Approfondimenti

Lorenzo Barbagli

Altprogcore

di Marco Sgrignoli

Musicologo di formazione e blogger per vocazione, Lorenzo Barbagli è un riferimento prezioso per chi in Italia ama pattugliare le nuove frontiere del rock progressivo. A patto di saper mettere in discussione le proprie convinzioni sul filone, il suo più che decennale blog Altprogcore è una miniera che non smette di stupire e svelare nuove vene: progressive pop, djent, post-rock ipercineticofusion decostruttivista - sono innumerevoli le creature ibride che si possono incontrare sulle sue pagine sempre aggiornate, correndo non di rado anche il rischio di smarrirsi.
Il terreno su cui Barbagli è massima autorità, tuttavia, è l'
alternative prog, sbocciato all'inizio del nuovo millennio grazie alle mosse centrifughe di At The Drive-In/Mars Volta e altre band di derivazione post-hardcore, emocore, math-rock. Proliferato negli anni seguenti ibridandosi ora al metalcore, ora a turbinii shoegaze, ora all'immediatezza del pop-rock, ha dato vita soprattutto negli Stati Uniti a scene ricche di formazioni creative e apprezzate, eppure di rado capaci di raccogliere fan in Europa - e ancora meno di frequente riconosciute come volti molteplici di un medesimo fenomeno, una nuova esplosione prog scaturita da orizzonti completamente diversi dalla continuità che con alterne vicende si riallaccia ai primi anni Settanta.
Nel 2015, Barbagli ha raccolto le sue panoramiche in quello che è probabilmente è l'unico
magnum opus dedicato al settore, un testo autoprodotto e distribuito sulla piattaforma Lulu.com, doverosamente intitolato "Altprogcore" (sottotitolo: "Dal post hardcore al post prog"). Revisionato e ampliato nel 2018, da qualche settimana è disponibile anche in formato ebook. Cogliendo l'occasione di questa riedizione, incontriamo l'autore attraverso un'intervista mail, introduttiva rispetto ai temi approfonditi nelle oltre trecento ricchissime pagine del libro. Accompagna l'articolo un'opportuna playlist tematica, che vuole essere di spunto per l'esplorazione del genere e la lettura del saggio, fortemente consigliata.

webp.netresizeimage__20220430t222931.421AutoreLorenzo Barbagli
Titolo
Altprogcore - Dal post hardcore al post prog
Editore
Lulu.com
Pagine:
384
Prezzo
7.70 € (ebook)

La scena neo progressive dell'ultimo paio di decenni è ricca di nomi con un certo seguito: Steven Wilson, Wobbler, Pineapple Thief, Big Big Train, Riverside, a un livello più di culto gli italiani Yugen... Eppure, hai scritto un libro per illustrare come questi rappresentino solo una parte della galassia progressive contemporanea - e non per forza la più "progressiva". Addirittura, nell'introduzione scrivi: "La formula è diventata col tempo talmente abusata che ormai sai già cosa aspettarti da un gruppo prog appena nato [...]. Ecco perché l'unico sussulto al genere è stato necessariamente dato da musicisti il cui retaggio risiede nel punk-rock e nell'hardcore". Ma come? In ambito punk/hardcore, "progressive" non era una parolaccia?
La frase che citi può apparire un po’ brutale, poiché sembra tenda a generalizzare, ma se posta nel contesto di una prospettiva che ha come obiettivo aggiungere, sperimentare e innovare un genere fino a portarlo a nuovi stimoli, allora tutto ciò acquista un senso. Mi spiego: non voglio dire che tutti i gruppi neoprog sorti negli ultimi venti anni rimandino a uno sterile esercizio di stile (pure io apprezzo a fasi alterne Wobbler, Big Big Train e qualcosa di Steven Wilson), ma in questo lasso di tempo si è raggiunta una tale saturazione di band che utilizzano stilemi sonori caratteristici del “prog classico” nei quali faccio fatica a trovare nuovi stimoli. E qui si arriva subito al nocciolo della questione: l’eterno dibattito sul reale significato che vogliamo attribuire a “progressive rock”. È un’attitudine o un paradigma? Ovviamente per me è buona la prima, e in questo senso, per rispondere alla tua domanda, è tutta una questione di pregiudizi. Metterli da parte e avere una mente aperta è fondamentale; per questo credo che il prog hardcore abbia proliferato soprattutto sulle nuove generazioni. Ma c’è anche un altro fattore. Al centro del discorso sull’antagonismo prog vs. hardcore/punk e sulla loro fusione in un nuovo ibrido progressivo, vi è il luogo geografico dove tutto ciò si è sviluppato, e cioè gli Stati Uniti. Credo che la storica rivalità tra punk e prog sia un retaggio di stampo soprattutto europeo: noi tendiamo a essere più rigidi e settari da questo punto di vista e il “prog hardcore” ne è una prova, dato che in Europa non ha mai attecchito e quasi sicuramente neanche sarebbe potuto nascere. Come spiego nel libro, negli Stati Uniti il prog degli anni 70, oltre a essere approdato con un lieve ritardo, non ha avuto un impatto abbastanza rilevante da poter trasmettere quell’aspetto di reverenziale intoccabilità o, al contrario, da innescare un rigurgito nei propri confronti come quello del punk. Negli Stati Uniti c’è una visione molto più aperta e libera sotto questo aspetto e i gruppi non si fanno tanti problemi a utilizzare contrasti stilistici per non rimanere sempre immobili sulle stesse coordinate

