Demoni e altre creature
di Michele Savoldi
Talvolta mi capita di comporre colonne sonore per produzioni indipendenti canadesi, pellicole (consentitemi una definizione nostalgica/analogica non corrispondente al vero) di stampo thriller/horror, ispirate alla tradizione cinematografica italiana degli anni Settanta. Dunque dialogare amabilmente con un mito vivente come il Maestro Simonetti in persona è stata per me un’emozione forte accompagnata da una piacevole sorpresa: Claudio Simonetti non è un artista che, forte della sua fama e delle sue doti, crea un (comprensibile) distacco con il suo interlocutore. Al contrario, mi è sembrato di conoscerlo da tempo e il dialogo che segue non è solo una semplice chiacchierata promozionale. È un racconto di vita vissuta, il racconto di un’epoca che non esiste più ma che allo stesso tempo accompagna e allieta le vite di tantissimi fan della musica del Maestro Simonetti.
Ciao Claudio, stai sfruttando questo periodo bizzarro a livello creativo?
Eh sì, cerchiamo di lavorare in studio e fare nuove produzioni in attesa che si sblocchi tutto, anche se mi sa che sarà lunga e dura. Però è giusto avere un po’ di fiducia e ci riusciremo.
Nel 2020 è uscita la nuova edizione di “Profondo Rosso” per il 45° anniversario. L’anno precedente era uscito “The Devil Is Back” e “The Very Best Of”: cosa possiamo aspettarci dai Claudio Simonetti’s Goblin?
Sono anche usciti altri due miei album, uno è “Dèmoni”, per il suo 35° anniversario, uno special box come “Profondo Rosso” che è uscito sia come normale Lp che come box con vari gadget: addirittura in alcune versioni è uscito con la maschera originale del film!
L’ho rivisto ieri sera, era davvero estremo e visionario quel film!
Beh, è uno dei film cult di questo genere in tutto il mondo. Infatti quando noi facciamo tour e vendiamo il merchandise, una delle cose che va per la maggiore è proprio la roba legata a “Dèmoni”. Poi in questi giorni è uscito “Vendetta dal futuro” in Lp, tratto dall’omonimo film di Sergio Martino, “Hands Of Steel”, che abbiamo pubblicato in quanto molto richiesto. Sto cercando di ristampare tutte le colonne sonore di film anche meno conosciuti che però hanno un grande seguito presso il pubblico che conosce queste cose.
Ecco, in questa bizzarra epoca digitale tu ci confermi che l’approccio fisico alla musica è ancora molto importante, giusto?
Certo, è bello questo ritorno del vinile che ha portato un po’ di aria fresca e di ossigeno al moribondo mondo discografico. Meno male, dato che penso che per il cd sia finita e il vinile è una cosa bella, chi fa collezionismo non può che amare questo ritorno.
Cosa ci racconti del live in studio andato in onda il 18 di marzo?
È venuto molto bene, lo ha montato il batterista Federico Marangoni insieme a Cecilia Nappo (la bassista, ndr): abbiamo lavorato nel loro studio a Viterbo suonando dal vivo tutti i pezzi più importanti, cosa fatta anche per dare un supporto alla band visto che siamo fermi da tempo. Poi la gente potrà scaricare file audio e video per soli 10 euro, dunque per chi ama davvero queste cose e vuol dare una mano, sarà a disposizione in modo da poterlo riascoltare e rivedere. Inoltre c’è il debutto del nostro nuovo chitarrista (Bruno Previtali, ndr) che potrete vedere per la prima volta “dal vivo” in studio.
Parliamo di due generi cinematografici che hanno reso famosa l’Italia nel mondo: l’horror e i poliziotteschi…
Non dimentichiamoci anche il western e i film storici, i Peplum! Gli italiani sono sempre stati molto bravi a replicare i grandi successi americani, abbiamo cominciato con il Far West e con Sergio Leone e poi i Peplum, film storici sugli antichi romani… Diciamo che sono generi che poi sono diventati “italiani”, gli Spaghetti Western così come il giallo: termine che è molto usato in America ma che viene dall’italiano, dalle copertine gialle dei volumi Mondadori. Poi c’è Dario Argento che è stato un precursore dato che ha sdoganato il thriller in Italia, non parliamo di horror perché non erano proprio horror i suoi film all’inizio.
