Héroes del Silencio

Héroes del Silencio

Gotico aragonese

di Michele Corrado, Federico Romagnoli

Grazie a una muscolare miscela di rock alternativo, post-punk gotico e atmosfere epico-romantiche, disco dopo disco la formazione di Saragozza è diventata la rock band spagnola più famosa della storia. A guidarla il magnetico frontman Enrique Bunbury
 

Gli Héroes del Silencio, da Saragozza, sono la rock band più famosa nella storia della musica spagnola. La loro proposta prende forma durante l’ultima era della new wave, si bagna dei toni cupi del gothic rock e assume sovente il tono muscolare dell’hard rock. Scritta così la formula della band spagnola potrebbe trovare un precedente in quella dei londinesi Cult, ma la similitudine farebbe torto a un sound e una proposta lirica unici.
Anzitutto, la cultura latina che trasuda nelle inflessioni di melodie e interpretazione conferisce alle canzoni della band calore e tensione epica. Poi ci sono la voce e i testi di Enrique Ortiz de Landázuri, in arte Bunbury. La prima è possente, profonda, ma duttile e capace di guizzi teatrali; i secondi criptici, densi di simboli, affascinanti e legati alla passione del cantante per i poeti maledetti francesi, ma anche per Oscar Wilde, Pablo Neruda e Mario Benedetti.
Non è meno peculiare lo stile del chitarrista e principale compositore, Juan Valdivia, tessitore infaticabile di arpeggi complessi e fluenti, ricercatore maniacale di effetti e distorsioni. Completa la formazione una sezione ritmica formata dal bassista Joaquín Cardiel e dal batterista Pedro Andreu, imponente come da tradizione del tardo post-punk.

La band nasce nel 1985. All’epoca Saragozza, capitale della comunità autonoma dell’Aragona, era tutt’altro che un punto cruciale sulla mappa musicale spagnola. Mentre la straripante Madrid, grazie alle band riconducibili al movimento culturale della movida madrileña (Alaska y Dinarama, Radio Futura, Nacha Pop e tante altre) e la Barcellona degli Último de la Fila dettavano la moda, Saragozza aveva sì una scena rock, ma nessuna delle formazioni che ne facevano parte sembrava avere il potenziale necessario per portare la città alla ribalta.
Tutto era però destinato a cambiare di lì a poco. Nel 1984 Valdivia aveva invitato Bunbury, all’epoca impegnato al basso e alla voce dei Proceso Entrópico, a entrare come bassista nei Zumo de Vidrio, band post-punk che condivideva con i fratelli, Pedro alla batteria e Javier alla voce. 
Il primo dei fratelli Valdivia a lasciare la formazione fu Javier, che fu dunque sostituito da Bunbury, già abituato a suonare il basso e a cantare allo stesso tempo. Poco dopo fu il bassista ad abbandonarli: gli subentrò Pedro Andreu. Joaquín Cardiel fu invece integrato al basso allo scopo di alleviare i compiti di Bunbury, oberato dal triplice ruolo di bassista, cantante e autore dei testi.
Si trattava però, a questo punto, di una band nuova di zecca, che necessitava un nuovo nome. Quando furono invitati a suonare a Radio Zaragoza per promuovere il loro primo demo, decisero che si sarebbero presentati usando il titolo di uno dei quattro brani in scaletta, che poi venne a sua volta modificato in “Héroe de leyenda” – gli altri tre titoli erano “Olvidado”, “Sindicato del riesgo” e “Hologramas”.

