Goblin

Goblin

Profondo rock

di Claudio Fabretti

Con le loro atmosfere da tregenda, tra giri di organo sinistri, ritmi snervanti e crescendo progressivi, i Goblin sono divenuti gli oscuri strumenti delle visioni orrorifiche di Dario Argento. Inventando un nuovo modo di musicare il cinema del brivido che li ha portati alla ribalta anche all'estero. Ripercorriamo la storia di Simonetti & C. dal prog degli esordi all'elettronica degli 80, fino alla reunion del Duemila

E' una storia intimamente legata agli anni Settanta, quella dei Goblin. A quel decennio di creatività euforica e straripante che cambiò i connotati all'Italia appena uscita dall'eldorado del boom e dei "magnifici 60". Una stagione di inesauribili fermenti musicali (prog, cantautorato, ma poi anche elettronica, punk, wave) e di felici contaminazioni con altre arti, visuali in primis. Il grande schermo diviene la frontiera naturale di una straordinaria generazione di compositori: Ennio Morricone, Pino Donaggio, Riz Ortolani, Armando Trovajoli, Franco Micalizzi & C. contribuiscono in modo decisivo alla riscossa del cinema di genere, nato nella seconda metà degli anni 50 e già passato attraverso le sapienti mani di registi come Mario Bava e Sergio Leone. Ma nel decennio 70 il fenomeno crescerà a dismisura e troverà nel connubio Dario Argento-Goblin uno dei suoi vertici assoluti.
Il nuovo cinema giallo-horror del regista romano si sposa a sonorità del tutto inedite per quel tipo di pellicole. Progressive, elettronica, jazz, funk, psichedelia, heavy-metal sono i nuovi brividi sonori di un filone unico e rivoluzionario, che sarà compreso appieno (forse) solo due decenni dopo. Con gli osanna di Quentin Tarantino e di una nuova generazione di "cannibali" pulp. E con il definitivo pensionamento di una intera scuola critica e dei suoi bigotti pregiudizi.

I Goblin sono dunque il braccio musicale di Argento, l'arma segreta in grado di accompagnare la sua "cinepresa-boia" e innescare il terrore anche laddove le immagini non riescono ad arrivare (si pensi solo all'agghiacciante grido del vocoder di "Tenebre"). Eppure, sarebbe limitativo relegarli solo a questo. Il loro lungo e travagliato percorso, infatti, si è arricchito di diverse altre collaborazioni cinematografiche (quella con Romero, forse, la più prestigiosa) nonché di singolari esperimenti in proprio (Roller, il più significativo). Ne sono scaturiti capolavori, conferme e passaggi a vuoto, ma certo non si è mai potuto imputare alla band romana la mancanza di coraggio e di coerenza rispetto alla propria ragione sociale.

Le sinfonie di Dorian Gray

Claudio Simonetti con i Cherry FiveIl "caso Goblin" affonda le radici in quella scena para-prog che prolifera nello Stivale all'alba dei 70, sull'onda britannica di King Crimson, Genesis, Yes ed Emerson Lake & Palmer. In questo brulicare di gruppi dai nomi aulici e fatati, si fanno strada anche quattro musicisti dai disparati background: Claudio Simonetti, Fabio Pignatelli, Massimo Morante e Agostino Marangolo. L'incontro sotto la fortunata insegna Goblin avverrà per vie traverse, sulla direttrice Roma-Londra.
Figlio d'arte - il padre Enrico è uno stimato compositore, che diventerà persino hit-maker con il tema dello sceneggiato "Gamma" - il tastierista Claudio Simonetti è anzitutto un musicista classico. Nato a San Paolo del Brasile (19/2/1952), ma romano a tutti gli effetti, ha cominciato a studiare pianoforte a 8 anni e a 14 è entrato al Conservatorio di Santa Cecilia. Ma il suo pallino è il rock, magari quello più occhieggiante alla Classica (il prog di Nice ed Emerson Lake & Palmer), ma anche quello più duro (Deep Purple, Led Zeppelin). Le sue prime formazioni nascono da questo miscuglio di stili e attitudini. L'esordio ne Il Ritratto di Dorian Gray lo vede assieme a Walter Martino (batteria) e Massimo Giorgi (basso e voce) in un trio supportato anche da Luciano Regoli (cantante), Fernando Fera e Roberto Gardin alle chitarre. Sono tra i primi a suonare rock sinfonico in Italia e le loro lunghe suite, impreziosite da una tecnica sopraffina, riscuotono consensi nelle esibizioni dal vivo, inclusa quella al Festival di Caracalla del 1971. Ma è un'esperienza effimera, che non lascia di fatto incisioni e si conclude rapidamente.

Smessi i panni di Dorian Gray, Simonetti parte per Londra, la mecca del prog, in cerca di fortuna. Insieme a Massimo Morante e Giancarlo Sorbello riesce a contattare il noto fonico e produttore Eddie Odford per sottoporgli alcuni demo. Odford è entusiasta del materiale e si offre di produrre l'album dopo il tour americano con gli Yes. Per la nuova sigla Oliver vengono ingaggiati anche il cantante inglese Clive Haynes e due musicisti romani: il bassista Fabio Pignatelli e il batterista Carlo Bordini. Odford, però, prosegue la tournée con gli Yes e prende tempo: la band, lasciata sola a Londra, riesce solo a realizzare qualche session dal vivo e, delusa, abbandona il sogno inglese.

