O-JANÀ - ANIMAL MOTHER (Folderol, 2023)
post-soul
Le due partenopee O-Janà (Alessandra Bossa e Ludovica Manzo) fanno a meno della collaborazione con Michele Rabbia per “Inland Images” (2018) per entrare appieno nel cosmo della personale creatività con “Animal Mother”. Laddove i ruoli prima erano definiti, ora entrambe passano alla voce ed entrambe scolpiscono i suoni. Tutto assume un carattere di dolcezza frastornante. Se “Plumage” sembra poco più di un remix cubista del vetusto “blue-eyed soul” (ma con superbe inserzioni pianistiche), in “Reasonable Body” le due mescono in velocità diverse e ardue tecniche: Debussy e Enya, declamazione spoken e canto melismatico, minimalismo e decorativismo, trip-hop e ambient. Le operazioni sul paesaggio sonoro (“Better Liver”, piccolo inno retto solo dai sibili multiformi dell’elettronica) sono seconde soltanto dalle operazioni sulle voci, specie in “Next Time”, un madrigalismo astratto svirgolante su una fuga barocca e un battito da discoteca, e in “Morka”, una disintegrazione canora da sala degli specchi infernale (ma anche trasformazioni timbriche di gender), condotta a ritmo di samba industriale, un’appendice raddolcita del “Las Vegas Tango” di Wyatt. Il lato spirituale del disco, spesso prevalente, inizia proprio dall’incipit - la breve invocazione sovrannaturale di “Push” - e serpeggia via via attraverso piccoli interludi, brusii celestiali e palpiti, perviene a un’implosione in “Rest” (musique concrete, soffi vocali, arcano requiem di archi elettronici), e approda al pezzo quasi impossibile, “Crystal Gallery”, trance a cappella e operistica di pure vibrazioni, il corrispettivo musicale del discorso di un beato dell’Empireo dantesco. Se questi sono solo bozzetti, e qua e là certamente portano un sentore d’incompletezza tirata via, vi potrebbero scaturire altrettante carriere dream-pop. Densi, complessi, profondi, e insieme leggerissimi, svolazzanti come ineffabili vagiti di luce rifratta, scriccioli preziosi spettacoli del quotidiano per animi sensibili. Album indefinibile sull’amore universale, senza concept - spesso senza lemmi - e, per questo, dai molteplici possibili messaggi. Straordinaria bravura al pianoforte di Bossa (sentire “Burning As A Fire”). Ospiti: il norvegese Kristian Isachsen ai live electronics (“live remix”), anche co-produttore assieme al duo, e il romano Marco “uBiK” Bonini alla chitarra (elettronicamente riprocessata). “Next Time” si basa su “This Is A Mistake” di M. Atwood (Michele Saran, 7,5/10)
SIMONE FARACI - MFØKU (Slowth, 2023)
sampledelia
Lo sperimentatore elettroacustico Simone Faraci aveva debuttato col breve “Echo Ex Machina” (2021), uno dei più interessanti progetti ispirati dalla pandemia, un collage decostruzionista di campioni vocali concertati, contrappuntati, deformati e amplificati dall’elettronica. Col successivo “Mføku” coglie l’occasione per imbastire una propria “orchestra”: un’improvvisazione di chitarra elettrica (Michele Cigna) precedentemente registrata e di nuovo manipolata a seconda delle necessità espressive, una voce (Valeria Girelli), una batteria (Donato Emma), più live electronics, sintetizzatori, campionatore e suoni trovati. Anche se la successione dei pezzi riveste la sua importanza, si possono isolare i tre eponimi “Mføku” sulla base dell’uso del ritmo. “I” è uno dei più rocamboleschi: un duetto deforme tra una post-chitarra Adrian Belew e batteria isterica, un claudicante sax free-jazz campionato e rinsecchito a segnale radiotelefonico, musique concrete di cicale, spezzoni hard-rock e acid-funk. “II” è forse il pezzo meno dipendente dal campionatore, una lotta tra una batteria imbizzarrita, un groove elettronico e un reticolo di arpe luminescenti. “III” è il più rarefatto, spezzato da campionamenti casuali di stilettate metal. Nel mezzo, “Marusi” campiona e ricalca in senso ambient tribale un poema d’avanguardia per scoppi sinfonici di cluster d’archi dissonanti, “Tokū” è un beat hip-hop avariato, dominato da collage di spezzoni parlati memore di “Echo Ex Machina” ma che converge poi in un cantico angelico, e “Nivuru” è