La messa in onda delle canzoni da parte di Radio Zaragoza fu un vero e proprio battesimo e segnò l’inizio di un periodo di grande esposizione e crescente richiesta. La band partecipò anche a numerosi concorsi, che le permisero di rodare l’attitudine live, sin dagli inizi uno dei suoi punti forza. Superate le fasi regionali del Festival de Benidorm, arrivarono alle finali del concorso Nuevo Pop Español.
Data la forza dirompente delle loro esibizioni, capace di generare una connessione immediata con il pubblico, Bunbury e i suoi si guadagnarono presto anche il ruolo di opening act per i tour di formazioni di successo come gli Alphaville (band spagnola da non confondere con l’omonima formazione tedesca) e i succitati Último de la Fila. Nel 1986 gli Héroes erano ormai la sensazione dell’underground spagnolo, mancava soltanto una casa discografica alle spalle che permettesse loro il grande salto. Tra i tanti interessati, a spuntarla fu Gustavo Montesano, musicista e produttore argentino trasferitosi in Spagna pochi anni prima, in cerca di maggior successo discografico, che propose la band alla Emi. Montesano, già membro dei Crucis (band prog di grande culto in Argentina), era in quel momento chitarrista del fortunato gruppo synth-pop Olé Olé e vantava un certo margine di trattativa.

bunburyLa divisione spagnola del colosso britannico scritturò immediatamente la band per un Ep di quattro tracce, che vendette 30mila copie e spinse quindi alla registrazione, nel 1988, del primo album vero e proprio: El mar no cesa.
In parte rinnegato dalla stessa band a causa della produzione troppo patinata, pop e ammiccante alla radiofonia adottata Montesano, il disco contiene quasi esclusivamente brani già scritti in passato (aspetto che ha sicuramente contribuito alla scarsa coesione dell’opera), inclusi quelli presentati a Radio Zaragoza e quelli contenuti nell’Ep.
Se da una parte è vero che gli Héroes del Silencio non sarebbero mai più suonati così morbidi e che il sound per cui vengono ricordati prese vita nel disco successivo, El mar no cesa contiene comunque alcuni episodi meritevoli, presentando molte delle dinamiche compositive che avremmo ascoltato in futuro, oltre che il grande istrionismo del frontman.
Grazie alle circa 100mila copie vendute in Spagna, il disco avrebbe poi permesso alla band imbarcarsi in un primo grande tour da protagonista in giro per la nazione. Un’estenuante, mastodontica e trionfale tournée di circa cento date, tutte a cavallo tra 1988 e 1989, che li avrebbe consacrati come formazione di prima grandezza.

Il disco comincia in effetti con un brano che non sarebbe mai mancato in un’antologia della band, “Mar adentro”. La chitarra di Valdivia è scintillante e fluisce incontenibile in un mutevole effluvio di argentei arpeggi jangle, il pianoforte punteggia le strofe caricandole di epica e Bunbury domina la scena cambiando di umore ripetutamente.
“Hace tiempo” e “Fuente esperanza” continuano sulla falsariga dell’opener; la prima consta però di una dura e psichedelica coda chitarristica, mentre la seconda si dipana più rilassata puntando su un suono rock mieloso e radiofonico. È altrettanto orecchiabile “No màs lagrimàs”, che però risente eccessivamente della laccatura pop di Montesano – altro brano con il medesimo problema è certamente “Agosto”.
“Olvidado” riporta il disco su di giri grazie a un riffing tonico e scattante e a un refrain piuttosto semplice da memorizzare. Si tratta senz’altro di uno dei brani che hanno portato il pubblico italiano ad associare la band spesso e volentieri ai nostrani Litfiba; un paragone superficiale, dovuto principalmente al fatto che non siamo abituati all’ascolto di rock band in lingue diverse dall’inglese (e dalla nostra).
“La lluvia gris” conta su un’adamantina partitura jingle-jangle, con la chitarra particolarmente guizzante, che però Bunbury sormonta con una voce piena e virile, difficile da accostare a un brano indie pop. Il gioco di contrasti è vittorioso e la canzone un classico. La segue “Flor venenosa”, un cupo e teso brano new wave che il cantante utilizza per far nuovamente sfoggio di svariati registri, versetti e ululi.
Traggono spunto da dettami post-punk anche “La visiòn de vostra alma” e la “Isla de las iguanas”, che declinano però le loro origini con aromi latini e un’abbondante spolverata di mistero.
Il disco termina come finisce, ossia con un capolavoro. Una “Héroe de leyenda” innescata da arpeggi di chitarra e basso che si intrecciano e infittiscono, generando una tensione palpabile. Su questo terreno musicale instabile, Bunbury canta di eroi epici, di eletti predestinati a grandi gesta – è un testo che, riportato a una dimensione umana, sembra preconizzare quello che sarebbe successo di lì a poco:

