche quindici fra demo e alternative version, in gran parte mai diffuse prima, alcune appartenenti proprio alle session realizzate con Chilton. Fra queste compare per ben quattro volte “Can’t Hardly Wait”, in un’evoluzione che va dalla sofferta demo acustica all’energica (oserei dire springsteeniana) electric version, sulla quale Westerberg non riuscirà a trovare la quadratura desiderata: finirà nel successivo ”Pleased To Meet Me” con l’aggiunta di (inopportuni?) archi (qui è inclusa una versione acustica con violoncello suonato da Michelle Kinney).
Il cofanetto è completato da un booklet ricco di fotografie rare e un intervento di Bob Mehr, già autore della biografia “Trouble Boys”, più la registrazione integrale del concerto tenuto nel gennaio del 1986, poche settimane dopo la pubblicazione di “Tim”, al Cabaret Metro di Chicago. Si tratta di una iper-vitaminica istantanea dei Replacements catturati in una di quelle serate nelle quali sapevano come spaccare il mondo, giusto un attimo prima di intraprendere la parabola discendente che avrebbe partorito altri tre onesti album. Arriveranno poi l’inevitabile scioglimento e la conseguente carriera solista di Westerberg, ma i picchi del celeberrimo tris dei Replacements – una delle formazioni più autolesioniste nella storia della musica del Ventesimo secolo – non saranno mai più raggiunti.
(Un ringraziamento all’amico e collega Paolo Ciro per le preziose illuminazioni)
01/01/2024