Dunque parlando di thriller/gialli e di un ambito a me molto caro, il poliziottesco, come compositore qual era il tuo approccio quando c’era da fare la colonna sonora?
Poliziotteschi ne abbiamo fatti ben pochi: “Squadra Antimafia”, “Squadra Antitruffa” e “La Via della Droga”. Eravamo meno condizionati rispetto all’horror e quindi potevamo sbizzarrirci facendo pezzi jazz, fusion, rock, facendo quello che ci pareva. L’horror no, ha un suo canone ben preciso che bisogna seguire.
Parlando di due leggende con cui tu hai lavorato, vale a dire George Romero e Dario Argento, quali differenze hai riscontrato nel loro approccio alla colonna sonora?
Innanzitutto devo dire che noi all’epoca Romero non l’avevamo conosciuto dato che lavorammo in Italia quando Dario Argento ci chiese di riscrivere le musiche per “Zombie”, perché secondo lui quelle americane non erano belle ed effettivamente non lo erano. Si trattava di musiche prese da libraries, molto vintage e perciò noi abbiamo riscritto completamente la colonna sonora qui in Italia: il film aveva già avuto un grande successo in America ma poi con la nuova versione di Dario Argento, la nostra musica e un taglio di circa venti minuti di film, la pellicola ottenne un grande successo in tutto il mondo. Ma, ripeto, non ho mai avuto modo di confrontarmi con Romero, se non quando lo conobbi nel 2016 al Film Festival di Lucca: per la prima volta ci siamo incontrati, abbiamo passato un pomeriggio insieme e gli ho chiesto come mai avesse scelto quel tipo di musica. Lui rispose che era sua intenzione dare al film un taglio un po’ retrò, ma che effettivamente la nostra musica gli aveva conferito una vitalità diversa. Ho avuto questa soddisfazione e un anno dopo, poveretto, se n’è andato e noi non sapevamo nemmeno che stesse male…
Invece Dario Argento?
Beh, con Dario sono 46 anni che ci conosciamo, lo incontrammo nel 1975 per “Profondo Rosso”, quando lui ci scelse per fare la colonna sonora del film: lui ci dava delle indicazioni, ci faceva ascoltare un sacco di musica e poi noi più o meno ci adeguavamo a quello che desiderava lui, mettendoci però il nostro stile. In seguito – tranne che per “Suspiria” che era un lavoro per il quale Dario teneva molto che fossero seguiti certi canoni – da lì in poi, anche quando il gruppo si è separato, ho lavorato da solo con Dario Argento per molti film, ottenendo carta bianca, dato che la fiducia c’era, sono stato fortunato!
Tu che hai vissuto l’epoca d’oro della strumentazione analogica, come ti approcci al digitale in fase di composizione e di registrazione? Pregi e difetti?
Beh, innanzitutto devo dire che sono stato un precursore del digitale: già nei primi anni Settanta avevo il MiniMoog e poi ho iniziato ad acquistare sintetizzatori Roland e Yamaha; ho iniziato a studiare programmazione di computer nel 1983 e il primo film a cui ho lavorato col computer fu “Phenomena” nel 1984! Sono sempre stato un futurista in questo senso, mi sono sempre adeguato e ho anche preceduto i tempi; in fondo non è diversa la lavorazione: io comunque suono ma registro in digitale invece che in analogico. È più comodo, devi pensare che una volta dovevi andare in studi molto costosi per fare una colonna sonora laddove oggi a casa con uno studio bello e adeguato puoi fare tante cose che all’epoca erano impensabili. Io oggi registro solo a casa, tranne quando devo registrare grosse cose con l’orchestra oppure batterie e chitarre vere, in quel caso andiamo in studi un po’ più grossi. Ma in linea di massima i lavori li registro e li mixo da me. Però tuttora, pur utilizzando il digitale, adopero rigorosamente un mixer analogico.