Sempre al buio,
la voce non ha senso,
il silenzio è tutto.
L'eroe nel suo proprio oblio,
nei suoi occhi spenti
c'è un castigo eterno.
L'eroe della leggenda
appartiene al sogno di un destino”

bunbury_2La critica spagnola più militante non mostra a ogni modo benevolenza verso il gruppo, che viene stroncata con un astio ingiustificato, in particolare a causa dell’aspetto angelico di Bunbury, accusato di essere un fantoccio messo lì solo per attirare le ragazzine. Tristemente, della musica a malapena si parla.
Per la registrazione del secondo album, scontenta di Montesano, la band riesce a far assumere Phil Manzanera, ex chitarrista dei Roxy Music. Si tratta di una scelta sorprendente: Manzanera in quel momento era diventato un turnista molto richiesto nel rock anglofono, ma non aveva trovato spazio come produttore. Nel 1989 però si era trovato a dirigere il disco di una band spagnola misconosciuta, i Mosquitos, che si trovava in quel momento di stanza a Londra. Ciò ha fatto probabilmente drizzare le antenne negli studi della Emi spagnola, in particolare al manager Ignacio Cubillas: presi i dovuti accordi, Manzanera è così partito per la Spagna.

In parte la sua esperienza, in parte la maturazione della band, che ha avuto modo di rodarsi dal vivo e di scrivere per la prima volta materiale destinato a un progetto ben preciso, rendono Senderos de traición uno dei capolavori del rock spagnolo. Il balzo a livello formale compiuto nel giro di un singolo album è impressionante.
“Entre dos tierras” si apre con un arpeggio effettato con l’eco e scatta in una cavalcata in cui la chitarra si rifrange in continue mutazioni, che proseguiranno fino al termine, nel graduale ammassarsi di filtri ora eterei, ora distorti. Passa un minuto prima che Bunbury inizi a cantare, eppure questo non danneggia il potenziale commerciale del brano, che viene accompagnato da un leggendario video diretto dal giovane regista catalano Alberto Sciamma, che alterna immagini della band che suona e un violento scontro fisico fra un uomo e una donna.
Lo stesso testo, se nella prima strofa sembra trattare le dinamiche di potere riguardanti un personaggio pubblico (“Ti puoi vendere, qualsiasi offerta va bene, se vuoi potere, ed è facile aprire la bocca tanto per commentare, e se pensi di fare marcia indietro hai già molte orme da cancellare”), nella seconda sembra spostare l’attenzione sulla storia di una coppia in difficoltà (“Perdi la fede, qualsiasi speranza è vana e non sai cosa credere, ma dimenticami, che nessuno ti ha chiamato e sei qui un’altra volta”).
Il brano fa da stampo per tutto l’album, che vanta un suono molto coeso, dovuto alla scelta di Manzanera di registrare tutti gli strumenti in contemporanea dal vivo, per dare al tutto una maggiore forza d’impatto rispetto al debutto. È ovviamente presente qualche sovraincisione, soprattutto a livello di effetti per chitarra elettrica, che Valdivia impiega a trecentosessanta gradi: distorsori, delayechochorusphaser e chi più ne ha più ne metta. Le saltuarie chitarre acustiche sono invece suonate in diretta da Bunbury, le si può udire in particolare durante gli imponenti andamenti midtempo di “Oración” e “Con nombre de guerra”.
Se grosso dell’album viaggia a passo spedito (“Maldito duende”), se non frenetico (“La carta”, “Hechizo”, “Decadencia”), il ritmo definisce la potenza dei brani ma non la loro atmosfera, che è maggiormente legata alle timbriche: quando la chitarra si ammorbidisce filtra la sensibilità jangle pop, mentre i toni più acuminati riportano verso il gothic rock, senza tuttavia mai smettere di tenere il piede in più staffe (è anche questa impossibilità di incasellarne la formula a rendere la band tanto peculiare).
Tuttavia, nonostante si muova partendo da generi nati negli anni Ottanta, l’impressione è che l’album rappresenti perfettamente il momento di passaggio da un decennio all’altro. Il timbro asciutto della batteria guarda infatti già agli anni Novanta e più in generale non è scorretto indicare in questa dozzina di canzoni uno dei momenti di nascita del rock alternativo spagnolo (è indicativo che, più o meno in contemporanea, gli argentini Soda Stereo facessero deflagrare il genere in America Latina).

