Isan

Isan

Favole sintetiche e artifici Idm

di Alessandro Biancalana

Capaci di fondere molteplici stili elettronici (fra cui Idm, ambient ed electro), gli Isan sono stati in grado di traghettare la musica d'ascolto, con una sensibilità tutta loro, verso l'inizio del nuovo millennio, diventando fra i nomi più significativi della famosa etichetta berlinese Morr Music

C’è stato un tempo in cui l’elettronica in musica era un’etichetta ben definita. Tempi in cui artisti come Boards Of Canada e tutto il giro intorno a etichette come n5md, Type Records, Morr Music e Plug Research dominavano le copertine delle riviste di settore, anni in cui un pattern di drum machine sovrapposto a un accordo di chitarra o una partitura ambient avevano un’identità universale. Erano suoni da cui trapelavano, oltre alla malinconia, l’angoscia e il senso di smarrimento del nuovo millennio che stava per arrivare, l’incertezza e la totale disillusione per il futuro. Con modalità, esperienze, alterne fortune ed esiti differenti, da quel periodo storico sono esplosi e scaturiti suoni eccitanti, emotivi ed emozionanti.

In questa storia che stiamo per raccontare i protagonisti sono due e rientrano a pieno titolo in questa rivoluzione musicale esplosa sul finire degli anni 90. Gli inglesi Antony Ryan e Robin Saville fin da subito hanno dimostrato di possedere una magia in grado di distinguerli da molta musica presente sul mercato in quel periodo. Nelle loro composizioni si percepisce una genuinità parente stretta della malinconia, un piacevole senso di smarrimento unito a un riconoscibilissimo gusto per la melodia e al senso del ritmo. Trame semplici, frastagliate e stratificate, mai eccedenti o casuali, intorpidite e riflessive. Ed è forse per questi e per altri mille motivi che il pluripremiato regista italiano Paolo Sorrentino - con il suo sodale Pasquale Catalano - ha spesso scelto loro pezzi nelle colonne sonore dei suoi film, ultimo “Fueled” - contenuto in Lucky Cat - proveniente dalla serie tv “The Young Pope”.

livephoto_01Il progetto inizia il suo percorso con uscite a tiratura ridotta come 7”, split, singoli ed Ep, raccolte fortunatamente in buona parte nella compilation Clockwork Menagerie. Dopo due split pubblicati a stretto giro (con Tin Foil Star aka Styrofoam e Metrotone), arrivano due singoli intitolati "Dampen" e "Parochi/A Gentle Man", entrambi del 1999. A tratti perfino più maturi e strutturati dei brani presenti nell’album d’esordio, le due composizioni – algide e poco melodiche - dimostrano una maturità in tema di cesellatura timbrico ritmica davvero notevole, sublimata poi nella flessuosa “Wistful Song For A Soaring Gull” – contenuta in Dampen – forse uno dei primi esempi veramente compiuti della loro formula sonora.

Il primo album sulla lunga distanza arriva nel 1998 con Beautronics, pubblicato sulla sussidiaria della Rough Trade Tugboat Records – fondata dal frontman dei Piano Magic  Glen Johnson - etichetta nel cui roster si annoverano nomi di grande rilievo come Low, mùm e Disco Inferno. L’opera si snoda su sedici tracce ed è strutturata con brani principali e piccoli sketch della durata di circa un minuto con il suffisso “Tint”.
Nonostante vi siano germi di genialità (“Sublimation” è davvero magnifica) il disco è troppo prolisso e decisamente frammentario. Le prime sperimentazioni Idm danno risultati positivi senza strafare (l’iniziale “Vosil”, il bel quadretto bucolico di “Paintchart”), mentre gli intermezzi sono vere e proprie bozze (risaltano in particolare “Tint3” e “Tint4”), altri episodi sono poco efficaci o embrionali (“Skeek”, “Iam Twisq”).
Beautronics dà l’idea di essere di un vero e proprio “primo tentativo”, un buffo, quasi maldestro e ingenuo, esordio, comunque fondamentale per capire da dove sono partiti Antony e Robin. Nel 2013 Morr Music ristamperà l’album con l’aggiunta di quattro nuove tracce (fra queste risalta “Spoonery”) e l’eliminazione di “Sublimation”.