un asfittico poliritmo post-industriale coronato da una malandata polifonia Ayler-iana decomposta a ronzio di alveare. Tutto confluisce nell’inno aurorale di “Kjinu”, enfatico nelle sue radiose distorsioni, ma infine anche questo sottoposto a un brutale taglia-e-cuci (passi, echi di frastuoni, interferenze). Album-concetto sull’incedere insano del krónos, la rinfusa degli eventi, il caos mnemonico: centro quasi perfetto, a parte qualche arbitrario vezzo avanguardista di troppo. Senza trama, senza posa, senza significato, e tutto con classe. Il discorso che chiude “Tokū” si rifà larvatamente al “Castello” di Kafka. L’attività di Faraci - anche docente a Bologna - porta in luce il collettivo aperto Minus, improntato allo studio della nuova improvvisazione elettroacustica e mosso dallo spirito di relazione tra membri (finora otto contando Faraci stesso), con due dischi all’attivo (Michele Saran, 7/10)
NOVA SUI PRATI NOTTURNI - QUANTE STELLE (Lizard, 2023)
post-rock
I Nova Sui Prati Notturni aggiungono un distinto tassello discografico alla loro lunga storia con “Quante stelle”, e in particolare con “Lucet”, 7 minuti d’imponenti sospensioni raga, stridori, solenni rintocchi metronomici e infine soffice melodismo new age, con gli 11 minuti di “Last Ride”, affresco ambient di lontananze spirituali-astratte, e la finale prolungata tensione marciante folk-jazzata di “Zeit” (8 minuti). Al di sotto di questo trittico stanno due motivi spaziali dream-gaze alla Slowdive a passo di grancasse marziali (“Matkaa”) e di carica tribale (“Fuera”). Quando la compagine vicentina fa ciò per cui è specializzata - la sonorizzazione di materiale audiovisivo sperimentale - ritrova puntualmente il fuoco sacro dell’ispirazione di stilisti del post-rock italico. Concepita come colonna sonora dell’omonimo mediometraggio a cura del conterraneo Pietro Scarso (codice Qr sul retro del Cd per vederlo), non propone linguaggi nuovi ma vanta un inedito respiro di sinfonia Tangerine Dream-iana, merito anche degli apporti di Nicola Frigo e Alberto Di Carlo. Registrato in presa diretta. Co-prodotto con Moving Records (Michele Saran, 6,5/10)
KUBLAI - SOGNO VERO (Artist First, 2023)
songwriter
A tre anni dall’omonimo esordio, Kublai pubblica quattro inediti (composti insieme a Mamo, ex batterista degli amici Io?Drama) raccolti in un Ep che conferma la linea di cantautorato elettronico intrapresa finora, giusto qua e là sporcata da qualche chitarra elettrica. In realtà il trentacinquenne songwriter milanese aveva pubblicato in precedenza, nel 2015, anche un lavoro a nome Teo Manzo, “Le piromani”, grazie al quale portò a casa numerosi riconoscimenti, fra i quali il Premio Fabrizio De André per la Poesia. Proprio per omaggiare il grande cantautore ligure, in occasione del ventennale dalla scomparsa, nel 2019 Kublai/Teo Manzo aveva allestito lo spettacolo De André 2.0, producendo in parallelo anche un Ep. Oggi “Sogno Vero” ci consegna un autore che guarda con decisione alla lezione di Battiato (“Una notte più lunga”) miscelandovi alcune dosi di fine baustellismo (“Un fine più grande”), oppure puntando con convinzione verso territori densi di cupezza (“L’armadio”), ma sempre ponendo una decisiva attenzione sia agli aspetti melodici che alla costruzione di ritornelli a loro modo radiofonici. Restando ancorato alla dimensione del sogno (in particolar modo nella conclusiva “Attico”), attraverso testi dal forte contenuto onirico (come ben sintetizzato dal titolo), Kublai imprime alle quattro tracce di “Sogno vero” la connotazione del concept. Produce Vito Gatto (Claudio Lancia, 6,5/10)
IDDA - KUNTA EP (Platinum Label, 2023)
songwriter