Senderos de traición esce nel novembre del 1990 e da lì inizia la sua scalata alla classifica, che lo porta al numero 1 nel febbraio dell’anno successivo. Rimane fra i primi cinquanta per 28 settimane ed entro il 1992 ha smerciato 400mila copie in patria. Sulla lunga distanza il suo impatto si rivela però internazionale: i quattro infatti decidono di andare in tour in Belgio e Svizzera. Una decisione che inizialmente li vede scontrarsi con i discografici: mentre potrebbero continuare a riempire le grandi arene in Spagna, decidono di andare a suonare in piccoli locali dell’Europa centrale, dove sono benemeriti sconosciuti. Eppure funziona: partendo da bar in cui riescono a trovare a malapena posto per la batteria, cominciano a espandere il proprio culto dal vivo (i quattro ricordano oggi quei momenti come i più eccitanti e felici vissuti durante la carriera).
Decidono a quel punto di fare un tentativo in Germania, dove vengono invitati da Johnny Hauesler, leader della rock band tedesca Plan B, a un festival contro il razzismo: “Ich Bin Ein Auslander” (“Non sono uno straniero”). Il concerto si tiene il 26 ottobre 1991 e ottiene copertura televisiva. Da quel momento i discografici tedeschi iniziano a pensare seriamente all’eventualità di distribuire la band a livello locale e ciò si traduce in un effetto a valanga sui mercati europei circostanti.
Nel luglio del 1992 Senderos de traición entra così nella classifica tedesca: arriva al numero 17, rimane per 42 settimane fra i primi cinquanta e finisce col superare il mezzo milione di copie vendute. Le numerose date dal vivo che si susseguono vedono migliaia di ragazzi tedeschi cantare all’unisono complessi testi in spagnolo, in un clima surreale. In Svizzera l’album è disco di platino, con 50mila copie, ma anche l’Italia se ne accorge, spingendolo fino al numero 23, per 11 settimane fra i primi cinquanta. Non è un risultato paragonabile a quello tedesco, ma sono altre 100mila copie.
Il successo nel resto del mondo ispanofono è già più prevedibile, anche se la band impiega molto prima di andare a suonare in Messico, dove si presenta solo nell’ottobre del 1992. Non ci sono dati sicuri sulle vendite locali, ma data la portata della band e il volume del mercato messicano dell’epoca, si parla sicuramente di una cifra superiore alle 100mila copie, che vanno almeno raddoppiate contando il resto dell’America latina.
L’album risulta importante anche per aver imposto Manzanera come produttore vincente: a partire da quel momento avrebbe diretto i dischi di alcuni fra i più importanti artisti iberoamericani, quali Gabinete Caligari, Antonio Vega, Paralamas do Sucesso, Fito Páez e Aterciopelados.

bunbury_4Dopo il successo di Senderos de traicion, l’attenzione, anche internazionale, intorno alla band è enorme. I numeri fatti registrare dal secondo disco parlano chiaro: la band è ormai un peso massimo del rock europeo. Poche formazioni o artisti spagnoli possono rivaleggiare con la formazione di Saragozza. In termini di appeal discografico, di fandom, ma anche di accoglienza da parte della critica (che all’infuori della Spagna si mostra molto più entusiasta che in patria).
In un contesto così ridente, fare un passo falso che vada a peggiorare il proprio status è un’ipotesi molto plausibile. Laddove altre band ci sarebbero andate con i piedi di piombo, puntando su un nuovo disco non dissimile da una formula tanto fruttuosa, gli Héroes del silencio reagiscono rinnovando le ambizioni e puntano su un disco decisamente diverso dal precedente.