Ah ok, questo è un dettaglio non indifferente…
No no, a me non piacciono i mixer digitali: uso ProTools, Logic e via dicendo ma alla fine io ho il mio Soundcraft 32 canali analogico, quando entro lì cambia proprio tutto.
Che musica ti piace ascoltare, oggi, quando sei libero – raramente immagino – dai tuoi impegni musicali?
Mah, io ascolto un po’ di tutto, non sono mono-genere e unilaterale: posso ascoltare dagli Slipknot a Whitney Houston… Manco a farlo apposta, poco fa ho ascoltato due dischi con il giradischi: uno era un vecchio album degli Earth, Wind And Fire e poi un vinile di John Carpenter che mi è arrivato da poco a casa.
L’hai mai incontrato di persona John Carpenter?
Come no, lo conosco abbastanza bene. Ci siamo conosciuti grazie a un bellissimo incontro nel 2013. Fu molto divertente perché quando ci siamo presentati, lui mi ha guardato e mi ha detto: “Guarda, non ti preoccupare perché io ti conosco bene, ti ho rubato tutti i pezzi”! (Risate)
Per “Halloween”, in effetti, lo aveva dichiarato…
Sì, di essersi ispirato… Poi dopo, qualche anno fa, ha fatto un concerto qui all’Auditorium di Roma e mi ha invitato. Io sono andato a sentirlo, si è esibito col suo gruppo e col figlio che – tra parentesi – io conobbi a Bruxelles quando era quindicenne, insieme alla madre Adrienne Barbeau, una delle attrici che faceva film con lui.
Quali consigli daresti a chi, in questa epoca davvero difficile sotto tanti punti di vista, volesse provare a lavorare in ambito di colonne sonore?
Guarda, lavorare con le colonne sonore oggi è diventato un business quasi inesistente: film non se ne fanno più e se si fanno i rientri sono ben pochi, purtroppo la gente non lo sa, ma Sky, Netflix e via dicendo pagano una miseria, veramente. Non essendoci poi più il cinema… A parte la pandemia, il cinema era già in crisi e i film italiani non hanno più grosse distribuzioni. Mentre negli anni Settanta noi facevamo i film con Dario Argento, Lamberto Bava, Lucio Fulci, i film uscivano e facevano botteghino al cinema perché i cinema erano di privati, ogni proprietario aveva il suo cinema: non erano condizionati dalle major che dicevano loro quello che avrebbero dovuto proiettare. Oggi invece tutte le multisale sono in mano a chi decide quali film mettere, per cui difficilmente un film, anche se bello, viene distribuito nelle grandi sale. Specialmente quelli italiani, a meno che non siano le solite commedie stile cinepanettone e cose del genere. Quindi non essendoci più un grosso rientro, i Dvd non si vendono più, le televisioni pagano poco e le produzioni sono sempre di meno: fanno un sacco di film, certo, perché grazie alla tecnologia chiunque può fare un film comprandosi una bellissima telecamera o affittandola. Però devo dire che il livello è molto basso, è tutto visto e rivisto senza quella genialità che c’era una volta… Ogni tanto mi propongono qualche film ma è tanto che non lavoro più col cinema perché non trovo più niente di interessante.
Come compositore, di recente ho apprezzato il tuo “mettere in chiaro le cose” riguardo la faccenda “Gioca Jouer”…
(Risate) Sì, perché non ne posso più! Ho visto l’ennesima intervista di Cecchetto dove lui mi ignora completamente… Ma porca miseria, io non è che voglio dire niente perché me lo dicono anche gli altri: il successo di quel pezzo è la musica, non “giocare”, “dormire”, è quella tarantella pappa-para-papà che fa andare il pezzo! Raramente lui si è sbilanciato e ha detto che la musica era mia, ma leggere un articolo sul Giornale in cui dice “ho fatto questo e ho fatto quello” senza citare né me né il produttore Giancarlo Meo col quale abbiamo prodotto il disco… Tuttora è di nostra proprietà e non sua! Forse lui non lo sa o non lo dice, ma quando ha rifatto tutte le sue versioni non ha mai usato quella originale perché è di mia proprietà! Mia e di Giancarlo Meo che – tra parentesi – fu quello che diede il nome al pezzo, Cecchetto non sapeva come chiamarlo e Giancarlo suggerì Gioca Jouer. Se dovessimo ristampare il disco noi potremmo farlo, lui no.