Nel medesimo anno dell’exploit di Daniela Pes un’altra artista donna mette in comunicazione diretta elettronica contemporanea e folk insulare, Idda (Valeria Romeo, Catania). Le parti in gioco del suo primo Ep “Kunta” sono il clima siculo più fondo e l’r&b-reggaeton più scoperto, a cominciare dal singolo “Bilenu” (2023) che in fin dei conti si situa nell’ormai nota impostazione di Rosalia ma che pure vanta qualche originale accensione d'isteria veemente. L’eponima “Kunta” fa leva su movenze di danza scalmanata, ma la dimostrazione finora più completa del suo programma sta nella mitragliante, dissociata e fantasmagorica “Moru”. “Aretusa” e “Cola” invece spostano con competenza il baricentro a tradizione folk e ritornelli lirici. Tutto in proprio: scrive, canta e si produce. Buono spettro stilistico in poco più di 13 minuti, grazie anche alla sua voce portentosamente malleabile e alla sua voglia matta di modellare obliquamente i suoni. Un non indifferente prosieguo di personalità artistica dopo le prime canzoni ancora un filo stentate, “Drift” (2022), “What If” (2022) e la trap creativa di “Mafiosa” (2022), rafforzato da un virginale girl-power (Michele Saran, 6/10)
FORMALIST - WE INHERIT A WORLD AT THE SEAMS (Brucia, 2023)
alt-metal
Il supergruppo dei Formalist si compone della voce dei Forgotten Tomb, Ferdinando Marchisio, della chitarra dei Viscera///, Michele Basso, e della sezione ritmica dei Malasangre, Nicola Casella e Riccardo Rossi, e debutta con i tre monoliti doom di “No One Will Shine Anymore” (2018). Cinque anni dopo, sostituito Casella con Marcello Groppi dei Great Saunites, il combo ripete il formato per “We Inherit A World At The Seams”. Dei nuovi tre colossi, essenziali sono i 15 minuti di “Warfare” nel racchiudere i recenti progressi artistici. Tre le parti: la prima di growl satanico d’assalto draculesco e chitarroni imponenti in glissandi apocalittici; la seconda quieta e avanguardista, un torrente gorgogliante di rumore bianco unito alle prostrazioni delle chitarre; agonizzante la terza, una fitta tragica disintegrata in un silenzio di nebulosa. Le altre due si affidano più che altro alla componente granitica, con una “Monuments” (14 minuti) che annovera una intro parlata e una chiusa di sanguigno post-rock, e una “Selfish” (16 minuti) con una intro di vento cosmico, un distorto arpeggio Neil Young-iano e una breve parentesi nel prefinale di solo basso per saggiare il talento del nuovo arrivo. L’album viaggia epico, roccioso e drammatico a livelli quasi sempre più che discreti e slarga già più spazio - rispetto al debutto - alla contaminazione elettronica (pugno del batterista Rossi), ma si porta appresso anche un’autoindulgenza che lo fa suonare uguale a sé stesso fino a fiaccarlo. D'altronde i testi urgenti (la decadenza occidentale) impongono la loro parte. Bel monito in copertina: Mishima simula ciò che farà davvero, l’harakiri (Michele Saran, 6/10)
ANGELAE - SASSOLINI (Alka, 2023)
songwriter
Angela “Angelae” Zanonato, padovana, perviene al secondo “Sassolini” improntandolo al paradigma di fiabe e miti per bambini, come provano da subito una “Once Upon A Time” accompagnata dal liuto e una “Casetta in Canadà” riletta con arrangiamenti da incubo industrial. Nelle canzoni di suo pugno più che altro però spicca la ricerca - e a mano nemmeno troppo leggera - del refrain pop più contagioso. Con le loro armature dub-pop alla Ace Of Base, “Sassolini” e la meno riuscita “Andersen” diventano anomale, esistenzialistiche hit da spiaggia. Con il loro ben portato respiro r&b, “Punto G” e “Ninna nanna” si ampliano in refrain ariosi. Personale raggiungimento è poi “Lupi”, sorta di tarantella remixata nascosta dietro cristalli di distorsione elettronica e sconfinante in un’improvvisazione di piano elettrico, mentre “Superman” si dona a una meditazione raminga melodrammatica. Un po’ spersonalizzata nei modi rispetto al jazz-funk del debutto omonimo (2020), cui ancora rimanda un’acclusa versione dal vivo di “Passi piccolissimi”, più elettronica, sempre vibrante e appassionata specie nella voce che canta di smarrimenti, dialoghi, nenie, di un’agrodolce condizione femminile. Con uno stile sintetico e un sound dettagliato (il fido Andrea Barin, anche alla tromba, più Michele Guberti in produzione), potrebbe essere il suo ultimo parto autentico prima del ripiegamento commerciale. Troppo lungo, si sgonfia nell’ultima parte (Michele Saran, 6/10)
MUNDIAL - CULACCHI (Discographia Clandestina, 2023)
folk