A Roma, però, gli Oliver non demordono e, grazie anche al nome del maestro Enrico Simonetti, riescono a strappare un contratto alla Cinevox, label specializzata in colonne sonore. Con il nuovo cantante Tony Tartarini al posto di Clive Haynes e la nuova denominazione di Cherry Five, fanno finalmente uscire il primo disco (Cherry Five, 1974) all'insegna di tipiche sonorità progressive. Non è un successo, ma è da questa piattaforma che decollano i Goblin. Nello stesso anno, infatti, congedati Tartarini e Bordini, la band prende forma nel suo primo nucleo: Simonetti (tastiere), Martino (batteria), Pignatelli (basso) e Morante (chitarra).

Una partitura rosso sangue

Dario Argento non è solo un regista. Scheletrico, occhi spiritati, caschetto da monaco benedettino, è una maschera, un'icona vivente di un modo totalmente nuovo di fare cinema. I suoi film ad alto tasso ematico turbano, affascinano e disgustano, a seconda dei casi, un'Italia in cui fino a quel momento solo Bava e pochi altri avevano osato tanto. "Il mio cinema è un elogio al piacere della paura", dice, sfidando i dogmi di una critica snob che bolla l'estetica horror come "sottocultura". In realtà i suoi film sono un raro esempio di come coniugare l'intrattenimento per il grande pubblico con una sofisticata sperimentazione (le luci da infarto, l'uso della camera, le sequenze-assolo), in linea con le tendenze più avanzate del cinema internazionale. Forse anche perché Argento capisce la modernità del filone-thriller, "il più selvaggio e sfrenato tra i generi".
Lungometraggi come "Il gatto a nove code", "Quattro mosche di velluto grigio" e "L'uccello dalle piume di cristallo" lo hanno già eletto re incontrastato di un nuovo filone, a metà tra giallo e horror. Ma manca ancora il colpo da ko. Il copione c'è già, il titolo pure, ed è tutto un programma: Profondo Rosso. Serve ora una colonna sonora speciale, diversa da tutte le altre. Una partitura rock. Perché - come sostiene Roberto Curti (Rock-O-Rama) - Argento ha fin da subito costruito i suoi film secondo una tessitura visivo-sonora che pescava dalle suggestioni ritmiche e sensoriali della musica rock: dalle sequenze degli omicidi, concepite come virtuosistici assoli, all'utilizzo innovativo della musica stessa, non più semplice accompagnamento contrappuntivo-emotivo, ma parte integrante del narrato. Già per "Quattro mosche di velluto grigio", del resto, aveva cercato i Deep Purple, ma non era riuscito ad accordarsi e aveva poi affidato il lavoro a Morricone. Ora era l'occasione giusta per provarci. Magari guardando oltremanica, a quel "Tubular Bells" di Mike Oldfield che, a due soli anni dall'uscita, ha già fatto epoca.