Infatti io ho il mitico 45 giri e sull’etichetta, nero su bianco, ci sono i vostri nomi!
(Risate) Certo, questa è un’altra cosa che non gli è mai andata bene perché chiaramente lui non ha i diritti musicali bensì quelli del testo, che sono inferiori… Comunque è unica volta che ho collaborato con lui, poi non abbiamo fatto più nulla insieme.
Sei ancora in contatto con altri membri dei Goblin?
No, purtroppo con loro no, abbiamo chiuso i rapporti inesorabilmente.
Quale saluto e messaggio di speranza manderesti ai lettori?
La verità non la sapremo mai a proposito di questo circo mediatico, io ho vissuto un’epidemia nel 1968 che fu enorme, quasi come questa. Se tu vedi i telegiornali dell’epoca, non si faceva tutto questo casino, andava tutto da sé: l’uomo per secoli ha affrontato la peste, il colera, il tifo e ne è sempre uscito fuori. Certo, lo so che le vittime ci sono, non ci si può fare nulla, però non è secondo me chiudendoci tutti in casa che si ha la soluzione: questo ci porterà al non morire di Covid ma a morire per altri motivi, la faccenda non mi piace. Cosa cambia? Nulla, io credo che la cosa migliore sia trovare la cura perché pure i vaccini lasciano il tempo che trovano: quanto può durare un vaccino? Tre o quattro mesi, poi cambia tutto. Quando riapriranno i cinema, voglio vedere qual è quella famiglia con figli che ci andrà senza essere preda della paura creata da questo lavaggio del cervello. I teatri, poi, vogliono riaprirli con il 25% dei posti: dunque in un teatro da 200 posti entrano 50 persone, non ci pagano nemmeno le spese! Infatti molti non riapriranno più.
Chissà se un giorno ci faranno un film apocalittico con una musica adeguata…
Beh, guarda, già li hanno fatti: “Contagion”, “Virus”, “Contamination” e via dicendo, qualcosa hanno previsto. Poi c’è stato uno che ha previsto tutto, si chiamava Orwell e nel 1948 scrisse quel libro intitolato “1984”.
Invertendo le due cifre…
Le ha invertite e ha scritto un libro in cui si narra che saremmo stati dominati e sottomessi da un potere forte, mi sembra che forse abbia sbagliato di 40 anni, però.
Glielo perdoniamo!
(Risate) Infatti non vedremo più il Grande Fratello solo in televisione ma lo stiamo già vivendo noi.