Registrato nel 1993 negli studi di Chertsey (Surrey), ancora sotto la supervisione di Manzanera, El espirítu del vino è dunque lungo oltre settanta minuti, presenta le liriche più criptiche mai scritte da Bunbury e preferisce l’hard rock al post-punk. Non soltanto ha un sound molto più roccioso di Senderos de traicion, ma presenta brani più lunghi, assoli di chitarra fluviali e momenti votati alla psichedelia. Al contrario di quanto accade nei primi dischi, le influenze dei brani sono più radicate nel rock degli anni Sessanta e Settanta.
Data la grande quantità di parti di chitarra, Valdivia necessitò supporto sia in sede di registrazione, sia dal vivo. Manzanera in persona suonò le parti ritmiche per il disco; mentre in seguito Alan Boguslavsky, il chitarrista messicano che prese parte alla costola sudamericana della tournée successiva all’uscita, entrò ufficialmente a fare parte del gruppo.
Mentre le copertine dei primi due album della band sfoggiavano il quartetto ben in vista, El espirítu del vino differisce anche in questo, presentando invece la Calle Alfonso di Saragozza distorta attraverso il vetro di un’ampolla e immersa in un rosso mare di simbologie orientali.
Il titolo del disco cita in primo luogo un poema di Baudelaire, ma al contempo sottintende di essere stato scelto in un momento in cui la band al completo era in stato di ebbrezza. Il periodo precedente alla pubblicazione del disco, così come quello posteriore, furono infatti caratterizzati da eccessi di vario tipo, dall’alcol a svariate sostanze stupefacenti, arrivando a minare spesso l’integrità della formazione. Un ulteriore cambiamento avvenuto intorno all’uscita di El espirítu del vino riguarda l’estetica di Bunbury e del resto della formazione, che si allontana dallo stereotipo della rockstar per farsi più raffinata, vicina a un’eleganza di stampo dandistico.
Il perentorio inizio del disco è affidato a “Nuestros nombres”, un vero e proprio turbine chitarristico nel quale riff e assoli si accavallano senza soluzione di continuità. In questo inferno in terra, Bunbury fa svettare la sua voce con una performance vocale mascolina, ricca di profondità e grida di battaglia.
Non sono da meno altri episodi. Come “Los placeres de la pobreza”, nel quale Andreu picchia sul rullante come non aveva mai fatto prima, innescando così un brano che suona come un attacco di pellerossa a cavallo. O la fulminante “El camino del exceso”, marcata da un riff sincopato e dal cantato enfatico e incalzante. Un altro bagno di fuoco hard rock è certamente “Sangre hirviendo”; mentre “Culpable”, pur rocciosa e innervata da un riffing possente, è più fluida, melodica e romantica.
Le sorprese più affascinanti, esotiche e psichedeliche arrivano però nei brani più lenti. Nei quasi sette minuti de “La herida” assistiamo al suggestivo sposalizio tra uno strumming latino di chitarra acustica e il calore dell’armonica, che si produce poi in un vibrante assolo all’unisono con la chitarra elettrica. “Flor de loto” mette invece in musica tutte le suggestioni orientali che gironzolavano per la mente di Bunbury durante la stesura dei testi.
Arrivano ottime conferme anche dai brani più legati al recente passato, come la melodica e plumbea “Tesoro” e l’altrettanto ombrosa ma più robusta “La apariencia no es sincera”. Si chiude all’insegna della versatilità con una “La alacena” rigonfia di partiture orchestrali, che sembra pensata per il teatro piuttosto che per le arene rock.