GoblinLeggenda vuole che sia stata Daria Nicolodi, spettrale attrice e moglie di Argento, a proporre al marito di contattare i giovani Goblin, dopo essere rimasta sconvolta da un loro brano, "The Swan Is A Murder Part. 1" (e quell'urlo sarà riproposto proprio in una scena del film). Ma sarà poi l'editore Carlo Bixio a presentare il gruppo a Dario Argento negli uffici della Cinevox. E' il classico incontro che cambia la vita. Il feeling col regista scatta subito, e in più, c'è lo zampino di un jazzista coi fiocchi come Giorgio Gaslini, che scrive alcuni brani ("Wild Session", "Deep Shadows", "Scool At Night" e "Gianna"), consentendo a Simonetti & C. di riarrangiarli in chiave prog.
Il più celebre tema thriller del cinema italiano nasce in una notte sola. In uno studio-cantina sotto la basilica romana di piazza Euclide, dove campeggia un grande organo a canne (e proprio nella chiesa sarà registrata parte dei suoni). Gaslini assiste i Goblin - cui si aggiungono i fratelli Agostino e Antonio Marangolo, rispettivamente alla batteria e alle tastiere - in session che si susseguono febbrili fino all'alba. E' Pignatelli, però, ad avere il lampo di genio: si inventa il main theme "Profondo Rosso" e fa tombola. Quell'arpeggio ostinato è la chiave di tutto, pochi accordi di chitarra che ricorrono ossessivi come un incubo (riprodotti anche con minimoog e clavicembalo), poi il basso triturante che entra nello stomaco, fino all'apoteosi finale: una sonata di organo cupissima, un requiem grondante sangue (quello della madre di Carlo, una delle vittime, nella fattispecie). E' il tema che farà la fortuna dei Goblin, facendoli conoscere in tutto il mondo, regalando loro il disco di platino (4 milioni di copie venduti) e la permanenza in testa alle classifiche dei 45 giri per circa un anno.
Ma anche il resto del disco è un caleidoscopio di trovate. Nelle loro sontuose architetture sonore i Goblin infilano di tutto: hard-rock, prog, gothic, elettronica, jazz. E ricorrono a marchingegni d'ogni sorta: "Usarono carillon e grandi orchestre, picchiarono sui timpani e infilarono gommapiuma sotto le corde della chitarra per stopparne il suono, usarono rumori come fossero suoni e spinsero al massimo le possibilità delle tastiere (scarse, rispetto a quelle odierne), scopiazzarono ‘Tubular Bells' in ‘Mad Puppet' ("Sì, ma fu Dario a chiederci un pezzo di quel tipo...") e rubarono ai Cherry Five un frammento di ‘The Swan Is A Murderer' per costruire ‘Wild Session'..." (Lucio Mazzi, Pagine 70).
E soprattutto, Profondo Rosso centra l'obiettivo di ogni colonna sonora: una perfetta aderenza tra immagini e suoni. Ecco allora l'ouverture con i 16 secondi di raggelanti risatine della marionetta di "Mad Puppet's Laughs", la cantilena mortifera di "School At Night", tra refoli elettronici, ricami di violino e arpa e un carillon che definire "sinistro" è poco; e ancora il prog sull'orlo di una crisi di nervi di "Death Dies", puntellato da un drumming incalzante e dagli sfuggenti rintocchi della tastiera, e il chitarrismo subdolo e morboso di "Mad Puppet". Poi i momenti più soffusi, con sax, piano e flauto a stemperare la tensione in "Gianna" (dedicata a un personaggio del film, la giornalista Gianna Brezzi), gli arabeschi prog nel vortice nero di "Wild Session", e la jam acida di "Deep Shadows", che prelude al gran finale della title track.
Profondo Rosso è anche il primo caso di colonna sonora suonata da un gruppo rock italiano e a un volume molto alto per l'epoca. Nella riedizione in cd del '96 sono state incluse anche tutte le diverse versioni dei brani presenti nel film ed escluse dalla versione in vinile: le tracce sono così passate da 7 a 28, con l'aggiunta di alcune chicche (ad esempio, la versione in celesta di "School At Night") ma al prezzo di una certa prolissità che annacqua la tensione dell'opera originaria.

Suspiria di (non) sollievo

E' un periodo di iper-attività per la band, che si assesta in una nuova line-up con Marangolo che subentra definitivamente a Martino (in procinto di entrare nei Libra) e con l'ingresso di Maurizio Guarini (tastiere).
Questa nuova formazione decide di pubblicare un nuovo disco, inizialmente svincolato da qualsiasi discorso cinematografico, anche se alcuni brani ("Roller", "Snip Snap", "Goblin" e "Dr. Frankenstein") saranno poi utilizzati nel film di George Romero "Martin - Wampyr".
Interamente strumentale, considerato da molti l'album "più progressive" dei Goblin, Roller (1976) sfodera un suono potente e gotico, sulla falsariga di Profondo Rosso, specie nella title track, propulsa dalle canne dell'organo, cui si affianca presto un prepotente interplay basso-batteria in crescendo, con le tastiere a pennellare scenari suggestivi e inquietanti. Il resto dell'opera oscilla tra languori psichedelici di marca floydiana (lo stagno di "Aquaman", appena increspato dal solo di chitarra di Morante), dinoccolate progressioni funk ("Snip Snap"), spirali elettroniche ("Dr. Frankenstein", con una folle coda acida) e virtuosismi pianistici di un Simonetti quantomai ispirato ("Il risveglio del serpente", con sax e piano a corredo).
Il tour de force del disco è però l'omonima "Goblin", una suite crimsoniana di oltre dieci minuti, con inserti jazz e continui cambi di fronte: dai tetri rintocchi del piano all'esplosione di chitarra, basso e batteria, dai soffici arpeggi acustici alle aperture delle tastiere, con la solita, fantasiosa sezione ritmica a far da mastice e Marangolo mattatore in un tempestoso assolo.

Nello stesso anno i Goblin tornano al cinema con una colonna sonora (Perché si uccidono) che passa però piuttosto inosservata, forse anche perché rilasciata con l'enigmatico monicker Reale Impero Britannico. Destinato a divenire una rarità di culto, l'album conferma la buona vena progressive del gruppo, senza tuttavia aggiungere note particolarmente significative al suo sound.