(04/04/2021)
***
| Un brivido lungo la tastiera
di Claudio Fabretti
Pochissimi musicisti italiani sono riusciti a legare indissolubilmente il loro nome a un suono e a un’epoca, reinventandosi al contempo in nuove e disparate esperienze musicali. Tra questi c’è senz’altro Claudio Simonetti, compositore, arrangiatore, tastierista e produttore, nato a San Paolo del Brasile, ma romano a tutti gli effetti. Il suo percorso è una sfida continua: dagli esordi all’insegna del prog sinfonico con Il Ritratto di Dorian Gray alla consacrazione rock con i Goblin, in una magica sequenza di colonne sonore al fianco dell’amico Dario Argento ma anche di altri maestri del brivido. Con una incursione ad effetto nella discomusic tricolore e un ritorno di fiamma tra le tenebre nel gotico metallico dei Daemonia. Il tutto sorretto da un talento scritto nel Dna familiare, ma forgiato alla dura scuola della Classica e del Conservatorio. Dopo un lungo pedinamento, lo abbiamo raggiunto per un’intervista a tutto campo. Sulle tracce di una storia ormai quasi quarantennale, all’insegna della preveggenza e dei continui colpi di scena. Hai una formazione classica, ma è con il rock che hai fatto conoscere al pubblico il tuo talento di musicista e compositore. Com’è nata questa passione? Avevi qualche idolo rock all’inizio della tua carriera? Ho appunto cominciato a studiare il pianoforte a otto anni, anche se poi, anche grazie al periodo dei Beatles e Rolling Stones, mi sono avvicinato di più alla musica suonando la chitarra nei complessini dell’epoca e contemporaneamente verso i 12 anni mi sono iscritto al Conservatorio di Santa Cecilia di Roma dove ho studiato pianoforte e composizione. Ho avuto parecchi gruppetti ma Il Ritratto di Dorian Gray è stato il mio primo vero gruppo. Abbiamo avuto due formazioni. Inizialmente eravamo: Roberto Gardin e Fernando Fera alle chitarre; Walter Martino alla batteria; io all’organo Hammond e Luciano Regoli, era il cantante. Suonavamo cover di vari gruppi dell’epoca quali Deep Purple, King Crimson, Yes ecc. e abbiamo partecipato al Festival Pop di Caracalla del 1971. Poi il gruppo si è sciolto, ma io e Walter abbiamo chiamato il bassista-cantante Massimo Giorgi e abbiamo riformato Il Ritratto di Dorian Gray nella formazione a tre (tastiere, batteria e basso). Siamo stati tra i primi a proporre il rock sinfonico nel nostro paese ispirandoci soprattutto ai Nice e agli Emerson, Lake & Palmer. Ci puoi raccontare come cominciò il tuo sodalizio con i Goblin, agli inizi degli anni Settanta? I cultori delle vostre musiche, però, hanno quasi sempre un “debole” per altri tre album, “Suspiria”, “Roller” e “Tenebre”. Per quest’ultimo ci fu anche un problema di copyright, tanto che uscì a nome Simonetti-Morante-Pignatelli. Ci puoi parlare di questi tre progetti, che sintetizzano al meglio la vostra anima più sperimentale? Da ex-bambino degli anni Settanta, cresciuto con “Gamma” e con i temi musicali di tuo padre Enrico, non posso non chiederti qualcosa di lui. Che ricordo ne hai? E cosa provi, oggi, a vedere una nuova generazione scoprire su YouTube le sue musiche? Mi ricordo anche un Claudio Simonetti molto presente nei programmi televisivi dell’epoca. Oggi non appari più perché non ti interessa farlo o non ti piace più la televisione che si fa in Italia? Sicuramente meno nota, ma non certo secondaria, è la tua anima “dance” e “italodisco“, che si è concretizzata soprattutto con gli Easy Going, ma anche nelle collaborazioni con Cecchetto, Vivien Vee e altri nomi di quella scena. Un fenomeno che oggi sta vivendo un inaspettato revival soprattutto all’estero, mentre in Italia, paradossalmente, è sempre trattato con un po’ di puzza sotto il naso. Che ricordo conservi di quella realtà? Un discorso parallelo si può fare sul cinema di genere italiano degli anni Settanta (horror, poliziesco, thriller): apprezzatissimo all’estero, venerato persino da un maestro come Tarantino, ma ancora guardato con diffidenza qui. Tu che con le tue musiche hai dato un contributo importante a certa filmografia italiana del periodo, cosa pensi abbia rappresentato quella stagione e cosa ne resta oggi? Ho letto che – insieme a tua sorella Simona – hai diretto un cortometraggio, “The Dirt”. Un’esperienza isolata oppure vedi un futuro per te anche dietro la macchina da presa? Quali sono i tuoi registi preferiti oggi? Su “La Terza Madre” hai per la prima volta (oltre ai due episodi di “Masters Of Horror”) usato un grande coro con l’orchestra sinfonica. Che esperienza è stata? E a cosa ti stai dedicando, in particolare, in questi ultimi anni? (Settembre 2009) |