Classifiche e Playlist

Tolkieniana

Il suono cangiante della Terra di mezzo

di Marco Sgrignoli

La faraonica (e divisiva) serie tv “Gli anelli del potere” ha riacceso in queste settimane l’attenzione del grande pubblico sul legendarium concepito da John Ronald Reuel Tolkien; attenzione peraltro mai del tutto sopita almeno da quando, nel 2001, il primo titolo della trilogia diretta da Peter Jackson ha iniziato a trasporre il mondo di Arda e la Terra di mezzo dalle pagine dei libri agli schermi cinematografici. È da molto più tempo, tuttavia, che l’universo tolkieniano esercita una riconoscibile influenza in ambito musicale. Oltre alle tante fascinazioni indirette legate all’immaginario fantasy, difficilmente enumerabili, in svariati ambiti della pop music ci sono stati, già dalla fine degli anni Sessanta, artisti che si sono rifatti esplicitamente a personaggi, luoghi ed eventi descritti nelle opere dello scrittore britannico. Questo articolo e la playlist che lo accompagna tenteranno di tracciarne una geografia.

 

r10981621329834397“Il Signore degli Anelli” esce nei paesi anglosassoni fra il 1954 e il 1955, diviso in tre volumi. Prima di allora, il filologo J.R.R. Tolkien aveva dato alle stampe un’altra opera di carattere narrativo, ambientata nello stesso mondo: “Lo Hobbit”, pubblicata nel 1937. Arriva nelle librerie soltanto dopo la morte dell’autore, invece, “Il Silmarillion”, completato col contributo del figlio Christopher Tolkien ed edito nel 1977. Nel frattempo, le opere dello scrittore sono state tradotte e commercializzate in un grande numero di paesi: già nel 1957 “Il Signore degli Anelli” è disponibile in olandese, e negli anni seguenti sono redatte versioni per i lettori svedesi e polacchi. La prima edizione italiana esce fra il 1967 e il 1970, quella tedesca fra il 1969 e il 1970, la francese fra il 1972 e il 1973, la giapponese fra il 1972 e 1975. Un ampio intervallo temporale, parallelo alla diffusione dell’influenza tolkieniana in campo musicale, che segue tappe cronologiche chiaramente legate alle date di pubblicazione delle edizioni nazionali della sua opera più nota: prima di tutto Gran Bretagna e Stati Uniti, poi la Svezia di Bo Hansson, e a seguire gli altri paesi europei.
La rete che connette musica pop e Terra di mezzo si dipana in modo trasversale ai generi, ma coinvolge alcuni filoni in maniera più sostanziale. Per non disperdere in mille rivoli un flusso già sufficientemente articolato, qui concentreremo l’attenzione su quattro settori: folk, new age, rock progressivo e metal. Si tratta di territori dotati di ampie sovrapposizioni, accomunati non solo da elementi musicali come la propensione alla dilatazione e la valorizzazione degli intrecci strumentali, ma anche da due premesse fondamentali: la ricerca dell’evocazione e l’escapismo. Quest’ultimo è inteso come una fuga dalla dimensione quotidiana verso orizzonti lontani, talvolta vaghi e misticheggianti, ma spesso dotati di una loro strutturazione complessa (vedi alla voce worldbuilding) e avvolti da una dimensione epico/leggendaria che ben si combina alla narrazione storica, fantascientifica o di matrice fantasy ­— come appunto quella che caratterizza “Il Signore degli Anelli” e le altre opere tolkieniane.

