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Il genere che non conoscevi: Fabloo

di Marco Sgrignoli

Lo ammetto: quando ho iniziato a concepire questa playlist, anche io non ero al corrente di questa espressione. Avevo solo notato una serie di convergenze stilistiche fra formazioni eterogenee, un caleidoscopico fronte progressive/power-pop che attraversa nomi più noti e meno noti dell’universo indipendente contemporaneo. Il soft-rock guizzante di Bryan Scary mi sembrava saldarsi al circo trita-generi dei Tally Hall, alle twee rock opera dei Fishboy e al funambolismo piano-rock dei Jukebox The Ghost, definendo un territorio fertile per valori musicali così riassumibili: ambiziosità strumentale e compositiva, scelte armoniche sorprendenti, grande attenzione alla melodia e all’immediatezza, gusto per il rocambolesco e per la narrazione, e last but not least nerdaggine a fiumi.
È stato successivamente, mettendomi in moto per individuare altri artisti e scegliere chi includere e chi no fra i molti “candidati” venutimi in mente, che mi sono imbattuto nel bizzarro neologismo che dà il titolo a questa selezione. E mi sono reso conto che la mia creatura aveva già un nome, un’entusiastica fanbase e, in alcuni casi, una quantità di ascolti e visualizzazioni in streaming tale da fare impallidire i più blasonati idoli alternative del momento.

“Fabloo” è la risposta che, attorno al 2006, i texani Tally Hall iniziarono a dare a chi domandava loro a che genere appartenesse la loro musica. L’idea loro - pare - era di scegliere un termine senza senso in modo tale che la si piantasse di volerli inscatolare in questo o quell’altro filone. L’effetto è stato, in qualche modo, l’opposto: l’espressione è diventata essa stessa, per i fan, il nome del campo musicale che ha nei Tally Hall il loro elemento protototipico (per quanto imprendibile).
Incominciando da collaboratori della band, compagni di tour e dai numerosi progetti paralleli avviati dai membri, gli appassionati del gruppo radunati su reddit hanno preso a ricondurre sempre più progetti nel nuovo filone, definendo man mano un orizzonte estetico tanto delineato quanto variopinto. Bryan Scary e Jukebox The Ghost sono fra i nomi chiave, ma a questi vanno aggiunti gli idoli virali Lemon Demon e Will Wood, i primissimi Fun. (prima della metamorfosi stomp rock), oltre che decine di altri progetti dai riscontri di streaming meno corposi, ma comunque seguitissimi dagli amanti.
I tratti distintivi sono, in buona parte, quelli dichiarati nell’apertura. Un’orecchiabilità obliqua e irresistibile, che avvicina la musica tanto alla stramberia dello Zolo quanto allo sfarzo pomp/soft/flash-rock settantiano che faceva da fil rouge alla prima playlist di questa rubrica. Il richiamo ad alcuni degli ambiti più armonicamente ricchi del pop: i Beatles e il sunshine pop in primissimo luogo, ma in modo almeno altrettanto importante anche il musical stile Broadway. La centralità, per molte formazioni, del pianoforte e delle tastiere. Un elemento, pressoché onnipresente, divertente e postmoderno, che abbatte le barriere fra le proposte più marcatamente revivalistiche e quelle al contrario più futuriste.

La playlist vuole essere una panoramica del filone, ma al tempo stesso anche un modo di guardare oltre. Si apre sui nomi chiave, ma procede includendo anche precorritori e ispiratori (palesi le influenze dei beatlesianissimi Jellyfish e dell’indie/piano-rock di Ben Folds) e incorpora alcune band che non ho mai trovato citate in relazione al “genere”, ma a cui la caratterizzazione pare calzare a pennello. Dowling Poole, Jackdaw4, Ginger Wildheart formano una rete di nomi interconnessi che legano Bryan Scary ai Cardiacs, fornendo ulteriori possibili sguardi alla filogenesi di questo sound.
Altre due scelte nette distanziano la compilation da una semplice riproposizione dei “listoni” reperbili altrove in rete: sono state escluse le formazioni dai rimandi strettamente indie (Mother Mother, Autoheart, Saint Motel, I Don't Know How But They Found Me…) orientate in genere a un suono più chitarristico o più sintetico, ma meno teatrale e retrò; per contro, è stato lasciato uno spazio conclusivo a progetti di area post-emo che, forse solo per evoluzione convergente, presentano una sintonia col mood della selezione (interesseranno, forse, a chi ha apprezzato l'intervista al curatore di Altprogcore). Molte altre opzioni avrebbero potuto essere valutate (i Lemon Twigs? Rosalie Cunningham?) ma i posti erano venticinque ed è andata così.