27/04/2007

Bob Dylan

DatchForum, Assago (Milano)


di Gabriele Benzing
Bob Dylan
Il Circo Zimmerman è tornato in città. Venite, signore e signori, ad ammirare il trovatore-cowboy sopravvissuto alla storia del rock. Qualcuno ha ancora il coraggio di attendersi sorprese dal vecchio menestrello perennemente on the road e dai suoi fidati pards?
Reciterà sardonico “Like A Rolling Stone” come se fosse un motivo imparato a memoria da ragazzo. Lascerà ardere le chitarre in “All Along The Watchtower” come se stesse eseguendo una cover di Hendrix. Sciorinerà “Highway 61 Revisited” come se si trattasse di uno standard blues.
Eppure.
Eppure quando il suo sguardo dardeggia nell’oscurità avvolto da un fascio di luce color rame, inoltrandosi tra le cartoline dell’impiccato ed i passaporti bruni del vicolo della desolazione, saresti pronto a giurare che qualcosa sta davvero accadendo qui ed ora. Poi il turbine dei versi lo riporta lontano, in un sipario dove le parole di un tempo non sembrano altro che un rauco flatus vocis. Ma non puoi negare che, almeno per un istante, Bob Dylan ti è apparso spogliato della sua maschera, la sua voce ti ha inchiodato di nuovo ad una verità che sembrava dimenticata. E allora comprendi all’improvviso perché ti sei ostinato a tornare ancora una volta ad assistere al suo infinito minstrel show itinerante.

Annunciato dalla consueta, autoironica fanfara, Dylan entra in scena nel suo completo scuro da vecchio signorotto del West, i baffetti affilati ed il cappello bianco calcato sulla testa. Il suo non è semplicemente il vezzo di un’apparenza dai contorni anacronistici, è più al fondo il desiderio di rappresentare la memoria di un tempo che non esiste più: non l’America del presente e nemmeno quella di Woodstock, ma quella di Huckleberry Finn e di Tom Joad.
Stavolta, però, c’è una novità: Dylan imbraccia di nuovo una chitarra, dopo essere stato costretto dagli acciacchi dell’età ad abbandonarla negli ultimi anni in favore delle tastiere. La suonerà per i primi cinque brani del concerto, prima di tornare a curvarsi sulla sua pianola per il resto della serata.
L’apocalittica nursery rhyme di “Cat’s In The Well” riscalda con il suo scalpitante boogie l’atmosfera di un Forum di Assago ben lontano dal sold out, nonostante i fiumi d’inchiostro che hanno preceduto come sempre lo sbarco di Dylan in Italia. La sua voce è come una lama di rasoio, pronta ad immergersi nei riflessi scarlatti di una rocciosa “It Ain’t Me, Babe” e nei marcati accenti blues di una beffarda “Just Like Tom Thumb’s Blues”. Sembra gustare ogni parola quando rincorre la potente resa elettrica di “It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding)”. Sembra sorridere sotto i baffi quando trasforma “To Ramona” in un valzer popolare e “I’ll Be Your Baby Tonight” in un coro festoso, immaginandosi nei panni del musicante di una sagra di paese.

La scaletta non riserva sorprese, sintomo di un repertorio che ha finito per sclerotizzarsi sempre più sui classici degli anni Sessanta: se ne compiacerà probabilmente Fernanda Pivano, adagiata nel palco vip come una vestale di utopie consumate dal tempo, ma la personalità irrequieta di uno come Dylan sembra dibattersi in una gabbia dorata. E lasciamo perdere una volta per tutte il luogo comune secondo cui Dylan renderebbe sempre irriconoscibili i propri brani: è da un pezzo, ormai, che Mr. Zimmerman sembra voler assecondare sin troppo le attese di chi viene ad ascoltarlo con la mente ingombra di stereotipi.
La band marcia su meccanismi troppo oliati per stupire, imbastendo con Denny Freeman una trama di ridondanti assolo lungo le strade familiari di brani come “Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again” e “Most Likely You Go Your Way (And I’ll Go Mine)”. La voce di Dylan, dal canto suo, alterna rantoli e latrati con la sua magnetica asprezza, ma se in studio riesce a cogliere le sfumature di un crooning fascinoso, sul palco tende a cedere a tratti ad un eccesso di enfasi.

Sulle danze di “Spirit On The Water” e “When The Deal Goes Down”, Dylan sfodera lampi di armonica e caroselli di organo da giostra, coinvolgendo la platea nelle sue storte movenze chapliniane al ritmo di “Thunder On The Mountain”. E quando arriva l’ombra crepuscolare e tagliente di “Nettie Moore”, il fremito di malinconia del violino di Donnie Herron trafigge il cuore con uno struggimento ancestrale. Sembra sbucare dalla voce remota di un folksinger appoggiato alla baracca di un campo di cotone, quella storia che parla di rimpianto, strade vagabonde e peccati da scontare: i fantasmi di Lost John e Nettie Moore donano a Dylan le loro lacrime per condurlo lontano dalla follia dei tempi moderni.
Non è un caso che il momento più intenso della serata provenga dalle pagine di “Modern Times”. Di certo ognuno dei presenti ha in testa l’immagine del proprio Dylan. Un’immagine sempre diversa dalla realtà, un’immagine sempre impossibile da soddisfare: monotono per gli adepti, enigmatico per i profani. “No, non sono io quello che stai cercando”, ripete Dylan per l’ennesima volta. Come ha dichiarato recentemente, per lui quello tra l’artista ed il pubblico non è un rapporto tra amici, è più come fermarsi ad ammirare un quadro di Van Gogh. Dylan non è mai quello che vorremmo che fosse. Ma non è forse per questo che vale ancora la pena di presentarsi al cospetto di questo azzimato cowboy dal volto solcato di rughe?
Setlist
1. Cat’s In The Well
2. It Ain’t Me, Babe
3. Just Like Tom Thumb’s Blues
4. It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding)
5. To Ramona
6. Rollin’ And Tumblin’
7. Spirit On The Water
8. Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again
9. Desolation Row
10. I’ll Be Your Baby Tonight
11. When The Deal Goes Down
12. Most Likely You Go Your Way (And I’ll Go Mine)
13. Nettie Moore
14. Highway 61 Revisited
15. Like A Rolling Stone

encore

16. Thunder On The Mountain
17. All Along The Watchtower
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