r485589514531505595767Il viaggio proposto dalla playlist parte da temi noti e nomi di una certa fama per i fan del cinematic universe tolkieniano. L’abbrivio è la splendida “This Wandering Day” che impreziosisce il quinto episodio della serie in onda su Amazon Prime: un efficace esercizio in stile celtico costruito attorno al celeberrimo passaggio “Not All Who Wander Are Lost” tratto dall’”Indovinello di Granpasso” su “La compagnia dell’Anello”.
Seguono, ancora su sonorità acustiche, due estratti da tribute album di gran pregio: il primo è invero una quadrilogia (“An Evening in Rivendell”/“A Night In Rivendell”/“At Dawn In Rivendell”/“Leaving Rivendell”) realizzata fra il 1997 e il 2003 dalla formazione cameristica danese Tolkien Ensemble; il progetto The Fellowship, anch’esso nato negli anni Novanta, si muove invece su coordinate di musicologia fantastica. Incorporando nel suo ampio organico strumenti antichi e performer del calibro di Jon Anderson, e avvalendosi della collaborazione di linguisti ed esperti tolkieniani, il collettivo guidato da Carvin Knowles tenta un esperimento analogo ai “Carmina Burana” di Orff: ricostruire il suono delle culture immaginate da Tolkien, sulla base delle sue descrizioni, dei molti testi di canzoni disseminati nelle sue opere e dei possibili sviluppi storici della musica e delle lingue di Arda. Un proposito che certamente sarebbe stato apprezzato dallo scrittore, che notoriamente ha dato forma alle sue narrazioni per disporre di un’“ambientazione” credibile per le lingue artificiali che da tempo andava immaginando per elfi, orchi, nani.
Prima ancora di partecipare alla colonna sonora di “La compagnia dell’Anello”, l’irlandese Enya, nume tutelare della new age celtica, aveva già esplorato la Terra di mezzo in un brano di “Shepherd Moons”, suo quarto album solista. Proprio il tema di Howard Shore per il primo film della trilogia anni Duemila è rievocato dal brano selezionato degli italiani Gian Castello, attivi dagli anni Ottanta in un terreno di confine fra neoprog, new age e musica celtica.

La transizione alla new age è accompagnata da un altro episodio intermedio, “Songs Of Quendi” di Sally Oldfield, tratta dallo splendido “Water Bearer” del 1978 e dedicata agli elfi (“quendi” significa proprio “elfi” in quenya, il “latino elfico” ideato da Tolkien). I brani a nome Palantír (nome d’arte del tedesco Christian Schimmöller), Gandalf (ovvero Heinz Strobl, austriaco), Joel Vandroogenbroeck, Arturo Stalteri, Shadowfax (nome inglese del destriero Ombromanto cavalcato dallo stregone Gandalf) e Marco Lo Muscio conducono gradatamente attraverso terreni progressive electronic, modern classical e fusion: sia dallo stile che dai personaggi coinvolti è chiaro come la scia tolkieniana evidenzi anche in campo new age un ampio contatto col mondo progressivo. Nota a margine: benché il concept-album “Rings” dell’ex-Pierrot Lunaire Arturo Stalteri esca nel 2003, il progetto era in lavorazione già a metà degli anni Settanta, e diversi materiali dell’epoca sono stati raccolti in “Early Rings: Compositions 1974-1975”, pubblicato nel 2005.

 

Scivolando ancora verso il prog-rock, si giunge al sound cameristico degli svedesi Isildur’s Bane, nome significativo della rinascita progressiva che esordisce nel 1981 proprio con un album a tema “Il Signore degli Anelli”, “Sagan Om Ringen”. Segue un brano dal concept tolkieniano per eccellenza in ambito progressivo, dotato peraltro dello stesso identico titolo: il debutto del 1970 del connazionale Bo Hansson, interamente strumentale e dai leggiadri rimandi easy listening. Camel, Argent e Barclay James Harvest sono formazioni note del panorama britannico dei primi Settanta, e il volto più in vista del neoprog ottaniano, i Marillion, traggono il nome da una contrazione di “Silmarillion” (i Barclay James Harvest, peraltro, nel 1972 rilasciarono un singolo sotto uno pseudonimo decisamente tolkieniano: Bombadil).
Appartengono invece alla scena americana di fine Sixties Gandalf e Smoke, il cui stile disciplinatamente psichedelico può essere immaginato come un ponte fra sunshine pop e quel “prog a stelle e strisce” che forse avrebbe potuto essere, ma a dire la verità mai fu.
La mancanza di una vera soluzione di continuità fra folk elettrico, rock progressivo e nascente hard-rock (non solo in senso musicale, ma anche di ispirazioni letterarie) è palese nei pezzi di Rush, Led Zeppelin e dell’ormai ex-Cream Jack Bruce, e in fin dei conti anche nella reinterpretazione psichedelica della Poesia dell’Anello offerta dagli statunitensi Pearls Before Swine, più oscura e in territori affini alla Nurse With Wound List.