L’anno successivo la band cambia ancora etichetta e approda alla Liquefaction Empire. In Digitalis - a tutti gli effetti un mini-album - il suono continua a prendere forma già dall’iniziale “Zip Left, Zip Right”, in cui si scorgono strutture più compiute. Assalti un pochino più abrasivi (“‘Bean Sea” ricorda gli Autechre più incisivi) lasciano spesso il posto a tiepide mini-suite (“M.Mouse”, “Falling”), mentre composizioni un pelo più strutturate lasciano adito a qualche curiosità ulteriore (“Dilly”, “Reno”). Conclude la bellissima “Quink Like Ink”, con sample concreti a dare vivacità compositiva.

a6091134604650.jpegIn un contesto di forte creatività, lo stile “Isan” viene a farsi più definito con Salamander, pubblicato pochi mesi dopo Digitalis e primo approdo alla famosa etichetta berlinese Morr Music poi diventata per il duo una vera “casa”. In contemporanea, quell’anno prese corpo una tendenza nel mondo della musica elettronica il cui culmine si raggiunse sia con la pubblicazione di “Music Has The Right To Children” (in realtà rilasciato qualche mese prima, nel 1998) dei Boards Of Canada (carriera poi esplosa con “Geodaddi” del 2002) e la contemporanea rilevanza dei capolavori degli Autechre di qualche anno addietro (nel 1999 in realtà fu pubblicato “LP 5”). L’elettronica d’ascolto - sia esso più colto o “pop” - stava subendo fortissimi rivoluzioni e il materiale prodotto, complice un’eccitante frenesia e urgenza produttiva, era tantissimo. E fu lì che il sodalizio dei Nostri riuscì a inserirsi, con un album in cui si scorgevano chiari riferimenti alla tanto chiacchierata Idm (acronimo controverso ma tutto sommato comprensibile), tastiere prossime all’ambient, oltre all’incedere di certa electro che di lì a poco avrebbe spopolato in chiavi decisamente mutevoli.
Iniziando l’ascolto ci imbattiamo in “Peg”: fra placidi tappeti di tastiere e innumerevoli strati di ritmi sintetici, si inseriscono folate di disconnessioni e vari glitch, componendo la sonorizzazione educata per un software in malfunzionamento. L’ascolto prosegue con gentili concessioni al lato più ambient (“Proager”, “Lid Former”, “Twentyfive Thirtyone”) mentre altre volte il ritmo si fa più presente con risultati davvero notevoli (la title track, la scomposta “Happy Pet In A Car”, quasi in territorio glitch). Fra le tracce più significative troviamo “Still. Blue”, che fra delicatissimi tocchi di drum machine, campionamenti vocali e sapienti pennellate di tastiera addormenta l’atmosfera, rendendola flebile e ovattata.
Sulle stesse coordinate si attestano altre gemme (“Clipper”, le leggermente screziate “Snot” e “Effekl”), mentre “Braille Foundry”, in collaborazione con la band Charles Atlas - nella cui formazione si trova anche un ex-componente dei Piano Magic - incanta con un bel sottofondo di chitarra acustica.
Solo a tratti capace di tenere testa ai dischi successivi, Salamander offre un consistente antipasto poco prima del definitivo compimento artistico del progetto Isan.