Ma per i Goblin il nuovo crack è a un passo e sarà ancora Dario Argento a innescarlo.
Appassionato "non-musicista" e sperimentatore nel campo delle colonne sonore, il regista è ormai il consigliere ufficiale del gruppo e uno dei principali artefici dell'evoluzione musicale che porterà a Suspiria. Trattandosi di un'opera che reinventa in termini fiabeschi i più classici elementi del suo cinema (la suspence spasmodica, le entrate a sorpresa del misterioso assassino, l'efferatezza degli omicidi, la memoria "visiva" della protagonista), Argento raccomanda ai Goblin una partitura meno serrata e aggressiva, non incentrata sui ritmi snervanti, ma più ambientale e atmosferica. Li incoraggia a usare tecnologie allora all'avanguardia come il sequencer ma al contempo a ispirarsi ad antiche canzoni medioevali (come la nenia del Tre/Quattrocento "Le tre streghe sull'albero" che sarebbe alla base del main theme) e al recupero di strumenti antichi come la celesta e il bouzuki (un esemplare unico di proprietà dello stesso Argento), a realizzare provini che suonino "alla Kraftwerk".

GoblinSuspiria
(1977) è così una specie di delta nelle cui acque dense e tenebrose affluiscono alcune fra le correnti soniche più significative del decennio. Nelle otto "sequenze" che compongono la soundtrack dell'omonimo capolavoro di Argento allignano radici prog, riprese dal folklore nordico e mitteleuropeo, minimalismo, inserti e manipolazioni elettroniche che guardano al kraut e ai Kraftwerk, echi e suggestioni etno e world, sentori di musica synth e dark ambientale. In pratica, una parte significativa di Settanta e una di Ottanta che s'intersecano in un sottoinsieme unico.
Il gruppo (all'apice del suo quartetto storico: Simonetti-Pignatelli-Morante-Marangolo, coadiuvati per l'occasione da Guarini, alle tastiere, e dal fratello di Marangolo, Antonio, al sax) in fase di registrazione ci metterà molto del suo, improvvisando e stravolgendo quasi tutte le composizioni.
"Suspiria", opener del disco e tema portante del film, è un capolavoro di sospensione onirica ed esoterica diviso in tre parti: nella prima il picking acuminato della chitarra e il contrappunto da carillon del vibrafono librano una melodia ossessiva e minimale alla "Profondo Rosso", ma (solo apparentemente) più morbida, regressiva, rituale, facendosi accompagnare dalle folate acide e taglienti del mellotron, dai sordi rimbombi del bouzuki e da malefici sussurri stregoneschi; nella seconda c'è un break in crescendo di chiara matrice prog innescato dall'organo da messa nera, dalla chitarra elettrica e dall'entrata poliritmica delle percussioni, con le tastiere sintetiche che ereditano il tema centrale; nella terza, dopo una breve dissolvenza elettronica, il cerchio armonico si chiude ripetendo la prima parte con variazioni esiziali.
Gli elementi etnici e tribali incorporati nel nuovo Goblin-sound si stagliano con devastante nitidezza a partire dal secondo brano "Witch": apertura quasi pow wow con giri di tamburi e laceranti grida propiziatorie, poi altre voci intonate che, come in una corale satanica, si mescolano ai synth spettrali, a effetti sonori che simulano un'oscurità tempestosa da Notte di Valpurga, rintocchi di campane e un basso vitreo che tiene sempre la stessa mesmerica nota. "Opening To The Sighs" è uno spezzone drone che s'interrompe di schianto in montaggio analogico con la successiva "Sighs": siamo ancora in pieno sabba: sibili demoniaci, sospiri, vocalismi da musica d'avanguardia, ritmati dall'arpeggio incalzante della chitarra acustica doppiata dalla celesta.
"Markos" è la summa del patchwork sonoro dispiegato da Simonetti e compagni: sonorità tradizionali greche (quasi sirtaki) s'innestano su una trama elettronica dal sapore kraftwerkiano, mentre un basso effettatissimo e riverberato alimenta fraseggi di funk robotico e le percussioni e jazzate entrano ed escono dalla base. Nella stupenda "Black Forest" è invece l'anima folk-prog dei Goblin a imporsi nuovamente, in chiave gotica e medievaleggiante: fraseggi insistiti di chitarra acustica, arabeschi di organo e mellotron si sposano col basso di Pignatelli, liquido e ipnotico ai limiti del dub, e con una linea di sax d'estrazione jazz che poi prendono il sopravvento dando forma a una jam con gli assoli della chitarra di Morante che si alternano a quelli del sax e del synth, mentre la chiusura si ricongiunge all'incipit. "Blind Concert" riprende la nenia di "Suspiria" mixandola su un giro di basso disco-funk e corredandolo di screziature elettroniche quasi glitch ante-litteram, gli interventi discreti della chitarra elettrica e delle tastiere e i contro-break della batteria accrescono le inedite tonalità black.
Chiude "Death Valzer", che fa riferimento all'accademia di danza classica in cui si svolge l'intero film, e, nell'apparente spensieratezza mitteleuropea, insinua un sospetto terrificante: quali putrescenti orrori si celano in soffitta o negli scantinati dell'antico palazzo?

Con Suspiria, Argento suggellerà il passaggio dal thriller a un horror neo-gotico ed esoterico, mentre i Goblin raggiungeranno l'apice sperimentale della loro arte visionaria e orrorifica.