Il genietto salentino Carmine Tundo, titolare dei due “Nocturnae Larvae” (2018), distacca con i recenti collaboratori dei suoi La Municipal - Roberto Mangialardo e Alberto Manco - un progetto di rivisitazione elettronica di canti e balli della terra natia, Mundial. In “Culacchi” mostrano una certa crescita, non soltanto nei virtuosismi strumentali ma anche come arrangiatori e compositori. Il feeling è quello dell’operetta rurale dialettale, aumentata con elementi insieme consonanti e alieni. In “La muscia nchiata” e “Lu porcu cu tre piedi” si adoperano in epiche soundscape di arpeggi velocissimi e cori solenni. “La cummare Furmiculicchia” adotta figurazioni ancor più intricate e audaci di zufoli, corde, percussioni e nuovi cori. Il trittico iniziale, sorta di preludio, e “Camina ciucciu”, convogliano la narrazione al techno dei rave: forse troppo pesante la mano, ma il procedimento vanta almeno un accostamento di taranta e techno efficacemente brutale, “Bambinieddhu miu”. “Ossiceddhe” chiude alla perfezione invadendo un territorio di heavy-metal elettronico con coro femminile. Seguito del primo tentativo, “Scercule” (2021), come pure del progetto Diego Tempesta Rivera, “Gran Tempesta” (2020), e coevo al solista di Tundo, “La valle dell’asso” (2023). Ancora nuovi spezzoni narranti di Giuseppe Tundo, ma stavolta ci sono anche interventi della sorella Isabella e della seconda voce narrante di Lucia Greco. Non va proprio questo, la gestione del parlato poco oculata, ossessivamente ciclica, nel complesso appesantente, anche se la massima delusione viene dalla durata - 20 minuti in tot -, praticamente nulla per un programma così autenticamente postmoderno (Michele Saran, 6/10)
LINBO - CALESOLE (autoprod., 2023)
techno
Formati durante la pandemia da due personalità dell’underground pescarese poi trasferiti in quel di Milano (Filippo Rabottini e Elia Notarandea), Linbo debutta su lunga distanza con “Calesole”. Giustifica in parte il disco la sequenza finale data da “Quasi vita” e “Calesole”, cantico austero alla Csi aggiornato alla generazione della trap che muta in trip-hop enfatico con lamentazioni distorte, quindi in un battito elettrotribale ricolmo di voci in trance che piacerebbe a Incani, per chiudersi con un carosello pianistico per voci elettroniche e pioggia di asteroidi. Quanto la precede suona come un quaderno di prove ed errori. La parte soul suona anemica (“Disperdimi”) o ambiguamente tracciata tra ballata lounge e meditazione new age (“Sincero”). La parte dancefloor dà un beat propulsivo che cerca di remixare la psichedelia come “Pneuma”, buono ma fin troppo scorciato, una progressione di monologhi come “Giora”, con un qualche grado di elettricità e percussività ma poche vere idee, e una “Oltre” che crea caos ricorrendo al phasing di Steve Reich su una base piuttosto dozzinale. Improntato sull’intervallo di tempo e luce tra crepuscolo e alba (“calesole”: “punto di tramonto” in abruzzese), è un resoconto di premorte e rinascita basato sull’incidente stradale che ha quasi distrutto la strumentazione con cui avevano realizzato il primo Ep “Linbo Linbo Linbo” (2021): se si tiene a mente il concept rivela a macchia un qualche scavo di pathos, altrimenti va nel sottofondo. Dal vivo spettacoli immersivi. Rabottini e Notarandea co-producono anche l’Ep d’esordio della senese Corinna, “Ancestrale” (2023) (Michele Saran, 5/10)
DOORMEN - THE TRUTH IN A DARK AGE (MiaCameretta, 2023)
alt-rock
I ravennati Doormen di Vincenzo Baruzzi e Luca Malatesta giungono al quinto “The Truth In A Dark Age” col nuovo apporto alla batteria di Serena Castellucci delle SmallTown Tigers e Le Figurine. Gli highlight: “Night Shift”, una discreta imitazione dei Psychedelic Furs più atmosferici, e “A Freak”, ruspante serenata psichedelica. Tra le repliche di “Night Shift” spicca la più fatua, “September”, per via della sua coda epica. Solita pappina di revival post-punk-dark-wave, soliti problemi: la vocalità sforzata al canto che dà un classico sovrappiù di enfasi, e la produzione appiattente e barocca che deprezza a poco più di una drum-machine proprio l’apporto della nuova entrata (Michele Saran, 4/10)