9339c0f30cb14eb2b900280217cf2aedIl momento arriva nel 2001 con Lucky Cat e coincide con il picco d’ispirazione e di pubblico, probabilmente allineato anche con il periodo di maggior splendore dell’etichetta di Thomas Morr. Questo album si stampa nella cronologia dell’elettronica moderna per il suo tocco cristallino, per un modo gentile ed educato di entrare nelle orecchie dell’ascoltatore.
La partenza è subito un colpo difficile da metabolizzare, infatti “Cutlery Favours” è a pieno diritto uno dei brani più belli mai pubblicati dal duo. La grana grossa del synth dell’incipit viene dopo pochi secondi invasa da un effluvio di bordate soniche e da uno sfarfallio che sa tanto di magia quanto di mestizia, in una sinfonia che per cinque minuti lascia letteralmente steso l’ascoltatore.
I toni si ammorbidiscono con la filastrocca “Table Of Deciduous Species”, tiepidamente screziata da un ritmo scomposto e un da filo di sintetizzatore, sottile come le trame di una ragnatela. Ed è quel ritmo che solca la bellissima e già citata “Fueled” - conclusa con un intreccio di suoni che paiono i lamenti di una stella - poi seguita da piccoli capolavori come “Recently In The Sahara” e “What This Button Did” (un ipnotizzante susseguirsi di sbuffi e squilli sintetici).
L’album non perde un’oncia di efficacia e incanto nemmeno nella parte centrale, alternando sognanti nenie cibernetiche (“Anteaters Eat Ants”, “Kittenplan A”) ad altri episodi più propriamente Idm (gli strati ritmici di “Read Again” e “Scraph”). Spicca in questo frangente “Cathart” (già presente ne “L’amico di famiglia”) con il suo meraviglioso susseguirsi di melodie e singulti, brano architettato in modo pressoché perfetto e ad alto tasso emotivo.
L’album sfuma fra rarefazioni sabbiose e crepuscolari (“Caddis”, “You Can Use Bambolo As A Ruler”) lasciando una non bene definita sensazione agrodolce. Quest’opera rimarrà uno dei più significativi esempi dell’espressività della musica elettronica, capace con i soli suoni di smuovere sensazioni inimmaginabili.

A stretto giro con l’uscita di Lucky Cat troviamo un singolo e un Ep di inediti mai più ripescati. Exquisite Honeyed Tart – su Static Caravan – e Salle d’Isan su Morr fanno insieme, almeno dal punto di vista numerico, praticamente un altro album. Se nel primo troviamo prima una cupezza fuori dallo standard Isan (la title track), per poi seguire con una giocosità che non avrebbe sfigurato in alcun album (“Hugs Now, No Kisses (Hugo’s Sleep)”), nel secondo siamo di fronte a un vero e proprio mini-album. Salle d’Isan contiene infatti diverse gemme meritevoli di essere riscoperte. Se “Days & Later” spinge la cassa ai limiti di un battito techno gentile, “Bubbles8” e “Disruptive Elephant” sono candite da una dolcezza di fondo ormai marchio distintivo. “Fullen Brimm” fa sfoggio di un synth dalla grana grossa e di un’atmosfera futuristica, mentre “Serene Driver” è una ninnananna stellare, una delle migliori tracce mai pubblicate dal duo.

Meno di un anno dopo, viene pubblicato un altro tassello fondamentale nel percorso artistico del duo. Nel 2002 la fidata Morr rilascia la raccolta Clockwork Menagerie, composta da brani precedentemente apparsi in Ep o singoli di difficile reperibilità. Qui si può ascoltare in maniera sparsa tutta la creatività e il genio che risiede nell’arte del sodalizio artistico della formazione inglese, se non la più alta sublimazione della musica prodotta fino a quel momento. Sarà difficile resistere a una miriade di stimoli sonori, a partire dall’ammaliante incedere di “Betty’s Lament”, senza contare struggenti malinconie pastorali (“Calf”, “Cubillo”), distorsioni elettriche (“Comb”, “Autolung”) e l’ipnotico e angosciante andirivieni di voci della magnifica “Remegio” (utilizzata ancora da Sorrentino nel film “Le conseguenze dell’amore”).
Facendo scorrere le tracce, ci si rende conto di quanto sia ampio lo spettro di influenze a cui i due musicisti hanno attinto nella loro carriera: un vero appassionato, infatti, scorgerà le incursioni nella techno - seppur sempre mitigate dalla solita compostezza di fondo - di episodi come “Damil 85”, splendidamente impreziosita da un campionamento vocale. Il lato più “ambient” e diluito mostra un aspetto più riflessivo (“Eeriel”, “Ulim”, “Schema”) ma al contempo legato alle angosce della kosmische musik (“Titled, Not Tithed”).
Nei restanti brani trovano posto suoni electro, siano essi declinati su coordinate più acide (“Phoeb”, “Schema”), giocose (la divertente “Rron”) o distese (il bel tiro di “Eusa’s Head”). Siamo di fronte a una sorta di summa di stili, tendenze e ondate elettroniche, che copre più di quindici anni di musica, il tutto chiaramente filtrato dall’inconfondibile sensibilità di Robin e Antony. L’uscita è impreziosita da un artwork di prim’ordine, curato come sempre da Jan Kruse, l’autore di quasi tutte le grafiche delle uscite su Morr Music degli Isan.