Zombi, gangster e bagarozzi

Sempre nel '77 esce La via della droga, altra interessante colonna sonora, suddivisa in 13 "sequenze" e incentrata su un bel tema psych-funky da "poliziottesco" all'italiana. Sarà ristampata dalla Cinevox nel 1999, a beneficio di una nuova generazione di cultori. Il main theme sarà poi incluso nella raccolta "Beretta 70", imperdibile antologia dedicata a quel filone, con estratti da soundtrack di Micalizzi, Bacalov, Frizzi, Trovajoli, Cipriani e fratelli De Angelis.

Ma i Goblin vogliono dimostrare di poter fare a meno del grande schermo. Così, perso per strada Guarini, nel 1978 il quartetto si lancia in un nuovo, ambizioso progetto. Il fantastico viaggio del bagarozzo Mark (titolo tra i più bizzarri di sempre!) presenta per la prima volta brani cantati (in italiano), con Morante che debutta alla voce e scrive tutti i testi. E' un album di puro e a tratti ingenuo prog, libero da costrizioni cinematografiche, seppur concepito come colonna sonora di un immaginario film di animazione, stile "Yellow Submarine" dei Beatles. Un concept-album, dunque, dedicato alle mirabolanti avventure del "bagarozzo Mark", abitante della terra di Goblin, a confronto con altre bislacche creature.
A episodi più marcatamente prog, in bilico tra magniloquenza à-la Elp e inflessioni blues-jazz ("Mark Il Bagarozzo", "Le cascate di Viridiana", "Terra Di Goblin") si alternano fiabe più orientate verso la canzone melodica ("Opera Magnifica") mentre i due incubi paranoici di "La Danza" e "Notte" saldano il debito con le soundtrack argentiane (e non a caso finiranno in due film: "Wampyr" di George Romero e "L'altro inferno" di Bruno Mattei). La conclusiva "...E Suono Rock" è quasi un omaggio all'idolo Keith Emerson, con Simonetti scatenato dietro le tastiere e il solito, implacabile tandem ritmico Marangolo-Pignatelli a pestare duro.
Il disco, futuro feticcio di culto per fan e collezionisti, segna in realtà il primo vero fiasco commerciale dei Goblin: l'impalcatura è quella ormai collaudata, ma la voce di Morante è sgraziata e certi suoni appaiono ormai inutilmente pomposi e stantii, nonostante qualche aggiornamento in salsa elettronica (in particolare, "Un Ragazzo d'Argento").

Il gruppo però non demorde e torna sugli scudi con le partiture per Zombi (Dawn Of The Dead). Un'opera centrale nella loro discografia, e non solo per il rilievo del film e del regista, un maestro dell'horror internazionale come George A. Romero. E' ovviamente Argento a fornire le "referenze" giuste all'illustre collega americano, che mette la musica di Simonetti e soci al servizio del suo grottesco grandguignol.
Le origini "nere" del mito dei morti viventi vengono celebrate in un'orgia di percussioni, urla disumane e volumi assordanti. I Goblin confermano il loro eclettismo, spaziando con nonchalance da galoppate rock imbottite di elettronica (la title track) a tiratissimi riff hard-rock ("Zaratozom"), dal piano honky tonk di "Torte in faccia" ai ritmi africani di "Safari", dal violino country-western di "Tirassegno" ai fraseggi pianistici di "Oblio" e "Risveglio".
Anche questa colonna sonora è stata poi riedita, vent'anni dopo, aggiungendo sette tra alternate take e bonus track alle tracce originarie.

Poi, però, alla prolificità si abbina anche la confusione. Carlo Pennisi imbraccia la chitarra al posto di Morante, in cerca di gloria solitaria sotto le insegne di Zerolandia. E la band sforna, con multiformi line-up, una raffica di nuove colonne sonore: Patrick, Buio Omega e Contamination in forma di quartetto (Pignatelli, Marangolo, Guarini e Pennisi), Squadra Antigangster e Antimafia con lo stesso assetto, salvo Simonetti al posto di Guarini. Ma si tratterà di lavori di secondo piano nella loro lunga parabola.

Spossati dalle estenuanti session in studio e logorati dai contrasti interni, con Marangolo e Pignatelli decisi a proseguire sulla strada della film music e Simonetti proiettato verso nuovi orizzonti sonori, i Goblin entrano in crisi, complice anche un periodo nero dei musicisti sul piano personale: nel giro di tre mesi muoiono i padri di Simonetti e Morante, insieme a quello di Cesare Andrea Bixio, produttore della band. "Ci siamo sciolti nel 1978 perché l'era del rock era terminata - spiegherà Simonetti - Il modo di fare musica era completamente cambiato. Da un lato noi eravamo atipici come gruppo, dall'altro la gente non era più interessata al rock progressive".
In realtà i Goblin non si sciolgono mai ufficialmente. Solo che ognuno dei componenti del gruppo prende altre strade. Simonetti, ormai una celebrità anche grazie alle sue apparizioni televisive, si trasforma in pioniere della italo-disco, confezionando alcuni lavori pregevoli (per Easy Going e Vivian Vee) e divertendosi persino in veste di cazzeggiatore puro con Claudio Cecchetto ("Gioca Joeur"). Morante azzarda una carriera da cantante, pubblicando tre album - Abbasso (1980), Corpo a corpo (1982) ed Esclusivo (1983) - prima di divenire session man di primo piano. Marangolo tiene alto il vessillo del progressive unendosi al Perigeo di Giovanni Tommaso e Danilo Rea.
In tutto questo bailamme, nessuno reclama il marchio Goblin ed è così Pignatelli ad appropriarsene, grazie a una clausola legale presente nel vecchio contratto.