A conti fatti suggestivo quanto il suo predecessore, anche se forse un po’ dispersivo a causa della lunghissima tracklist, l'album uscì il 3 giugno 1993, registrando ottimi risultati un po’ ovunque: numero 1 in patria, numero 5 in Svizzera, numero 9 in Germania, numero 19 in Italia, disco d'oro in Messico.
Intitolato come il brano “El camino del exceso”, il tour che seguì il disco vide la band impegnata in 134 date tra Europa, Stati Uniti e Sud America. Lo stress e gli eccessi che scossero numerose volte la tournée misero a rischio l’esistenza della band, sfibrata da stanchezza e ricorrenti incomprensioni, in particolar modo tra Bunbury e Valdivia.

bunbury_3Con ancora un disco previsto dal contratto con Emi, sebbene le avvisaglie di una brusca separazione fossero evidenti, la band si trovò costretta a riflettere sulle sue condizioni e su come affrontare i suoi obblighi. Così i cinque si rintanarono sui Pirenei per ritrovare la calma e, per quanto possibile, la coesione che era andata smarrendosi. Fu proprio durante questo ritiro a Benasque che presero vita gran parte dei demo che avrebbero composto il quarto e ultimo disco, Avalancha.
Al contrario dei dischi precedenti, registrati tra Spagna e Inghilterra, dunque in Europa, questa volta la band usufruì delle apparecchiature degli studi Soundcastle di Los Angeles. Per ottenere un suono ancora più hard rock, diretto e poderoso di quello di El espirítu del vino, fu chiamato a dirigere la produzione Bob Ezrin – nome storico che aveva lavorato con Pink FloydAlice Cooper, Kiss, Lou ReedPeter Gabriel e tantissimi altri.
Sulla copertina del disco tornarono invece a campeggiare i volti dei quattro musicisti. Sebbene Bouguslavsky avesse partecipato anche alla fase compositiva dei nuovi brani e fosse considerato dagli altri un membro a tutti gli effetti, la Emi lo considerava poco più di un turnista e spinse per escluderlo dalla cover.

Già a un primo ascolto del disco del 1996, è evidente come le radici post-punk e le sfumature gothic rock della formazione, che ancora facevano capolino in El espirítu del vino, fossero andate estinte. A fare dell’ultimo disco degli Héroes il loro lavoro più “americano” arrivò anche l’influenza del coevo grunge, con i suoi rombanti arrembaggi chitarristici.
Anche dal punto di vista testuale una mutazione fu evidente. Un tempo più spirituale, criptico e introflesso, Bunbury cercò in Avalancha un maggiore coinvolgimento dell’ascoltatore, esortato a non tacere, a reagire alle iniquità della vita e della società. Tutte queste novità comportarono sicuramente una perdita di originalità della ricetta, ma l’approccio più diretto che in passato garantì il confezionamento di qualche ultimo inno.
Dopo un’introduzione di circa un minuto intitolata “Derivas”, l’accoppiata “Rueda, fortuna!” e “Deshacer el mundo” svela con i suoi rutilanti riff di chitarra e la sezione ritmica implacabile la nuova faccia della band. All’epica “Iberia submergida”, screziata ancora una volta da una tremante armonica a bocca, spetta il compito di avvolgere il disco nel mistero di oscure profezie, riportandolo per un attimo alla magia nera di un tempo e a sapori spagnoli.
La title track serba la valanga che promette attraverso un sound paragonabile a quello dei Soundgarden; si può dire lo stesso anche di “Parasiempre”, brano dalla struttura più semplice. “En brazos de la fiebre” rallenta nuovamente i giri e punta tutto sull’atmosfera, almeno fino al lungo e languido assolo finale di Valdivia.
L’altra ballad del disco “La chispa adecuada (Bendecida 3)” mescola invece i riff tipici dei lenti grunge a qualche sentore indico, per poi sfociare nel solito, irresistibile finale teatrale di Bunbury tra chitarre incandescenti e ritmica in levare. Dedicata abbastanza ovviamente ai derivati del fiore, “Opio” è un’altra occasione della band per fare sfoggio del suo interesse per gli esotismi del Sud-Est asiatico – siamo qui ancora in territorio hard rock/grunge, ma con gli angoli più smussati e  le parti di chitarra più fluide.
Quello a cavallo tra il 1993 e il 1994 fu un periodo molto duro per la band. Non solo Enrique perse il fratello Rafael, deceduto in seguito a un accoltellamento durante una rissa, ma l’intera band patì la scomparsa del road manager Martin, una figura che per loro funse spesso da collante. Tutto il dolore fluì nella traccia numero 11 di Avalancha, un brano tanto oscuro nel testo quanto vitale nel riffing e nella maniera in cui fa esplodere il contagioso ritornello. Si tratta però di un inno che la band, a causa del significato che porta con sé, non avrebbe mai eseguito live. Chiude il disco, che tocca così quasi l’ora di durata, una delle canzoni più belle e misteriche scritte dalla formazione iberica: “La espuma de venus”. Il brano potrebbe essere considerato quasi una summa degli stili toccati dalla band durante la carriera: Valdivia abbozza un arpeggio new wave, Boguslavsky spara lancinanti fendenti floydiani, la ritmica fornisce accenti e cambi di ritmo perfetti, Bunbury canta con moto oscillante un testo che mesce realtà e leggenda con i consueti toni epici (“La spuma di Venere, il frutto più raro che puoi ordinare. Il rabdomante in cerca d'acqua, la finzione è e sarà la mia unica realtà. Artista del peccato, ho imparato a memoria la geografia del tuo centro di zucchero e acciaio. Spuma di Venere, ho nuotato nudo nelle tue onde”).

