A volte ritornano. Anche se sempre a modo loro. Ovvero all’insegna di un’armonia precaria tra i due soci fondatori della ditta, Roland Orzabal e Curt Smith. Ebbene sì, i Tears For Fears restano un duo decisamente peculiare. Alcune loro esibizioni recenti come quella di Roma del 2019, con i due a distanza di sicurezza sul palco e a guardarsi quasi in cagnesco, fanno immaginare cosa potrà accadere con i fratelli Gallagher nel tour della reunion degli Oasis. Eppure, a dispetto delle tensioni e dei rancori, tra i due continua a scorrere un feeling sotterraneo, che nella fattispecie si sostanzia nel formato live. “Penso che molta gente non sappia che siamo effettivamente una buona live band! – scrive Smith presentando questo disco – Vedono un duo e pensano che saranno solo due persone con qualche tastiera e un po’ di basi preregistrate, e che sarà tutto qui. Negli anni siamo migliorati enormemente rispetto ai nostri anni d’oro negli Ottanta”. Gli fa eco Orzabal: “Non abbiamo mai pubblicato un Lp dal vivo ufficiale, quindi si potrebbe dire che questo sia un album in lavorazione da 40 anni”.
Ed eccoci qua, allora, alle prese con il primo album live ufficiale distribuito a livello globale a nome Tears For Fears, “Songs For A Nervous Planet”. Un titolo che riflette il caos e le nevrosi del mondo contemporaneo, filtrate da quella “quiet desperation” che oltre a essere “the English way” (cit. Pink Floyd) è sempre stata il marchio di fabbrica del duo di Bath. A destare un po’ di ulteriore curiosità per l’uscita, la presenza di quattro (non trascendentali, per la verità) brani inediti, registrati in studio: il singolo “The Girl That I Call Home”, tenera dedica amorosa di Orzabal alla moglie Emily Rath, citata presumibilmente anche nella terza traccia del disco (“Emily Said”), più la gioiosa ma ingannevole “Say Goodbye To Mum And Dad” (“Vai a dire a tutti i tuoi amici che la società è impazzita”) e l’art pop di “Astronaut”, tentativo di nuovo inno corale alla “Shout” che invita a trovare pace nella solitudine. A quest’ultimo deve essersi ispirata anche la copertina, che mostra un astronauta in un campo di girasoli: un’immagine creata evidentemente con l’intelligenza artificiale, che ha scatenato via social l’ennesima (idiota) crociata anti-AI.
Sì, ma il live? Tratto da un concerto di luglio 2023 a Franklin, Tennessee, include numerosi classici più canzoni da “The Tipping Point“, l’album che nel 2022 venne salutato (esagerando) come una rinascita del duo inglese, dopo lo sciagurata operazione di restyling del disco della reunion datata 2004, “Everybody Loves A Happy Ending“. In mezzo, un evento tragico (la morte della prima moglie di Orzabal per cause dovute all’alcolismo) che lacerò nuovamente la band proprio mentre stava riprendendo quota in tour, seguito da un incidente a Smith costatogli quattro costole fratturate, che lo ha tenuto ai box per un anno.
Se i brani di “The Tipping Point”, calligraficamente riproposti sul palco, si mantengono in piedi soprattutto con il loro mix di mestiere e coerenza sonora, l’unica testimonianza dal succitato “Everybody Loves A Happy Ending” (“Secret World”) si fa più spoglia e ficcante, rinunciando al denso arrangiamento orchestrale della versione in studio (a cura di Paul Buckmaster) e saldandosi a un tributo al Paul McCartney versione Wings di “Let ‘em In”.
Ma rinfranca soprattutto riascoltare i cavalli di battaglia del passato, eseguiti con buon vigore e notevole affiatamento da una band solida, che vede la cantautrice britannica Carina Round prendere il posto della Woman In Chains Oleta Adams.
Giustamente trascurati gli anni 90, segnati dalla rottura tra i due sodali, che ha portato all’allontanamento di Smith e alla pubblicazione di “Elemental” (qui rappresentato dalla sola “Break It Down Again”) e “Raoul And The Kings Of Spain” (del tutto ignorato nella setlist) con Orzabal affiancato da Alan Griffiths, a risplendere sono i gioielli degli anni 80: tra l’entusiasmo della platea del Tennesse, si avvicendano monumenti art pop senza tempo come “Mad World“, “Pale Shelter”, “Change”, “Shout”, “Everybody Wants To Rule The World”, “Head Over Heels” e “Sowing The Seeds Of Love”. Sono le loro solite storie di “quieta disperazione”, tra traumi infantili, ossessioni psicoanalitiche e urla primordiali, che hanno dato vita a un canzoniere doc, all’insegna di una scrittura mirabile e di un originale connubio tra elettronica e strumenti “veri”.
“Songs For A Nervous Planet” è disponibile in cd e blu-ray e in diversi mix, di cui tre a cura dell’immancabile Steven Wilson (tra cui Dolby Atmos, 5.1 Surround Sound e stereo). All’uscita del disco, è abbinato anche un film concerto girato e registrato al FirstBank Amphitheater presso Graystone Quarry a Franklin, Tennesse, durante il loro Tipping Point Tour Part 2: “Tears For Fears Live (A Tipping Point Film)” è stato presentato in anteprima in oltre 1.100 cinema nel mondo.
E ora che – per dare soddisfazione a Smith – abbiamo avuto la conferma che anche dal vivo i Tears For Fears ci sanno fare, ci resta la nostalgia per loro capacità di scrittura, quella sì, purtroppo irrimediabilmente svanita nel tempo. Ma mai dire mai: noi li aspettiamo, qui nel nostro nervous planet.
26/10/2024