Dimenticati nel marasma delle pubblicazioni discografiche, si collocano sempre nel 2002 due mini-split con Lali Puna (pubblicato dalla bolognese Unhip Records) e Phonophani. Nel primo disco il brano degli Isan non aggiunge nulla di significativo, mentre nel caso di “My Soaring Heart” il tiepido lamento di una voce in sottofondo mette insieme atmosfere piacevoli.

1797855807_86d7fb2261_bA due anni di distanza arriva nel 2004 il quarto album di studio Meet Next Life, che introduce nuovi elementi rispetto al già cospicuo campionario sonoro fin qui proposto. In quegli anni erano di grande richiamo suoni folktronici, e band come The Books e Tunng campeggiavano sulle copertine delle riviste musicali e nei principali festival. Gli Isan con questa loro prova si accodano a quell’ondata con l’introduzione di alcuni strumenti a corredo dell’elettronica. Come non scorgere elementi di folktronica nell’incedere bucolico di “Birds Over Barges”? E come rimanere indifferenti al tintinnio degli xilofoni di “The Race To Be First Home”?
L'elemento positivo è che tale deviazione dallo stile originario (il basso di “Sat 73” è un’altra divagazione interessante) è perfettamente funzionale e comunque solo parziale. Infatti con tracce come “First Date - Jumble Sale”, “One Man Abandon” o “Gurnard” sarà il puro stile-Isan a inondare le vostre orecchie con carezzevoli fiocchi di bit e ritmi al rallentatore.
Ad alzare il tiro e dare una sferzata di tensione viene in soccorso la stratificata “Gunnera”, che grazie a un nutrito intreccio di layer sonori soddisfa pienamente, mentre l’autentico electro-pop di “Iron Eyes” sorprende per come i musicisti riescano a padroneggiare ambiti a cui non sono abituati. Da metà in poi, il disco prende quota con le dolci pulsazioni di “Snowdrops And Phlox” e “Willory”, due vere e proprie sonorizzazioni per foreste chiaroscurali. La parte conclusiva si attesta su atmosfere piacevoli ma non sorprendenti (molto buona la title track, un po’ sottotono “Slow Bulb Slippage”).
Nonostante siamo pur sempre al cospetto di un’uscita pienamente sufficiente, lo scarto fra Meet Next Life e un vero classico come Lucky Cat si avverte, c’è meno empatia o come si suol dire “urgenza espressiva”, anche se non mancano buone canzoni o momenti da ricordare. Possiamo parlare a tutti gli effetti di un classico album interlocutorio.

A margine dell’esperienza di Meet Next Life – in cui per la prima volta viene sperimentato l’uso degli strumenti acustici - meritano una citazione i due album solisti di Robin Saville Peasgood Nonsuch del 2008 pubblicato dalla Static Caravan e Public Flowers rilasciato da Second Language cinque anni dopo nel 2013. Lo spostamento verso territori folktronici, addirittura con alcuni accenni alla toy-tronica degli Psapp, è ancora più marcato e la presenza di alcune suite richiamanti atmosfere modern-classical mostra la vastità dell’ispirazione dell’artista inglese. Soprattutto il secondo album ha una grande capacità di commistionare sensibilità acustica e trame elettroniche. Sono due album da recuperare, vista anche la scarsa visibilità che hanno ricevuto.