webp.netresizeimage__20220430t234006.593Dacci dieci titoli per te fondamentali per orientarsi nella galassia di formazioni di questa (ormai non più tanto) nuova esplosione progressiva. Tre extra li metto io, in quanto senz'altro già familiari ai nostri lettori: "Relationship Of Command" degli At The Drive-In, "De-Loused In The Comatorium" dei Mars Volta, "Man Alive" degli Everything Everything.
A parte rimarcare in grassetto un titolo fondamentale come il da te citato "De-Loused In The Comatorium", i dieci che citerei sono (in ordine rigorosamente alfabetico):
Agent Fresco - A Long Time Listening (2010)
Coheed and Cambria - In Keeping Secrets Of Silent Earth: 3 (2003)
Damiera - M(US)ic (2007)
Dredg - El Cielo (2002)
Kaddisfly – Set Sail The Prairie (2007)
Oceansize - Frames (2007)
Thank You Scientist - Maps Of Non-Existent Places (2012)
The Dear Hunter - Act II: The Meaning Of, And All Things Regarding Ms. Leading (2007)
The Fall Of Troy - Phantom On The Horizon (2008)
The Felix Culpa - Sever Your Roots (2010)

Quali caratteristiche comuni ravvisi tra il progressive rock storico e la "nuova" musica progressiva figlia dell'alternative rock e del post-hardcore? E quali invece sono le principali differenze in termini di attitudine?
Le caratteristiche comuni sono quelle che, al di là di come si interpreti il significato di progressive rock, penso possano essere ritenute universali e basilari, come la complessità esecutiva e tecnica, lo sviluppo non ortodosso della struttura-canzone (il che, vorrei sottolineare, può essere realizzato in brani di lunga ma pure di breve durata) e uno spiccato senso per la commistione tra stili e generi. Come differenza c’è proprio da ravvisare un cambio di attitudine, in quanto questa “nuova” musica progressiva si rivolge al lato più viscerale e istintivo del rock, e in questo è più vicina al punk e all’hardcore, pur conservando un elevato livello tecnico. Però c’è da aggiungere che non va assimilata al calderone del prog metal, qui siamo proprio in un altro ambito. Un’altra differenza che deriva direttamente da tale aspetto è che questa musica non pone più le tastiere come strumento di primo piano come il prog “classico”, ma anzi molto spesso le abbandona o comunque ne fa un uso puramente decorativo. Diciamo che è la chitarra a rivestire il ruolo di protagonista.

I territori di cui tratti nel libro, al confine fra alternative e progressive rock, sulla carta avrebbero il potenziale per coinvolgere entrambi i pubblici. Eppure, sembra che se ne siano ritagliato uno nuovo, purtroppo meno corposo. Come mai?
Uno dei motivi può essere ricondotto in parte a ciò che ho accennato nella prima risposta, e cioè che il pubblico devoto al progressive rock è molto legato a una certa tipologia di suoni e paradossalmente non ama i cambiamenti. Basti pensare che i più intransigenti non riconoscono neanche il progressive metal come parte della scena. In questo c’è anche da mettere in conto chi magari è più accondiscendente, ma non è propenso ad accostarsi a sonorità così aggressive. Il fatto che il prog hardcore non abbia mai fatto proseliti in Europa è sintomatico di come il pubblico dalle nostre parti percepisca la novità in modo differente rispetto agli statunitensi, e in questo una fetta potenziale di pubblico svanisce. Per fare un esempio, già quindici anni fa nelle recensioni dei siti alternativi americani notavo come il termine “prog” fosse utilizzato in contesti che avrebbero scandalizzato un ascoltatore ortodosso. Per dire quanto sia differente il modo di percepire il concetto di “prog”. Al di là dell’Atlantico si può parlare di una vera e propria scena che è nata e proliferata tra i giovani alternativi nei primi anni del secolo, ma purtroppo non è riuscita ad espandersi oltre.