summoningminasmorgul1995Addentrandosi in campo pienamente metallico, i toni dominanti mutano. Se nei precedenti brani prevalevano le atmosfere luminose e i riferimenti a boschi, elfi e personaggi positivi, con l’ispessirsi del sound anche le citazioni si fanno più cupe: orchi e stregoni corrotti dal male ricorrono molto più spesso nei titoli delle canzoni, insieme a termini legati a distruzione, caduta, fine, smarrimento, crepuscolo. Anche i nomi delle band si rifanno di frequente a luoghi associati a vicende tragiche nella narrazione tolkieniana.
Lo spettro di sottogeneri toccati è ampio: stoner sabbathiano (Orange Goblin), death melodico (Amon Amarth), hard/Aor (Bob Catley, cantante dei tardo-progressivi Magnum), avant- (gli italiani Ephel Duath)… Alcuni filoni, tuttavia, si presentano con maggior costanza. In ambito power, epic e soprattutto black, le citazioni alla Terra di mezzo passano dalle decine alle centinaia. Conviene dunque selezionare tanto in base a peculiarità e compiutezza del sound quanto alla “dedizione tolkieniana” mostrata dagli artisti. Oltre agli immancabili Nightwish e Blind Guardian - questi ultimi senz’altro sul podio dei più devoti col loro concept del 1998 “Nightfall In Middle-Earth” - ecco dunque i nostrani Ainur con un prog-rock enfatico, dal taglio metallico ma mai particolarmente pesante, e poi i Fates Warning del primissimo album, ancora legato a stilemi power/heavy più che prog-metal.
Attraverso i rimandi celtici degli irlandesi Cruachan si entra in territorio black metal, e col pezzo successivo, dei norvegesi Gorgoroth, si raggiunge l’apice di pesantezza della compilation. Strilli rantolanti, blast beat e distorsioni lo-fi danno concretezza al corrosivo nome della band, che evoca la piana desolata a Nord-Est delle terre dell’Oscuro Signore. Norvegese è anche Vark Vikernes, celebre per il suo sound ambientale oltre che per le sue spiacevoli vicende giudiziarie: il suo nome d’arte, Burzum, è il lemma che nella lingua oscura dell’incisione sull’Unico Anello indica la parola “oscurità”.
Lo stile degli austriaci Summoning è talmente intriso della lore della Terra di mezzo da essere talvolta descritto come “Tolkien metal”: come consueto per i loro album, il loro secondo ellepì, “Minas Morgul”, è direttamente ispirato al Signore degli Anelli e marca una suggestiva commistione fra black metal ed elettronica dungeon synth, che nei decenni seguenti farà decine di proseliti. Fra questi, i pugliesi e altrettanto tolkieniani Emyn Muil ne esplorano gli sviluppi più sinfonici in maniera decisamente evocativa.
La parte conclusiva della playlist segna un parziale ritorno ai toni folk e atmosferici dei primi brani, ma in chiave più inquieta che luminosa. La torva tribal ambient degli svedesi Za Frûmi è arricchita da proclami orcheschi in lingua oscura, mentre gli spagnoli Narsilion e i francesi Ainulindalë si muovono in un campo più screziato, affine alla darkwave e al dark-folk.

 

Quaranta brani sono molti, ma non abbastanza per mappare le centinaia se non migliaia di formazioni che per loro essenza o solo occasionalmente si sono ispirate alle creazioni di J.R.R. Tolkien. Fra i fenomeni esclusi dalla trattazione, ha un suo interesse l’ambigua relazione sviluppatasi dagli anni Settanta fra la cultura tolkieniana e gli ambienti giovanili dell’estrema destra italiana: il discorso avrebbe tuttavia portato lontano. Di formazioni come Compagnia dell’Anello, Terre di mezzo, Contea o Settimo sigillo, inoltre, Spotify offre una copertura pressoché nulla.
Un compendio più strutturato dell’intero panorama musicale ispirato a Tolkien si trova alla sezione “Music” del portale Tolkien Gateway, mentre un elenco aggiornatissimo e capillare costituisce la spina dorsale dell’encomiabile The Tolkien Music List.