Giunto nel 2006, in un periodo in cui l’ondata indietronica stava subendo un calo di vendite e ispirazione, Plans Drawn In Pencil cerca di trovare nuove vie dopo le incertezze della precedente uscita. L’unico modo per uscire da tale stallo era il ritorno alle origini di una composizione totalmente elettronica che ha sempre contraddistinto il duo inglese. Il disco prende il largo sin da subito con un trittico davvero notevole, composto in principio dalle pulsioni bucoliche di “Look And Yes”, proseguendo poi con il seducente synth di “Cinnabar”, per poi finire con gli sbuffi pastorali di “Yttrium”.
Tuttavia, con il passare dei minuti incorrono svariate criticità in brani svuotati dal pathos (“Ship”, “Corundum”, “Ruined Feathers”), poi dimenticate dai pregi evidenziati sia nella languida e fluida “Roadrunner”, che dipinge acquarelli dal fascino inconfondibile, sia quando ci si imbatte nell’ambient ipnotica di “Immoral Architecture”.
Il focus della musica degli Isan sembra essersi spostato verso una visione più lucida e meno emotiva della musica, animata da una passione più ragionata e meno istintiva. Ciò non costituisce sempre un difetto, rimanendo intatto l’indomito talento per le belle melodie (carezzevoli in “Amber Button”, taglienti in “Five to Four, Ten to Eleven”). A non convincere è la mancanza di un collante di fondo che tenga le basi di un disco coeso e ben rifinito, la sensazione che si ha è quella di una serie di episodi senza un’idea alla base, tutto ciò nonostante la dolcezza evocativa di “Seven Mile Marker” e i pulviscoli glitch di “Working In Dust”.
Alla luce di questa parziale incertezza, appena dopo il rilascio del discreto Ep "Trois Gymnopedies", il progetto Isan viene messo in pausa per un periodo più lungo del solito.

Dopo quattro anni è la volta di Glow In The Dark Safari Set, sesto album in studio (settimo, se contiamo il mini “Digitalis”), dove in cinquanta minuti si tratteggia nuovamente una dimensione onirica e aliena, sospesa tra tastiere giocattolo, omaggi più o meno espliciti ai Kraftwerk e sapienti artifici Idm, il tutto dominato da un’estetica da modernariato niente affatto stucchevole, anzi assai credibile rappresentazione di quella che per gli Isan è tutto fuorché una propensione dettata dal trend del momento. È un po’ il destino degli antesignani, quello di non riuscire più a suscitare la dovuta attenzione al momento dell’esplosione del “fenomeno”, così come quello di cominciare a disperdere parte della spinta propulsiva iniziale proprio quando se ne potrebbero raccogliere i meritati frutti.

51mo6ufwmlIn questo senso, Glow In The Dark Safari Set non può certo definirsi un album “che arriva troppo tardi”, poiché, ad esempio, quando pigia il piede sull’acceleratore delle avvolgenti derive cosmiche, mostra di avere ben poco da invidiare alla celebrata emotività sintetica degli Oneohtrix Point Never; tuttavia, superate le carezze della miriade di suoni sguscianti tra sibili, crepitii e pulsazioni, il disco scorre via ordinato negli accurati ceselli melodici, ma i suoi brani faticano a lasciare un'impronta ulteriore rispetto a quelle delle cangianti modulazioni analogiche o delle saltuarie incursioni ritmiche.
Se infatti l’abbraccio liquido dell’iniziale “Channel Ten” viene tradotto in versione vagamente acida da “The Axle” e i battiti Idm di “Grisette” e “Catgot” scompaginano appena un po’ le divertite linee-guida retrò del lavoro, la sua seconda metà risente di una certa stanchezza, percepibile in particolare lungo gli oltre nove minuti di “64 Fire Damage” e nella iterativa immersione cosmica di “Slurs And Slowly”. Unico spunto significativo, in questa parte, restano i vocalizzi della conclusiva “East Side V34”, che paiono chiudere il cerchio retrofuturista gettando un ponte verso gli Stereolab più eterei.
Realizzato e compilato con il solito buon mestiere, l’album rappresenta una nuova testimonianza della perdurante vitalità del duo inglese, un disco che appaga parzialmente, ma non intacca di una virgola la classe del duo. A seguito di questo album, e ad eccezione della pubblicazione dell’Ep “Discette” nel 2012, la coppia inglese torna in un silenzio discografico lungo sei anni.