webp.netresizeimage__20220430t235159.656In termini di vendite e streaming, quali sono stati gli artisti che hanno raggiunto i riscontri più consistenti? Grazie a quali elementi, a tuo avviso?
I primi da citare credo siano i Biffy Clyro, che nel tempo sono diventati più accattivanti e meno cervellotici rispetto ai loro due classici “The Vertigo Of Bliss” e “Infinity Land”. Poi aggiungerei Mew, Everything Everything e Coheed & Cambria, che come cambiamento rispetto all’accessibilità hanno avuto una parabola simile ai Biffy, anche se loro si sono rivolti a un pubblico più incline all’hard-rock o heavy metal. Infine, citerei il caso dei Dance Gavin Dance, un gruppo che ha generato un sottogenere chiamato “swancore” e che ha uno zoccolo duro di fan davvero fedelissimo. Anche questo è un fenomeno del tutto americano, basti pensare che grazie a questa popolarità dal 2019 sono riusciti a organizzare e ad attirare abbastanza pubblico per avviare un festival annuale tutto loro (lo Swanfest) insieme ad altri gruppi compagni di label. In linea generale, direi quindi che gli elementi per riuscire a raggiungere più streaming (e quindi più pubblico) riguardano il fatto di non spingere troppo sul fattore della sperimentazione.

webp.netresizeimage__20220430t235525.769Più passaggi delle tue biografie sottolineano i legami tra le band "alternative prog" e specifici filoni del cinema e della letteratura. Romanzi di "letteratura ergodica" come "House Of Leaves" di Danielewski e film orientati al "mindfuck" come quelli di Aronofsky o "The Eternal Sunshine Of The Spotless Mind" di Gondry sembrano essere stati ispirazioni determinanti per la scena o le scene. Citeresti anche altri nomi? Quali possibili parallelismi stilistici corrispondono a questa fascinazione?
Ecco, quello delle liriche e degli argomenti trattati è un altro elemento in comune col prog rock, ovvero la ricerca della narrazione intellettuale o comunque, dato il contesto, che esula da testi di rabbia sociale o disagi giovanili, e in alcuni casi è tornato in uso il modello di concept-album. Più che altri titoli di film o libri potrei aggiungere differenti media che si sono associati a questi artisti. Ad esempio, sia Claudio Sanchez dei Coheed and Cambria che Casey Crescenzo dei The Dear Hunter sono stati gli autori di vere e proprie saghe in musica, la cui narrazione si è sviluppata su molteplici album e che poi sono state trasposte su graphic novel. I Dredg per “El Cielo” si sono ispirati al dipinto “Sogno causato dal volo di un’ape intorno a una melagrana un attimo prima del risveglio” di Salvador Dalí e alla paralisi del sonno, e in “The Pariah, The Parrot, The Delusion” a un saggio di Salman Rushdie. Tra i gruppi recenti citerei gli Adjy, il cui recente “The Idyll Opus (I-VI)” è un ispiratissimo concept (che avrà due parti) dal quale è stato tratto un libro che raccoglie i testi con relative note a margine, ricche di riferimenti mitologici, numerici e letterari. I parallelismi stilistici che emergono sono simili a quelli del prog rock, non tanto a livello estetico ma sul piano letterario: la grandiosità e la complessità della musica si rispecchiano nell’intento di raccontare qualcosa di profondo.

Il tuo blog Altprogcore è da ormai quattordici anni un punto di riferimento per i lettori italiani interessati alle scene che tratti. Il tuo è un punto di vista che appare deliberatamente "settoriale", attento però a scene che sono pochissimi a trattare con una simile cura. La scelta di concentrarti su una prospettiva di questo tipo è stata graduale o da subito chiara nelle tue intenzioni?
L’idea è stata chiara da subito, casomai è stata più ponderata la scelta di aprire un blog. Già prima di inaugurare Altprogcore mi stavo rendendo conto di questa deviazione che il genere stava prendendo e proponevo qualche nome nelle recensioni che scrivevo per la fanzine “Wonderous Stories”, ma erano solo le prime avvisaglie. C’è stato un periodo, credo all’incirca l’estate del 2007, in cui una gran quantità di ascolti mi fece prendere coscienza che ormai esisteva una scena ben delineata, tale da poterne parlare con cognizione. Dovevo solo trovare un mezzo di condivisione. All’epoca le recensioni, le novità e le notizie che apprendevo provenivano per lo più da siti americani e mi ero accorto che in Italia (ma anche in Europa) queste band erano nel migliore dei casi citate di sfuggita o addirittura completamente ignorate. Questa fu la spinta decisiva. Mi dissi: “Qualcuno deve parlarne”, anche nutrendo in me la speranza di allargare gli orizzonti dell’ascoltatore medio di prog, pensando di proporre qualcosa di assolutamente inedito. Ahimè, dopo quattordici anni, devo ammettere che non so se quest’ultimo proposito abbia sortito l’effetto sperato, però credo almeno di aver acquisito lettori al di fuori dell’ambiente prog.