Ritorno alle Tenebre

Lo storico logo dei GoblinMa la fine, per i Goblin, non è ancora arrivata. E il destino ha previsto una clamorosa rentrée, ancora una volta sotto l'egida dell'amico Dario Argento.
Ascrivibile in tutto e per tutto ai Goblin, ma uscita per motivi contrattuali a nome Simonetti-Pignatelli-Morante, la colonna sonora di Tenebre (1982) segna la svolta elettronica del complesso romano. Una rivoluzione già intuibile dal nuovo assetto, con Marangolo rimpiazzato dalle batterie elettroniche di Simonetti, ormai guru della nuova generazione del pop sintetico. Si può immaginare la reazione del progster medio di fronte all'incipit di vocoder e drum machine della title track... Più o meno la stessa che deve aver avuto Fabio Pignatelli, quando gli è stato proposto di riunire i Goblin: inizialmente restio a riunire il suo percorso con il nuovo asso della disco-music all'italiana, il bassista alla fine accetta, grazie anche all'intercessione di Argento, voglioso di ritrovare la formazione al completo. E l'amalgama, magicamente, torna. Con lo stesso regista, ormai quasi membro aggiunto della band, a intervenire in fase di taglio e montaggio. Ne nasce una sorta di horror-dance, sempre tesa, scattante e piena di colpi di scena, così come l'ottima pellicola.

La voce di Simonetti filtrata dal vocoder che pronuncia "Paura Paura Paura" è un nuovo lampo di genio in un main theme che decolla attorno ai cupi battiti della drum machine e a una sontuosa melodia sintetica. E' la chiave di volta dell'intero film. Dopo il prog, l'ensemble romano apre al cinema dell'orrore un nuovo orizzonte: quello dell'elettronica e del synth-pop, riuscendo ad aggiornare le sue atmosfere da tregenda al suono degli 80.
Ma il gruppo ritrova la vena migliore anche in altri episodi del disco, dalle gelide spirali elettroniche di "Gemini", col brivido sempre dietro l'angolo, all'epica "Flashing", costruita su gommosi strati di tastiere puntellati dal battito ossessivo della drum machine, dal piglio disco di "Lesbo" fino all'eterea (ma non meno angosciosa) music-box di "Slow Circus".
L'edizione completa è stata pubblicata dalla Cinevox nel 1997 aggiungendo 11 fra bonus track e alternate film version alle otto tracce dell'edizione originale.

Pur separati da idee e obiettivi contrastanti - con Simonetti ancora solista e Pignatelli fedele custode del marchio Goblin (nel 1982 con Maurizio Guarini, Mauro Lusini, Marco Rinalduzzi e Derek Wilson partecipa al fallimentare progetto di Volo, che strappa solo una sigla a Discoring) - i due cardini della band romana si ritrovano ancora, due anni dopo, per le musiche del nuovo film di Dario Argento. L'ambizioso e controverso Phenomena (1984) è probabilmente l'ultimo film di pregio del regista romano e forse anche l'ultimo acuto dei Goblin, ormai dediti a pieno titolo alla causa della musica elettronica, con synth e computer a corredo.
Simonetti cesella alle tastiere l'ipnotica partitura della title track, impreziosita dai vocalizzi del soprano italo-americano Pina Magri in un vorticoso crescendo dove s'inserisce anche un solo di chitarra. Pignatelli collabora invece alla stesura degli altri quattro brani originali: "Jennifer" si culla in una quiete minacciosa, "The Wind" chiama a raccolta gli spettri tra le gelide folate dei synth, con la Magri a scalare ancora le ottave, "Sleepwalking" è un bel numero di elettro-pop martellante e la sinuosità artefatta di "Jennifer's Friends" suggella al meglio la formula sintetica dei Goblin riemersi dalle Tenebre.
L'insolito tandem appare in forma, insomma, anche se Argento preferisce dosare con parsimonia i suoi pezzi nella pellicola, aggiungendone altri di Motorhead, Iron Maiden, Bill Wyman & Terry Taylor e Simon Boswell.

E' invece il solo Simonetti a partecipare al progetto splatter di Dèmoni, nuovo incubo di Argento, assistito da Lamberto Bava e dall'effettista Sergio Stivaletti, che dà vita alle omonime e - naturalmente - mostruose creature.
Stavolta la nuova frontiera è l'heavy metal, a cui il regista romano ha sempre strizzato l'occhio e che tracima letteralmente dalla pellicola, con brani di Motley Crue, Scorpions, Saxon, Accept. Ma l'inconfondibile tocco di Simonetti riesce a risaltare ancora: la galoppata di "Killing", l'abisso lugubre di "Threat" e "The Evil One", la malinconia crepuscolare di "Out Of Time" rinnovano quello che ormai è un vero marchio di fabbrica di ogni produzione sonora argentiana.