Nell’agosto del 2016 appare sulla pagina Facebook ufficiale la foto di un nuovo artwork senza alcun messaggio di accompagnamento. In realtà si tratta dell’annuncio di un nuovo lavoro poi pubblicato ufficialmente il 14 ottobre dello stesso anno. L’attesa è tanta perché, nonostante tutti sapessero che non c’era aria di scioglimento, nuove canzoni tardavano ad arrivare. Glass Bird Movement rievoca tutte le migliori caratteristiche della musica del duo: atmosfere ovattate, ritmi appena abbozzati, litanie ambient fra il malinconico e il crepuscolare, tante melodie, semplici ma bellissime.
Il risultato è di sicuro interesse, la riproposizione di quell’ambient non troppo estatica ma fresca e movimentata, dona nuova linfa dopo alcune incertezze sulla direzione da prendere. In queste undici canzoni ritroviamo soffici intrecci electro-pop (i loop della title track, l’empatia Idm di “Parley Glove” e “Slow Rings”), bozze ritmiche tendenti all’ambient (“Lace Murex”, la quasi impalpabile “Linnaues”), episodi più legati alla natura electro di questa musica (“Napier Deltic”, “Rattling Downhill”), il tutto condensato e cementato da una sensibilità timbrica e melodica fuori dal comune, un senso del suono che lascia incantati e sbalorditi.
Manifesto dell’opera e miglior episodio è “Risefallsleep”, una sorta di emo-electro-ambient in cui i synth in sottofondo pennellano un giro strappalacrime, mostrando forti affinità con un altro capolavoro come “Cutlery Favours“.

Alla luce dei risultati di questa ultima uscita, i sei anni di pausa non sono certo passati invano. Ed è con questi suoni che finisce, almeno per ora, il racconto della carriera di un duo che ha segnato senza farsi notare un’intera stagione di musica elettronica, proponendo nuove soluzioni con garbo e un indistinguibile stile compositivo.

Contributi di Raffaello Russo ("Glow In The Dark Safari Set")



Isan

Favole sintetiche e artifici Idm

di Alessandro Biancalana

Capaci di fondere molteplici stili elettronici (fra cui Idm, ambient ed electro), gli Isan sono stati in grado di traghettare la musica d'ascolto, con una sensibilità tutta loro, verso l'inizio del nuovo millennio, diventando fra i nomi più significativi della famosa etichetta berlinese Morr Music
Isan
Discografia
 ISAN 
   
 Beautronics (Tugboat Records, 1998)

5,5

 Dampen (singolo, Elefant Records, 1999)

6,5

 Parochi / A Single Man (singolo, Static Caravan, 1999)

6,5

 Digitalis (Liquefaction Empire, 1999)

6

 Salamander (Morr Music, 1999)

6,5

Lucky Cat (Morr Music, 2001)

8

Salle d'Isan (EP, Morr Music, 2001)

7

 Exquisite Honeyed Tart (singolo, Static Caravan, 2001)

6

Clockwork Menagerie (compilation, Morr Music, 2002)

8

 Meet Next Life (Morr Music, 2004)
 6
 Plans Drawn In Pencil (Morr Music, 2006)

6,5

 Glow In The Dark Safari Set (Morr Music, 2010)

5,5

Glass Bird Movement (Morr Music, 2016) 7
 
 ROBIN SAVILLE 
   
 Peasgood Nonsuc (Static Caravan, 2008)6,5
Public Flowers (Second Language, 2013)
7 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
 

The Race To Be First Home
(videoclip, da Meet Next Life, 2004)

 

Gunnera
(videoclip, da Meet Next Life, 2004)

 

Cinnabar
(videoclip, da Plans Drawn In Pencil, 2006)

 

Rattling Downhill
(live, da Glass Bird Movement, 2016)

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