Per il tuo libro, così come per altri da te scritti, hai scelto la strada dell'autoproduzione. Che vantaggi ti dà?
La scelta è stata quasi obbligata, direi. Infatti l’elusività del genere e dei nomi trattati, non proprio popolarissimi, è stata il fattore determinante per cui mi sono dovuto rivolgere all’autoproduzione. I vantaggi che dà tale metodologia è che, non firmando alcun contratto, hai tu il controllo di tutto, dai diritti d’autore ai guadagni, fino alle revisioni o integrazioni di materiale in qualsiasi momento tu voglia. In più, anche se alle spalle non hai una grande promozione, i libri arrivano ai principali canali di distribuzione online come Amazon, senza costi aggiuntivi: devi solo acquistare una copia di prova.

Il tuo curriculum include una formazione di stampo musicologico. Eppure, il tuo approccio alla scrittura musicale sembra legato in primo luogo alla critica musicale comunemente intesa. Quali strumenti in più credi derivino dai tuoi studi, e in cosa pensi si manifestino?
Se consulti manuali o saggi di musicologia, noti che sono arricchiti da esempi e stralci di teoria musicale. Penso che se avessi applicato questo approccio avrei rischiato di restringere ancora di più il bacino di lettori. A parte gli scherzi, ho sempre preferito il metodo di critico musicale “da popular music” piuttosto che quello accademico. Comunque, penso che lo studio mi abbia dato maggiore consapevolezza nell’applicare una critica oggettiva, ovvero a non farmi condizionare dal gusto personale e riconoscere il valore di un’opera all’interno di un contesto, anche se non rientra nei miei canoni estetici. Per fare l’esempio più banale che mi viene in mente, che si applica bene anche all’argomento, tra Yes e King Crimson ho sempre prediletto di gran lunga i primi, però è innegabile che il gruppo di Robert Fripp abbia tramandato gli elementi più stimolanti che riecheggiano nel genere di prog che ascolto oggi. Un altro elemento che mi ha trasmesso lo studio è porre attenzione alle varie sfumature stilistiche o contaminazioni che può assumere un genere. Gli artisti molto spesso sono insofferenti riguardo l’essere incasellati in un determinato genere o sottogenere. Al contrario, per me è importante e affascinante conoscere e saper ricondurre i vari risvolti che può assumere uno stile, anche facendo riferimento al contesto culturale o sociale in cui si è sviluppato. Inoltre rappresenta un valido e immediato mezzo per far capire subito al lettore l’ambito preso in esame.

Quali sono le strade future che immagini per il progressive nei prossimi anni, e in quali dischi o artisti pensi se ne possano intuire i germi?
Ammetto che da un po’ di tempo anche in questa tipologia di prog inizio a notare una certa stagnazione, quindi non è semplice immaginare un futuro per il progressive. La mia speranza è che prima o poi arrivi un’altra opera deflagrante che scombini le carte come “De-Loused In The Comatorium”. La cosa appare difficile, perché credo che in futuro i confini e i limiti tra generi saranno sempre più evanescenti ed è sempre più difficile stupirsi per qualcosa di nuovo. Nel mio libro spiego come il prog hardcore si sia sviluppato attraverso la fusione di tre principali generi: post-hardcore, math-rock ed emocore. Inizialmente la loro influenza ha portato a creare dei tratti stilistici ben definiti in questo nuovo sottogenere. Col passare del tempo tale peculiarità è andata sempre più amalgamandosi con altri stili, fino a comprendere un raggio di artisti molto ampio. Il livello di commistioni tra generi è arrivato a un tale punto di emancipazione che oggi puoi ascoltare un album emo e trovarci dentro evoluzioni strumentali degne del prog, oppure scoprire come il math-rock si confonda così bene con la fusion e avere dubbi su quale dei due sia l’influenza predominante. Un gruppo in cui individuo queste caratteristiche e che porterei da esempio per dare un futuro al genere sono i Monobody. I loro tre album in studio magari non saranno annoverati come capolavori, ma il loro metodo di far confluire math-rock, jazz, prog rock e Canterbury Sound in modo così naturale è talmente efficace che le barriere e i confini tra stilemi svaniscono. Penso che le loro intuizioni, se adeguatamente sviluppate, potrebbero fare la differenza.