In realtà il cinema di Argento è ormai in caduta libera. "Meno idee e più sangue" sembra essere l'unica filosofia di film che hanno perso quasi del tutto la torbida magia del decennio precedente. Così anche Opera delude le attese, nonostante una colonna sonora di tutto rispetto. Anche stavolta Simonetti dà man forte con la delicata title track e altri tre brani ("Crows", "Confusion" e "Cosmo") ma alcuni suoi pezzi restano fuori per far spazio a contributi di autori internazionali come Bill Wyman & Terry Taylor, Roger Eno e Brian Eno.

Nel 1989 è il turno del solo Pignatelli, affiancato proprio dal nume di Simonetti, Keith Emerson, nelle musiche per un nuovo horror truculento della ditta Argento: La Chiesa. Il regista romano stavolta si ritaglia un ruolo da produttore, lasciando dietro la macchina da presa il giovane Michele Soavi. Il bassista dei Goblin riesce ad allestire le tipiche atmosfere tetre e sinistre della band, aggiungendo massicce dosi di enfasi mistica (la title track) e di demoniache suggestioni ("Possessione", "Lotte").

Fine del sonno

Negli anni 90 il laboratorio dei Goblin, di fatto, chiude i battenti. Escono solo delle antologie che ripescano e riciclano i vecchi successi, alimentando una fama ormai quasi maggiore all'estero che in Italia: The Goblin's Collection 1975-1989 (1995), The Original Remix Collection Volume 1 (1998), The Fantastic Journey Of Goblin (2000, con una registrazione live tratta da un concerto del 1979). E mentre i vecchi membri del gruppo proseguono altrove la loro attività di musicisti, Simonetti continua a correre da solo, fino al 2000, quando forma la sua nuova band: i Demonia.

Sono ormai 22 anni che la formazione al completo non esiste più, quando, all'improvviso, il lungo letargo finisce. Non ho sonno (2000) suona quasi come una chiamata alle armi e l'artefice non può non essere, ancora una volta, Dario Argento, nella sua ultima, orrorifica incarnazione. Un risveglio in grande stile, dunque, per un ensemble che si ritrova finalmente nella sua storica line-up, con Marangolo che torna dietro i piatti, ad affiancare Morante, Pignatelli e Simonetti, riavvicinando lo stile della band al sound degli anni 70, seppur debitamente aggiornato alle nuove tecnologie.

La chitarra graffiante di Morante si sposa ai virtuosismi pianistici e alle tastiere liquide di Simonetti nella title track, quasi una summa delle due principali anime dei Goblin (prog-rock ed elettronica). Questo mood energico domina anche altre tracce: l'hard-rock di "Killer On The Train" si staglia su un epico giro di basso, "Arpeggio-End Title" ripesca quasi il riff di "Profondo Rosso", "Death Farm" è un altro potente anthem giocato su ritmi e cambi di scena quasi death-progressive-metal, mentre un breve assolo percussivo di Agostino Marangolo scuote "Associated Dead". Le delicate ballad di "Endless Love", con i vocalizzi del soprano Vesna Duganova, e "Ulisse", con le tastiere sognanti di Simonetti e il sax fiabesco di Antonio Marangolo, sottolineano, invece, i momenti più riflessivi e malinconici.
Tutto ben fatto, sulla carta. Eppure a Non ho sonno manca qualcosa. Ed è lo stesso Simonetti a riconoscerlo: "E' stato una pura cosa tecnologica, nulla di più. Assolutamente senza alcun tipo di feeling. Una cosa fredda, insomma". Da qui, complice anche una incomprensione con Pignatelli su una tournée americana, la sua sentenza di morte sull'intero progetto Goblin: "E' l'ultima cosa che facciamo insieme per quanto mi riguarda. Già ci eravamo sciolti perché non andavamo d'accordo... A distanza di oltre 20 anni non è cambiato niente. E' proprio un problema di rapporti a livello umano".

Simonetti proseguirà la sua corsa nei non meno tenebrosi Demonia, tra nuove suggestioni gothic e ripescaggi dal vecchio repertorio dei Goblin, con tanto di alternative version e performance live.

Nel 2005 Morante e Pignatelli rispolverano il glorioso marchio per Back To The Goblin. Ad accompagnarli sono stavolta Agostino Marangolo e lo storico "quinto Goblin", Maurizio Guarini. Tornano le loro tipiche ambientazioni a tinte fosche, con gli ingredienti di sempre: chitarre acuminate, drumming da epilessi, più il solito assortimento di tastiere, Hammond, moog e organi a canne. Gli oscuri anfratti di "Hitches", le sincopi funky di "Sequential Ideas", le suggestioni esotiche di "Japanese Air" e il rock classicheggiante di "Magic Thriller" tentano di riportare in vita le loro tipiche architetture, innervate da un piglio molto più hard sottolineato soprattutto dagli interventi di Morante. Ma troppo spesso il suono resta imprigionato in cliché fin troppo consolidati, rifugiandosi spesso nel mestiere.
Nello stesso anno la band viene celebrata con la prima monografia ufficiale, firmata da Giovanni Aloisio, e con l'apertura del primo sito ufficiale, intitolato proprio Back To The Goblin.

