24/07/2012

Anna Calvi

Circolo degli Artisti, Roma


di Claudio Fabretti
Anna Calvi
Premessa doverosa: non si può organizzare un concerto in un locale chiuso e piccolo come il Circolo degli Artisti, a Roma, in piena canicola di luglio. Anche se, in fondo, è uno dei giorni meno torridi di questo mese infernale e un refolo di aria condizionata cerca di salvare i presenti. In realtà, non si respira e l'effetto-serra costringerà molti spettatori ad allontanarsi dal palco, in cerca di ossigeno. Il Circolo non ha colpe, anzi, ha avuto il merito di sobbarcarsi in poche ore l'allestimento di un evento così atteso, dopo la decisione repentina - e anche meteorologicamente sciagurata - di spostare il concerto dal Parco San Sebastiano alla nuova location, a causa della (mal)prevista pioggia. Le uniche gocce cadute sono state quelle di sudore degli astanti, musicisti inclusi, costretti a una gara di resistenza fisica prolungata, tra le mura del locale.

Archiviata con simpatia l'umile e dignitosa solo-performance di Vera Di Lecce, voce dei Nidi D'Arac, a base di chitarra e voce campionata, l'attesa in sala-fornace si fa insopportabile e c'è chi perde la pazienza. "Mo' deve fa' la diva de Hollywood... ma se sbrigasse a suona'!", ulula un vocione nelle retrovie. Una "contestazione" che resterà isolata, però, perché al resto dell'audience Anna Calvi fornirà l'impressione opposta: poche pose e molta sostanza, in un set di poco più di un'ora che scandaglierà praticamente per intero il suo acclamatissimo debutto omonimo, regalando anche qualche cover-chicca a corredo.

Quando finalmente si scorge la bionda chioma in prossimità del palco, l'entusiasmo, unito allo sfinimento per il caldo, genera un'euforia collettiva incontrollata. Anna Calvi ne è quasi sorpresa, mentre attacca "Rider To Sea", l'opening-track dell'album, pizzicando le corde della sua chitarra twangy per rinnovare il rituale di questo desertico western-noir strumentale. Al suo fianco, il batterista Daniel Maiden Wood e Mally Harpaz che si destreggia tra harmonium, bass pedal e percussioni. È l'introduzione ideale alla musica della cantautrice inglese. Una musica intrisa di tensione sottopelle, maliarda e sensuale in una "No More Words" da antologia, con quel suo sussurro straniante che si gonfia via via, e addirittura commovente nella pazzesca cover di "Surrender", la "Torna a Surriento" riletta in inglese da Elvis Presley, che, tra le possenti corde vocali della Calvi, si trasforma in una torch-song al cardiopalmo.

L'entusiasmo è alle stelle, anche se la ragazzina parla poco, avvinghiata alla Telecaster come fosse il suo scudo, con il sudore che le imperla la fronte e le stravolge l'acconciatura. Eppure, la timidezza che da sempre la contraddistingue non nuoce alle sue qualità di performer in costante crescita. Sul palco si muove poco, ma senza impacci, malgrado i tacchi a spillo: ostenta, anzi, un'altera consapevolezza che si approssima molto a ciò che si definisce "carisma". Algida e irruenta al contempo, nei suoi ventinove anni di riccioli biondi e labbra scarlatte, irretisce il pubblico sibilando qualche "thank you" con voce sottile o un maccheronico "come stai?", lasciando intendere che i suoi legami con l'Italia non hanno nella lingua il punto di forza. Poi spara a tradimento la pallottola infuocata di "Desire", con la sua carica blues peccaminosa che detona nell'impasto tra voce e drumming in un crescendo vorticoso. È il delirio, e forse tanto entusiasmo nella sua "seconda patria" non lo aveva ancora visto.
Stupisce, oltre alla potenza, il controllo di un canto insieme roboante e cristallino, che non le sfugge mai di mano. Salvo quando, su "Suzanne And I", stupefatta forse dal coro fragoroso del pubblico, si lascia scappare una risatina, per riprendere poi il filo di un'altra delle sue turgide liturgie rock, sospese tra peccato e redenzione. Non a caso, uno che della materia se ne intende, come Nick Cave, l'ha subito voluta con sé sotto l'egida dei Grinderman (ma in realtà, se la contendono tutti: dopo gli elogi sperticati di Brian Eno, anche Jim Kerr ci ha recentemente confidato di avere un debole per lei).

Charme femminino spigoloso e d'indecifrabile collocazione geografica (inglese di nascita, mezzosangue italiana, abbigliata da danzatrice di flamenco spagnola in camicia rossa e pantaloni neri), Anna Calvi è la vera crooner al femminile dei Duemila. Ce lo certifica on stage una "First We Kiss" interpretata con piglio teatrale alla Scott Walker (uno dei suoi veri numi, al di là delle balle su PJ Harvey e compagnia), oscillando dal bisbiglio innocente al furore rock, scatenato dalle distorsioni laceranti della sua chitarra, perché - sarà bene ricordarlo - la ragazza ci sa fare parecchio anche con il suo strumento inseparabile. E lo ribadisce una travolgente "Love Won't Be Leaving" cantata a squarciagola, quasi a volersi finalmente concedere all'abbraccio di quel pubblico dal quale la separa sempre un velo di distanza, di sussiegosa sfuggevolezza.
Potenza e controllo, questo il segreto, come conferma "Blackout", uno degli hit single del disco, che nella sua sfumatura vocale tradisce l'omaggio a una delle prime e più potenti icone del rock al femminile: Chrissie Hynde.

"The Devil", poi, è il commiato ideale: dopo la torrida "Jezebel" (cover di Edith Piaf), un altro flamenco da brividi, una supplica straziante che ti scioglie nella malinconia anche l'ultima goccia di sudore che t'è rimasta addosso.
Finisce il concerto, si ritrova finalmente un po' d'aria da respirare, ma si resta in apnea ancora per un po'. Perché, una volta tanto, il termine "magnetico" per definire uno spettacolo musicale non è fuori luogo.
È nata una stella? No, è già abbondantemente cresciuta.

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