Nonostante Avalancha non riuscì a ripetere la performance di vendite dei dischi precedenti (nel mondo ispanofono andò bene, con tanto di numero 1 e 200mila copie vendute in patria, ma nel resto d’Europa fece un netto passo indietro), la fama della band come letale macchina concertistica non accennava a stemperarsi e così gli Heroes si imbarcarono in un ennesimo tour dalle proporzioni gigantesche, ben 152 date tra Europa e Stati Uniti.
Questa volta però, le tensioni e un’atmosfera ormai guasta posero fine all’esistenza del gruppo, che dopo un concerto interrotto in malo modo a Los Angeles decise sospendere la propria attività. Lo iato fu annunciato poco prima della conclusione del tour in una conferenza stampa tenutasi a Lima.

juan_valdiviaDel resto, già durante il tour, Bunbury immaginava un destino da solista, o comunque differente dalla dimensione Héroes del silencio, per i nuovi brani che stava scrivendo. Soltanto un anno dopo, questi avrebbe inaugurato infatti una fortunata carriera in proprio che, ancora attiva, vanta ormai quattordici album in studio.
Juan Valdivia si dedicò invece a diversi progetti con i suoi fratelli, per poi pubblicare nel 2001 il suo unico disco solista, “Trigonometralla”. Sia Andreu, sia Boguslavsky presero parte a diverse altre band, mentre Cardiel si allontanò completamente dalle scene per dedicarsi a lunghi viaggi sui luoghi simbolici dei nativi d’America, per lui da sempre grande spunto di interesse.

Nel 1998 uscì, sempre per Emi, Rarezas, una raccolta autorizzata dalla band di versioni alternative, B-side e inediti.
A dieci anni dallo scioglimento, la band annunciò che sarebbe tornata insieme per un solo, ultimo tour, che ebbe iniziò nel settembre del 2007 per terminare poco più di un mese dopo. A detta di Bunbury, si trattava di un ringraziamento per tutti i fan oltre che di un’occasione per rivivere le tappe salienti del gruppo e mettere un finale dignitoso e commosso alla sua esperienza. Il tour vide la band attraversare alcune città americane (sia del Sud, sia del Nrd) e la Spagna, dove ogni data andò sold out in tempi record.

Michele Corrado (introduzione, “El mar no cesa”, “El espíritu del vino”, “Avalancha”), Federico Romagnoli (“Senderos de traición”, revisione generale)

Héroes del Silencio

Gotico aragonese

di Michele Corrado, Federico Romagnoli

Grazie a una muscolare miscela di rock alternativo, post-punk gotico e atmosfere epico-romantiche, disco dopo disco la formazione di Saragozza è diventata la rock band spagnola più famosa della storia. A guidarla il magnetico frontman Enrique Bunbury
 
Héroes del Silencio
Discografia
 El mar no cesa (EMI, 1988) 
Senderos de traición (EMI, 1990) 
El espíritu del vino (EMI, 1993) 
Avalancha (EMI, 1997) 

 

 
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