Dopo 32 anni di assenza dal palco, i vecchi compari - ormai orfani di Simonetti - tornano in tour nel 2009, assestandosi in un quintetto: Fabio Pignatelli, Massimo Morante, Maurizio Guarini e Agostino Marangolo più la new entry Aidan Zammit. E mentre il tema di "Profondo Rosso" diviene persino una suoneria di successo per telefonini e una nuova generazione di fan si avvicina alla loro musica, i Goblin, così come il loro mentore Argento, assurgono a icone definitive di un periodo e di uno stile ormai pienamente compresi nella loro grandezza.

Contributi di Simone Coacci ("Suspiria")

BIBLIOGRAFIA

Goblin - Una band storica, a cura di Massimo Ferrara (con la collaborazione di Demetrio Cutrupi)

Goblin

Profondo rock

di Claudio Fabretti

Con le loro atmosfere da tregenda, tra giri di organo sinistri, ritmi snervanti e crescendo progressivi, i Goblin sono divenuti gli oscuri strumenti delle visioni orrorifiche di Dario Argento. Inventando un nuovo modo di musicare il cinema del brivido che li ha portati alla ribalta anche all'estero. Ripercorriamo la storia di Simonetti & C. dal prog degli esordi all'elettronica degli 80, fino alla ..
Goblin
Discografia
 GOBLIN
 
   
Profondo Rosso (Cinevox, 1975)

8

Roller (Cinevox, 1976)

7,5

Suspiria (Cinevox, 1977)

8,5

 Il Fantastico viaggio del bagarozzo Mark (Cinevox, 1978)

6

 La via della droga (Cinevox, 1978)   6,5
Zombi (Cinevox, 1978)

7

 Amo non amo (Cinevox, 1979) 
 Patrick (Cinevox, 1979) 
 Squadra Antigangsters (Cinevox, 1979) 
 Greatest Hits (antologia, Cinevox, 1979) 
 Blu Omega (Cinevox, 1979) 
 Squadra antimafia (Cinevox, 1979) 
 Contamination (Cinevox, 1980) 
 Volo (Cinevox, 1982)

5

 Il Ras del quartiere (Cinevox, 1983)  
 Notturno (Cinevox, 1983) 
Phenomena (Cinevox, 1984)

7

 Greatest Hits (antologia, Cinevox, 1987)  
 La Chiesa (Cinevox, 1989) 

6

 Solamente Nero (Lucertola Media, 1995) 
 The Goblin's Collection 1975-1989 (antologia, Cinevox, 1995) 
 The Original Remix Collection Volume 1 (antologia, Cinevox, 1998) 
 Non ho sonno (Cinevox, 2000)    6,5
The Fantastic Journey Of Goblin Vol. 1 (2xcd, antologia, Cinevox 2000) 
  Back To The Goblin 2005 (BackToTheFudda, 2005)

5

The Best Of Goblin (2xcd, antologia, Cinevox 2006) 
 The Fantastic Voyage Of Goblin The Sweet Sound Of Hell (antologia, Bella Casa, 2007) 
   
 SIMONETTI-PIGNATELLI-MORANTE 
   
Tenebre (Cinevox, 1982)

8

   
 CHERRY FIVE  
   
 Cherry Five (Cinevox, 1974)  
   
 CLAUDIO SIMONETTI 
   
 Claudio Simonetti (Banana Records, 1981) 
 Sanremo Dance (Gale Italiana, 1983) 
 Skywalker (Gale Italiana, 1985) 
 Del Mio Meglio (antologia, Fontana, 1988) 
 Evil Tracks (Rca, 1991) 
 Simonetti Horror Project (Discomagic Records, 1991) 
 Days Of Confusion (Discomagic Records, 1992) 
 Music From Dario Argento's Horror Movies (Vivi Musica, 1993) 
 X-Terror Files (Polygram Italia, 1996) 
 The End Of The Millenium (Self Distribuzione, 1997) 
 Aenigma/ Conquest/ Morirai A Mezzanotte (Beat Records Company, 1998) 
 1990 : I Guerrieri Del Bronx/ I Nuovi Barbari (Beat Records Company, 2000)

 

 Conquest/ Amulett Des Bösen (CMV Laservision, 2003)

 

 Demoni (Deep Red, 2003)

 

 La Terza Madre (Deep Red, 2007)

 

   
 MASSIMO MORANTE

 

   
 Abbasso (Bubble, 1980)

 

 Corpo A Corpo (Zerolandia, 1982)

 

 Esclusivo! (Zerolandia, 1983)

 

   
 REALE IMPERO BRITANNICO 
   
 Perché si uccidono (Cinevox, 1976)

 

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(1977 - Cinevox)
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